LA TENDA DI MAMRE, un luogo di silenzio e di ascolto, di ricerca e di incontro, di preghiera e di pace.
lunedì 4 marzo 2019
venerdì 1 marzo 2019
VIII del Tempo ordinario - C
Si avvicina la primavera
e gli alberi iniziano a mettere fiori in vista di portare frutti nella prossima
estate.
E’ questa l’immagine
che oggi la Parola di Dio ripropone più volte. Gesù ci ricorda appunto che come
gli alberi anche noi siamo chiamati, con la nostra vita, a portare frutti buoni.
E i frutti buoni
nascono dal tesoro del cuore, dall’interno: “l’uomo
buono dal tesoro del suo cuore trae fuori il bene”. Tuttavia Gesù ci avverte
che permane la possibilità che il cuore sia malato così da portarci a produrre
sì frutti ma cattivi. Un avvertimento da non lasciar cadere a vuoto.
Quale può essere
questa malattia che incattivisce il cuore?
Le parole di Gesù
lasciano intuire ciò che rende l’animo umano cattivo. Potremmo diagnosticare
questa malattia con due parole: presunzione e giudizio.
La presunzione di
“vederci bene”, di sapere già tutto, di essere già bravi abbastanza…; ma “può forse un cieco guidare un altro cieco?
Un discepolo non è più del maestro”.
Questa malattia
porta a “cadere in un fosso” e non da
soli ma anche con chi abbiamo la presunzione appunto di voler aiutare e guidare…
Il giudizio poi è
la seconda malattia che rende cattivo il cuore facendoci portare frutti
cattivi.
“Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo
fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?”.
Giudicare gli
altri è un maledetto vizio che è difficile vincere. Non c’è tuttavia come il
giudicare le persone che genera cattiveria, discriminazioni, lotte, astio, odio.
Tutti frutti
cattivi che spuntano sull’albero della nostra vita se il nostro cuore si ammala
di presunzione e del vizio di giudicare.
Questo maledetto pungiglione
del male segna la nostra vita e ci rende incapaci di fecondità positiva.
Rassegnarci?
Accontentarci? Scoraggiarci? No. C’è una via. Paolo nella seconda lettura la
annuncia. “Dov’è o morte il tuo
pungiglione?...Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del
Signore nostro Gesù Cristo”. E poi continua: “Perciò rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la
vostra fatica non è vana nel Signore”.
Gesù è colui che
solo può vincere quel male che si nasconde nel cuore dell’uomo e donarci quella
linfa vitale che ci rigenera e ci rende capaci di diventare alberi buoni
portatori fecondi di ogni bene.
Attingiamo da Lui
questa linfa: essa ci è data attraverso la sua Parola che è sempre parola
creatrice e feconda, abitata dal Suo Spirito di vita.
Il cammino
quaresimale che a giorni iniziamo sia occasione favorevole per attingere da Lui
e per portare con Lui e grazie a Lui frutti di vita nuova.
Pur facendo
fatica, camminiamo con Lui, sapendo che Lui solo può guarirci e renderci
fecondi di bene, “sapendo che la vostra
fatica non è vana nel Signore”.
Allora potremo unirci
al salmista riconoscendo che “Il giusto
fiorirà come palma… nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e
rigogliosi per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia”.
sabato 23 febbraio 2019
VII domenica del Tempo ordinario - C
C’è una grande
novità nella Parola ascoltata. E’ riassunta nel versetto al canto
dell’Alleluia: “Vi do un comandamento
nuovo: come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.
Amare “come Lui”. Gesù non ci impone un
comando, ma ci propone un orientamento: vivere come Lui, amare come Lui se
siamo suoi discepoli, se in Lui crediamo.
Nel vangelo
ascoltato infatti Gesù non fa altro che proporre se stesso. Invita noi a fare
come ha fatto Lui: che ha amato i nemici, ha fatto del bene e chi lo odiava, ha
benedetto chi lo malediceva, ha pregato per i coloro che lo trattavano male. Ha
offerto l’altra guancia, ha dato, donato a tutti gratuitamente. Dimostrando che
amare così non è debolezza, ma forza che spiazza l’altro costringendolo a
deporre ogni resistenza.
