LA TENDA DI MAMRE, un luogo di silenzio e di ascolto, di ricerca e di incontro, di preghiera e di pace.
mercoledì 18 febbraio 2026
venerdì 13 febbraio 2026
"Ma io vi dico..." - VI domenica del tempo ordinario
Primo Mazzolari: “Tu non uccidere“. La pace come ostinazione.
«Non si fanno le guerre per perderle». Terribile verità, che spiega l’escalation di violenza e morte ogni volta che l’uomo si rifugia nella guerra per risolvere i conflitti.
Con queste parole di estrema concretezza don Primo Mazzolari rifletteva sulla pace settant’anni fa. L’opuscolo Tu non uccidere, infatti, veniva pubblicato anonimo nel 1955, ma era già pronto il 15 agosto 1952.
Dopo aver vissuto le due guerre mondiali del Novecento, il parroco di Bozzolo ha condiviso con i giovani del suo tempo pagine di meditazione sull’inutilità della guerra. L’attualità di quel libro, alla luce dei fatti di questi giorni, appare luminosa, persino profetica. Almeno tre temi meritano una ripresa.
Il primo è l’assurdità della corsa agli armamenti. È follia allo stato puro. Ci si mette nelle condizioni di fare la guerra pensando di evitarla. «E nel frattempo, – scriveva – sempre nuovi ordigni e sempre più micidiali vengono inventati, esperimentati e conservati per la giusta guerra di domani».
Preparare la guerra significa allestire le basi per farla: «Se vuoi la pace prepara la pace; se vuoi la guerra prepara la guerra». Non è facile resistere alla tentazione di volere imporre la pace con le armi. Talora con la scusa di evitare la guerra si tenta di giustificarne la preparazione e «la vittoria da raggiungersi ad ogni costo fa lecito l’illecito».
Così, «la guerra incomincia quando, per non fare la guerra, mi metto nella disperazione di doverla fare». Da queste premesse derivano logiche conclusioni: è illusorio pretendere di promuovere valori con la violenza, il bene con il male. «Chi pretende di difendere, con la guerra, la libertà, si troverà in un mondo senza nessuna libertà. Chi pensa di difendere, con la guerra, la giustizia, si troverà con un mondo che avrà perduto perfino l’idea e la passione della giustizia».
L’unica arma di difesa, per Mazzolari, «è la giustizia sociale più che l’atomica».
Il secondo tema è che «ogni guerra è fratricidio». Rappresenta un oltraggio a Dio e all’uomo, al Creatore e alle creature. La distruzione realizzata dalla guerra è opera di de-creazione. Proprio della mentalità bellica è la costruzione del nemico. La pace, invece, riconosce il prossimo, perché «chi non ama è nella morte», secondo l’insegnamento evangelico. «La gara del più forte ha divorato e divora continuamente uomini e città, nazioni e continenti», commenta Mazzolari. Se la guerra è negazione della fraternità, essa comincia con stili accondiscendenti verso la violenza, verso gli investimenti in armi, verso le forme di ingiustizia e di povertà: «il tacere, il non muoversi, o il muoversi lentamente, è nostro; ed è uno dei segni della nostra decadenza, che poi ci fa chiusi, lamentosi e sterili oppositori delle iniziative altrui». La guerra non è solo quella degli esplosivi, ma nasce col trattare «il fratello come utensile, materialisticamente».
La terza riflessione è che la guerra va sempre a scapito dei poveri. «E quelli che ci lasciano la vita, coloro che cadono, a migliaia, sono sempre gli umili, gli anonimi, il popolo che non ha mai voluto le guerre, che non le ha mai capite; mentre desiderava unicamente vivere libero e in pace».
La guerra appare come «strage degli innocenti». La gente comune è costretta a fuggire, le città diventano inferno, i civili subiscono massacri. E quando i poveri vengono lasciati nella tentazione di spargere sangue in difesa del pane e della dignità, la pace non godrà mai di buona salute.
Don Primo osserva «che è stupido moltiplicare stragi, rovine e disordini irreparabili sotto pretesto di riparare i torti: i superstiti dovranno alla fine mettersi a ragionare, se non vogliono distruggersi completamente: allora, tanto vale incominciare subito a fare l’uomo, visto che non giova a nessuno fare la bestia».
