sabato 24 gennaio 2026

"La Parola di Cristo abiti tra voi!" - III domenica del tempo ordinario

 


L’espressione biblica con la quale si intende celebrare la VII edizione della Domenica della Parola di Dio è tratta dalla lettera di san Paolo ai Colossesi: “La parola di Cristo abiti tra voi” (3,16).

Ciò che abbiamo ricevuto dall’Apostolo non è un mero invito morale, ma l’indicazione di una forma nuova di esistenza. Paolo non chiede che la Parola sia soltanto ascoltata o studiata: egli vuole che essa ‘abiti’, cioè prenda dimora stabile, plasmi i pensieri, orienti i desideri e renda credibile la testimonianza dei discepoli. La Parola di Cristo rimane criterio sicuro che unifica e rende feconda la vita della comunità cristiana.

Dopo l’Anno Santo, questo motto rimane per noi come una preziosa eredità; un invito rivolto a tutta la Chiesa di rimettere al centro il Vangelo, poiché ogni rinnovamento autentico nasce dall’ascolto docile della Parola. Accoglierla significa lasciarsi accompagnare da Colui che non inganna, perché dona vita e speranza. Essere abitati dalla Parola equivale, in definitiva, a permettere che Cristo parli ancora oggi attraverso la nostra vita, affinché ogni uomo possa riconoscere la sua presenza che continua a illuminare il cammino della storia.

Ogni cristiano e ogni comunità dovranno recuperare il primato della Parola di Dio. Il suo ascolto sincero e profondo è una via fondamentale perché l’uomo incontri Dio. Quando si fa spazio alla Parola, ognuno scopre che il Verbo di Dio abita il suo cuore, come seme che a suo tempo germoglia e porta frutto. Tutti infatti siamo invitati a nutrirci del pane quotidiano della Parola, per poi annunciarla ai fratelli, poiché l’annuncio scaturisce dall’abbondanza del cuore, secondo il detto evangelico: “La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34; Lc 6,45).

È particolarmente significativo che la celebrazione della Domenica della Parola di Dio quest’anno coincida con la celebrazione della conversione di San Paolo, giornata che conclude la Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani. La Parola che Cristo ha rivolto a Paolo sulla strada di Damasco ha colpito profondamente il suo cuore, in modo tale da fare di lui il grande evangelizzatore che conosciamo. Oggi tocca a noi far sì che la stessa Parola giunga fino ai confini della terra, così da trasformare la vita di tutti i popoli, abitando in mezzo a noi.

 

S.E.R. Mons. Rino Fisichella

Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione


sabato 10 gennaio 2026

"Con Gesù, umili servitori della Pace" - Festa del BATTESIMO del SIGNORE

 

L’alfabeto della pace da riprendere

LE SENTINELLE NON MANCANO

Se la pace è ascolto dei popoli e non esito delle scelte dei potenti, allora questo inizio 2026 si appresta a essere una lunga traversata nel deserto. All’orizzonte si continua a vedere solo il profilo minaccioso delle armi, mentre l’umanità assiste sgomenta all’accensione di nuovi focolai di crisi. Sembrano infatti destinate a dilatarsi le distanze tra gli Stati e, proporzionalmente, quelle tra chi comanda e chi deve subirne le conseguenze.

Di colpo, i sogni di una generazione che nel Novecento aveva visto drammi indicibili con i due conflitti mondiali, paiono essere invecchiati. Il presente è fatto di battaglie di conquista, di prevaricazione senza regole, di uomini soli al comando. Papa Leone XIV nel suo discorso al Corpo diplomatico, ha sottolineato come «il fervore bellico» stia «dilagando» e «la guerra» sia «tornata di moda». Il declino del multilateralismo e del diritto internazionale è lì a dimostrarlo.

Volgere lo sguardo al passato, come sempre, può però aiutare. Anche i tempi lontani in cui si “pensava” la pace erano ostili e difficili, al pari di questi: si era usciti a pezzi dal secondo conflitto mondiale, il totalitarismo nazifascista era ancora nell’aria, il mondo era stato diviso in blocchi contrapposti.