“Come io, anche voi”. Così
amatevi.
Questa la novità
che supera totalmente le nostre cosiddette ‘giuste misure’, il nostro non
andare oltre il dovuto.
Ma “se amate quelli che vi amano cosa fate di
straordinario?”. E’ umano fare così. Lo fanno tutti, lo fanno anche solo
per interesse, per comodità.
Al discepolo è
chiesto il passo in più, la novità appunto di un amore che non ha misura, se
non quella di Gesù stesso. Il passo in più è amare non di un amore umano, ma di
un amore divino. Per usare le parole di Paolo nella seconda lettura: c’è un
uomo terrestre ma c’è anche un uomo celeste; un uomo animale e un uomo spirituale.
E noi per grazia di Dio siamo stati resi da terrestri celesti, da animali spirituali.
Ecco perché chiamati ad amare in modo nuovo, oltre l’umano, perché così “sarete figli dell’Altissimo”,
“misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso”.
E’ la novità del
cristianesimo che introduce l’uomo nuovo nella storia, l’uomo figlio di Dio
reso da Lui capace di un amore che va oltre l’umano per generare una storia
nuova scombinando i troppo umani giochi di equilibrio e di calcolo che non
portano ad amare ma solo a cercare difesa e possibilmente rivincita sull’altro.
Quanto è di
estrema attualità, di estrema urgenza questo messaggio. Come cristiani pare che
abbiamo relegato queste parole del vangelo come fossero ‘modi di dire’,
‘generiche e esagerate indicazioni’, mentre sono il cuore del nostro essere
figli di Dio, discepoli di Cristo. Tradire queste parole o anche solo
minimizzarle è tradire Lui. Certo non è facile metterle in pratica. Ma finché
le riteniamo semplici bonarie indicazioni non sentiremo nemmeno l’urgenza di
tentare di viverle.
Oggi in
particolare, in un clima sociale sempre più segnato da tensioni, conflitti,
odio verso tutto e tutti, dove l’altro, soprattutto se diverso da me, è subito
indicato come nemico, si pone urgente per noi cristiani offrire una
testimonianza nuova, incisiva, forte, di relazioni diverse fondate su un amore
vero, un amore ‘divino’.
Chiediamo allora
al Padre che “è benevolo verso gli ingrati
e i malvagi” che ci doni sguardo, cuore, linguaggio e vita nuovi.
Uno sguardo nuovo
capace di guardare l’altro e vederlo al di là di ogni etichetta o attributo; di
vedere non più amici o nemici, vicini o lontani, ma solo figli, figli di Dio
come noi.
Ci doni un cuore
nuovo, libero da giudizi, rancori, capace di rispetto anche verso chi diverso
da noi; un cuore soprattutto libero dalla paura dell’altro, quella paura che
porta a vedere nemici ovunque e che alla fine genera chiusura, cattiveria, odio.
Ci doni un
linguaggio nuovo, capace di verità e non di menzogna, capace di benedire e non
maledire, capace di non parlare male di nessuno, di non offendere e giudicare
l’altro.
Ci doni dunque un
modo nuovo di vivere, capace innanzitutto di fare propria la regola d’oro: “come volete gli uomini facciano a voi, così
anche voi fatelo a loro”, - e questo umanamente sarebbe già molto! - per
arrivare, passo dopo passo, a quell’amore che Gesù ha vissuto e ci ha donato
invitandoci a orientare ad esso la nostra vita, il nostro amore: “come io
ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.”
sabato 16 febbraio 2019
VI° domenica del Tempo ordinario - C
La scena è
particolare. “C’era una gran folla di
suoi discepoli e gran moltitudine di gente… in un luogo pianeggiante”: così
Luca ambienta il discorso delle Beatitudini.
Discorso ben
diverso da quello di Matteo non solo per il luogo ma per il suo contenuto e in
particolare per coloro ai quali è rivolto: “alzati
gli occhi verso i suoi discepoli diceva…”.