Non c’è niente, dunque, di tanto disumano quanto la guerra. L’uomo retrocede allo stadio animale e regredisce rispetto a ogni possibile sviluppo. Tornano indietro drammaticamente le lancette dell’orologio della storia. Invocare la guerra a soluzione dei conflitti appare inutile, aggiunge sofferenze a sofferenze e non risponde più alle esigenze del bene comune. Crimine contro l’umanità.
Don Primo ricorda che «l’animalità fa il male per star bene», ma finisce per svuotare la fiducia in Dio e nell’uomo. La pace, invece, è l’unica ostinazione da perseguire. Tuttavia, diventare costruttori di pace significa non essere mai in pace.
Parole che non passano.
di Bruno Bignami da https://www.cittanuova.it
sabato 7 febbraio 2026
"Voi siete sale e luce" - V° domenica del tempo ordinario
Don Andrea Santoro, sacerdote della diocesi di Roma, martirizzato il 5 febbraio 2006 mentre pregava nella sua chiesa di Santa Maria a Trabzon, sulle rive del Mar Nero.
A 20 anni dalla sua morte ecco un estratto da una sua lettera scritta pochi mesi prima, indirizzata ai familiari e agli amici che seguivano il suo apostolato in Turchia.
Carissimi, vi scrivo dopo aver passato ieri una tranquilla e bella serata sul Mar Nero. [...] Vorrei lasciarvi con una riflessione che mi è venuta continuando a leggere la storia di quest’area del Medio Oriente. Spesso i cristiani hanno voluto creare degli stati cristiani, ritagliandosi dei territori in cui identificare religione, nazione, cultura. Questo ha portato a guerre, violenze e rivendicazioni in nome della fede. I confini della religione coincidevano o si volevano far coincidere con i confini dello stato, nato o da far nascere. È uno dei motivi per cui in questa realtà mediorientale non c’è pace e gli animi sono esacerbati. Mi sono ricordato che Gesù ha detto: «voi siete il sale della terra». Non ha detto: voi siete un pezzo di terra. A noi ha chiesto di essere il sale di ogni terra, di abitare ogni terra e di seminare in ogni zolla il sapore del vangelo. Il sale non si preoccupa di conquistare una terra ma di salarla perdendosi in essa. Se il sale rimane chiuso in una saliera tradisce se stesso. I cristiani non hanno bisogno di diventare una nazione o uno stato. Hanno il dovere di essere sale. Hanno ricevuto la grazia e il mandato per farlo. Chiudersi dentro dei confini è facile. È essere sale senza confini che ci è chiesto. […] L’identità cristiana non è un’identità territoriale e neppure semplicemente culturale. È un’identità evangelica: è il sale di Cristo in noi, è la nostra trasformazione in Lui, è il Suo vivere in noi, è la visibilità di Cristo attraverso noi, è lo scrivere il vangelo nel nostro essere, sentire e vivere. […] Tutto questo come si può rapportare alla nostra vita di tutti i giorni, per noi per esempio che viviamo in Europa? In questo caso secondo me la questione è più semplice e ci chiede chiaramente un esame di coscienza e un mutamento di cuore. Per un cristiano non è tanto importante conquistare un posto, progredire nella carriera o affermarsi in politica. È importante come si è sale in quel posto di lavoro o nell’esercizio di quella responsabilità. Non è importante ritagliarsi uno spazio ma essere sale in ogni spazio. Non conta essere cassiera in un negozio, casalinga in famiglia, amministratore in un condominio, bidello in una scuola, medico in un ospedale, giudice nel tribunale, esperto economico in una banca, ma come si è cassiera, casalinga, amministratore, bidello, giudice, medico, economista. Il Signore ci riconoscerà se troverà in noi le sue stimmate e il mondo ci riconoscerà come discepoli di Gesù se troverà in noi i tratti del Maestro.
Preghiamo perché questo avvenga. Come granellini di sale lasciamoci gettare da Gesù dove lui voglia. Lasciamoci riempire da Lui per spargere il suo sapore e non i nostri profumi. Anche questa terra di Turchia, anche questo grande e delicato Medio Oriente, anche questo mondo musulmano ha bisogno di presenze “cristiane”, disposte a sciogliersi con amore disinteressato come il sale.
Trebisonda, 18 maggio 2005