Paradossalmente, la Guerra fredda è stata una provocazione positiva. Il ventesimo secolo è diventato così un laboratorio indimenticabile di riflessione, perché ha saputo unire gli ideali e a volte l’utopia alla sapienza di popolo, che si è manifestata ovunque, dalle piazze alle scuole, fino alle chiese. Non era solo la paura che tutto potesse precipitare di nuovo a spingere intellettuali e politici a immaginare un altro mondo possibile, senza più armi. Erano l’esercizio del pensiero, la profondità della fede, la passione civile a fare la differenza. Il linguaggio bellico è finito in naftalina e sono state scritte pagine importanti di pace. Un vero e proprio alfabeto, che oggi va aggiornato anche alla luce di quel che il Papa ha definito come «indebolimento della parola».

Il mondo cattolico italiano in particolare si rese protagonista di una stagione irripetibile, con il laicato in prima linea per educare le coscienze e trovare azioni e parole giuste da contrapporre alla retorica militarista. Basti pensare all’impegno congiunto messo in atto dai padri costituenti, su tutti Giuseppe Dossetti, perché tra i principi fondamentali della Costituzione, all’articolo 11, entrasse quel verbo, “ripudia”, che dice meglio di qualsiasi altra espressione il no netto dell’Italia alla guerra.

Una riflessione poi proseguita negli anni con figure profetiche che non disdegnarono l’impegno politico, da Alcide De Gasperi ad Aldo Moro. Come dimenticare, poi, la lezione del sindaco “santo” di Firenze, Giorgio La Pira, che vedeva nella profezia del Concilio Vaticano II la via giusta per la costruzione della pace? L’elenco come è noto è assai lungo e comprende figure come Giuseppe Lazzati, don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, don Tonino Bello. Persone che nella quotidianità hanno abbattuto i muri dell’egoismo e della paura, lanciando messaggi di distensione e di amicizia innanzitutto dentro le proprie comunità. Diceva padre David Maria Turoldo che «il discorso sulla pace è il tema più sconvolgente, difficilissimo e rivoluzionario. Tanto è vero che noi abbiamo sempre fatto guerre e non abbiamo mai fatto pace». Proprio la “difficoltà” della pace finisce per essere un richiamo soprattutto alle nuove generazioni, a osare ciò che adesso pare inosabile.

È stata questa la speranza tramandata dalla Chiesa, che ha parlato al mondo usando via via il linguaggio della fraternità, della non violenza, della laicità. Erano parole per tutti, un invito profondo e vibrante a mettere in pratica il Vangelo indirizzato alla società dell’epoca. Parole riprese anche nella recente nota della Cei, che ha invitato le comunità ad attuare percorsi di educazione alla pace, riscoprendo una «logica autenticamente democratica» da difendere all’interno dei singoli Stati e tutelando i trattati internazionali. Quel patrimonio non è perduto, ma va recuperato e ridetto con forza a chi oggi pare avere perso la memoria. I popoli non sono a disposizione del potente di turno e anche se gli strumenti per manipolare l’umanità si sono moltiplicati, le lezioni di bene del passato prima o poi tornano a brillare. La notte sarà lunga, ma le sentinelle non mancano.

Diego Motta (da Avvenire del 10/01/2026)


martedì 6 gennaio 2026

"A Te convergono i più profondi aneliti che dal creato salgono" - EPIFANIA del Signore

 

Epifania in greco significa “manifestazione”. In Occidente si fa memoria della visita dei Magi: attraverso questo evento il Signore si “manifesta” ai pagani, dunque al mondo. Nelle Chiese Orientali, in questa solennità si mette l’accento sulla “manifestazione” trinitaria durante il Battesimo di Gesù nel Giordano. Se al centro del giorno di Natale c’è la nascita del Bambino, nell’Epifania si pone in evidenza che questo Bambino povero e debole è il Re Messia, il Signore del mondo. Con l’Epifania si compie la profezia di Isaia, che la liturgia ha scelto come prima lettura: “Alzati e rivestiti di luce, perché viene la tua luce” (Is 60,1ss), come a dire: non chiuderti, non abbatterti, non restare prigioniero delle tue “convinzioni”, non demoralizzarti, reagisci, “alza lo sguardo”! Come i Magi, osserva “le stelle” e troverai “la stella Gesù”.