Gesù qui parla
direttamente ai suoi discepoli che si trovano in mezzo a “una gran moltitudine di gente”. Quasi a voler definire lo stile
che il discepolo deve assumere stando tra la folla, in mezzo agli altri.
Il discorso
allora lo sentiamo rivolto a noi. Cristiani nel mondo, nella società, oggi.
Come? Con quale stile?
Proviamo a
comprendere l’indicazione che Gesù ci offre.
Il suo discorso
alterna il “beati voi” al “guai a voi”, che non suona certo come
minaccia ma piuttosto come avvertimento. E’ richiamo alle parole del profeta
Geremia nella prima lettura: “Maletto
l’uomo… Benedetto l’uomo…”.
Quasi a ricordare
innanzitutto che c’è una possibilità di felicità, di realizzazione, ma anche
una possibilità di fallimento.
Le parole del
profeta, riprese nella preghiera del salmo, aiutano a fare sintesi anche di
quanto Gesù dice ai suoi discepoli: “Benedetto
l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia”.
Questa è la via
che Gesù indica ai suoi discepoli: confida nel Signore. Il povero, l’affamato,
l’afflitto, il perseguitato, se confidano nel Signore sono beati. A differenza
di chi ricco, sazio, gaudente, acclamato da tutti, confida in se stesso, nel
suo orgoglioso io.
Cosa vuol dire
confidare nel Signore? Significa semplicemente fidarsi che, in un modo o
nell’altro ce la manda buona? Ci risolve i problemi? No certo, sarebbe assurdo
questo atteggiamento.
Il Signore in cui
confida il discepolo, il cristiano, è Colui che Gesù stesso ci ha rivelato come
Padre e che si prende cura di noi come figli. Così come si è preso cura del Suo
Figlio Gesù e non lo ha lasciato in potere del male e della morte.
Gesù infatti è
stato il povero, l’affamato, l’afflitto, il perseguitato fino alla morte, ma
non è stato abbandonato dal Padre in cui ha riposto tutta la sua fiducia.
Il segno di
questa vicinanza è stata la sua risurrezione.
Fidarci di Dio è
credere che Lui è capace di dare vita a noi come l’ha data al figlio.
Per questo, Paolo
nella seconda lettura insiste dicendo “se
Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri
peccati… ma Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”.
Con Lui anche noi
possiamo confidare nella vita nuova, nella beatitudine che ci è data, perché
Gesù è vivo, Lui la primizia di tutti noi.
Allora il
discepolo vive tra la folla confidando nel Signore, nella sua presenza e
vicinanza, nella certezza che se vive come Lui, nella fiducia al Padre, giungerà
alla pienezza della vita, alla vera beatitudine, pur passando per quella strada
di croce che segna il suo cammino come ha segnato i passi di Gesù.
Concretamente
questo significa oggi per noi vivere il vangelo fino in fondo, fidarsi di Gesù
e della sua Parola, non temere di fare scelte cha vanno al contrario della
mentalità corrente, anche se questo porta al rischio dell’incomprensione e del
rifiuto. Questo in ogni ambito: sia in famiglia, come riguardo all’accoglienza
e al rispetto della vita, sia nell’uso del denaro e dei beni, capaci di
essenzialità e semplicità, di condivisione e di solidarietà; sia riguardo
l’impegno nella comunità di cui si è parte e nella società senza rinchiudersi
nel privato ma collaborando per il bene comune nella verità e nella giustizia… e
così via.
Ecco allora che le
Beatitudini diventano stile di una vita nuova che, sostenuta dalla fede nel
Signore risorto e vivente, trova il coraggio, confidando in Lui, di lavorare con perseveranza e gioia
alla edificazione del suo Regno, per la crescita – faticosa e lenta, sofferta e
non ancora compiuta - di una umanità sempre più fraterna e accogliente, sempre
più in cammino verso quella meta di comunione che Dio desidera per tutti noi.
Iscriviti a:
Post (Atom)