I Magi

I Magi “alzano il capo” e si mettono in cammino, vanno dove era logico “cercare” un re, nel palazzo. Il loro arrivo crea scompiglio, tanto che Erode convoca sacerdoti e farisei, gli esperti delle Scritture. Loro “sanno” che il Messia deve nascere a “Betlemme”, ma il loro “sapere” non va oltre. Non si fa vita, esperienza. Restano fermi. Non si “alzano”, restano sicuri e comodi nel palazzo. I Magi giungono da lontano e si sono messi in cammino: sacerdoti e farisei sono già vicini, eppure sono bloccati dalla cecità del loro sapere, dalle loro certezze, dalle posizioni di privilegio… Pare che Dio si riveli lì dove non si brilla di luce propria e non dove si cerca la ribalta della notorietà.

La crisi

I Magi si sono mossi seguendo la stella, ma ad un certo punto non la vedono più, talmente forti della certezza che il re fosse nel palazzo: una certezza che ha momentaneamente abbagliato la loro ricerca, fino a far perdere loro la strada. Ma poi, accettato di mettersi in discussione, di “convertirsi”, la stella è rispuntata, guidandoli alla meta. È bello e importante questo passaggio, perché fa capire che il dramma dell'uomo non è mai quello di cadere, di sbagliare, ma è quello di arrendersi di fronte alle cadute. Come i Magi, cercatori di verità, rischiamo talvolta o spesso di lasciarci abbagliare dalle nostre convinzioni, fino a perdere la strada. Oggi ci viene insegnato a non temere di mettere in discussione le nostre certezze e conclusioni, perché un vero “cercatore” sa accettare di sbagliare e rimettersi in cammino. Il cuore ha grandi desideri, ha fame di giustizia e di verità, di gioia e di speranza. Seguire la stella è seguire i propri desideri alti, nobili, giusti, belli, quelli che entrano nel cuore e sono capaci di muovere la vita, di metterti in cammino sapendo affrontare fatiche, rischi, sconfitte, proprio come accaduto ai magi.

L’incontro con il Bimbo, il Re

Quando la ricerca è animata dalla verità, allora si trova ciò che si cerca e lo si sa cogliere anche da un “Bimbo avvolto in fasce adagiato in una mangiatoia” (Lc 2,12, Messa della Notte di Natale). È interessante questo passaggio. Non basta infatti “cercare”, se non si ha un cuore puro, non si è liberi da interessi di parte, se non si è animati da sentimenti di verità.

Erode voleva adorare il bambino, ma sappiamo che questo desiderio era viziato (cfr Mt 2,16 “Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui…mandò ad uccidere i bambini; Lc 9,9: “cercava di vederlo…”, era curioso per i suoi miracoli). Preso dalla paura e dall’ambiguità, talmente prigioniero del suo potere, Erode non è capace di vedere in quel Bimbo ciò che realmente è, e si lascia prendere dalla paura di avere un concorrente pericoloso.

L’Epifania manifesta Gesù e i cuori

L’Epifania non manifesta solo Gesù, il Figlio di Dio, ma rivela i cuori, manifestando che il Salvatore può essere accolto (come avvenuto per i pastori e i Magi) e anche rifiutato (Erode). Non nascondiamocelo, come ci sono “i magi” così c’è un Erode in ciascuno di noi. C’è una parte di noi sempre pronta a mettersi in marcia, in cammino, per conoscere e capire, per crescere e migliorare, per superarsi, ma c’è anche un Erode sempre pronto a distruggere sogni e speranze. Un Erode sempre pronto a fare “strage” di ogni nostro desiderio di bene, di bello, di giusto, che non accetta che noi troviamo “il Bambino” capace di cambiare la vita. Magi che c’insegnano che la vita è cammino che chiede di essere vissuto come Gesù, e un Erode che ci illude e ci lusinga che solo successo e potere valgono per poter esistere.

I doni

Oro e incenso richiamano i doni della regina di Saba a Salomone, riferimento che abbiamo anche ritrovato nel salmo. Con l’oro si riconosce la regalità di Gesù; con l’incenso la sua divinità, con la mirra la sua umanità, tenuto conto che si tratta di una sostanza con la quale venivano cosparsi i corpi dei defunti. La luce della stella porta sempre a un atto di adorazione, a un chinarsi di fronte al mistero che si è fatto vicino. Porta a donare ma ancor più a donarsi. È proprio il “donarsi” che frena tanti dal lasciarsi attrarre da Gesù, che porta tanti a temere di perdere posizioni, comodità, sicurezze, privilegi e che frena nel cambiare vita e convertirsi.

(da “Vatican News”)