sabato 11 novembre 2023

XXXII domenica del tempo ordinario

 

“Il regno dei cieli sarà simile…”. Così si apre la parabola ascoltata. E qui sta anche la chiave per la sua comprensione.

Il Regno dei cieli che Gesù è venuto ad annunciare e a impiantare in mezzo a noi è, lo sappiamo, la presenza tra noi di Dio che guida la storia verso un orizzonte di pienezza e di pace. E’ cammino verso un futuro pensato come una festa di nozze, ci dice la parabola; un incontro, un abbraccio con un Dio rivelato a noi non come giudice temibile, ma bensì come sposo ardente, che ci attende e ci ama da sempre.

Tuttavia – e qui la parabola lo puntualizza bene – sono possibili ritardi: dov’è questo regno di pace e di giustizia? Dov’è questo sposo desiderato? La storia che viviamo, giorno dopo giorno, evidenzia fatiche, stanchezza, ritardi. Tutto sembra segnato dalla crudeltà del male e della violenza che apportano scoraggiamento, delusione. La notte prende il sopravvento, il male, come sonno della coscienza, ci chiude gli occhi e ci spegne il cuore. Anche noi, oggi, come comunità ci stiamo forse addormentando, non abbiamo più la forza di lottare, non riusciamo più a vegliare, a tenere il cuore pronto per lo sposo che torna. Stiamo veramente vivendo quest’ora di buio, di ritardo, di delusione che può condurci a disperare nell’uomo e in Dio.

Ma la parabola continua: proprio nella notte si accende una luce, si ode una voce “Ecco lo sposo!”.

Quali parole più belle di queste. Ci dicono che non c’è notte che non possa essere vinta dalla Sua Presenza. In ogni notte, in ogni abbandono e stanchezza, una voce viene a svegliarci dalla vita sonnolenta. E’ forse un’esperienza già fatta più volte nel nostro cammino: quando non ce la facevamo più ed ecco all’improvviso una parola amica, una mano tesa, qualcuno che si prende cura di noi, un’occasione propizia, una scintilla che si riaccende. E’ la speranza. E’ lo sposo che si fa presente per riaccendere il nostro cuore e risollevarci dal sonno e dalla notte verso un alba di luce. Qui sta il cuore della parabola, la bella notizia che ci viene annunciata.

Poi il racconto continua e vuole mettere in luce che a questa bella notizia occorre che corrisponda la nostra disponibilità.

Occorre farsi trovare pronti, nonostante la fatica del sonno e del buio, occorre non far venir meno in noi l’olio che dà luce alla nostra vita. Misterioso questo olio che non tutte le ragazze hanno a disposizione. Il vangelo non ci dice in cosa consista. In esso però possiamo vedere l’energia, che occorre non far venire meno, per dare luce alla nostra vita. Non sprecare, non sciupare le energie che ci sono in te, sembra dirci Gesù.

Occorre dare energia alla nostra vita proprio per essere pronti in ogni istante a rispondere con decisione, a reagire con determinazione al male e alla notte per riaccendere luci di speranza e di bene. Custodire in noi questo olio, queste energie che ci vengono donate dall’Alto, dallo sposo stesso: la Sua Parola, il Suo Spirito. Questa è saggezza e vera sapienza. Solo così allora si compie l’incontro, le porte si aprono, la festa si fa possibile, il Regno di compie.

E’ invito che Gesù ci rivolge: “vegliate, state pronti”. Ovvero: alimenta in te tutte le energie positive, dando fondo a tutte le tue risorse, a tutto ciò che è buono, bello e vero, così da oltrepassare ogni notte, vincere ogni sonno, e costruire relazioni vere e costruttive. Così da non stancarsi di operare per quel regno di pace e di giustizia già in crescita silenziosamente in mezzo a noi. Perché lo Sposo c’è e arriva nonostante ogni ritardo, nonostante ogni notte. Perché la tua vita è carica dell’olio del Suo amore che ti rende capace di accendere relazioni fraterne, di compiere gesti di riconciliazione e di pace, di generare opere di bene e di amore ogni giorno.

“Non sapete né il giorno né l’ora”: così Gesù chiude il racconto. Ma adesso sappiamo che ogni giorno e ogni ora sono un’occasione unica perché, accogliendo lo sposo, possiamo con lui generare il suo regno, diffondere la sua presenza, accendere sempre quella speranza che ci fa credere che ogni notte è solo provvisoria. La luce è la prima e l’ultima parola.

 

sabato 4 novembre 2023

XXXI domenica del tempo ordinario

 

Stare davanti o stare dietro. Oggi Gesù ci invita a verificare il nostro modo di essere e di vivere, il nostro modo di costruire le relazioni e la comunità.

Per tradurre in parole povere quanto è detto nel brano del vangelo potremmo usare l’immagine del cellulare che oggi ormai è diventato parte di noi. Lo si usa quasi per tutto. Forse meno per telefonare e più per fare foto e stare sui social. Ebbene ci sono due modi di fotografare col cellulare: fare foto o fare selfie. Questi due modi penso ci aiutano a capire la pagina del vangelo.

Oggi sembra prevalere la mania del selfie (a volte fino a mettere a rischio la propria vita). E fare selfie significa mettere sé stessi davanti all’obiettivo (nb. ‘selfish’ = egoista). Io al centro, Io davanti a tutto. Io. Mi fotografo per esibire la mia immagine davanti al mondo. Immagini che spesso finiscono - modificate, ritoccate, filtrate - sui social accompagnate a volte da commenti assai banali se non ridicoli. Il tutto per metterci al centro, per farci notare, per attirare su di noi l’attenzione degli altri con l’illusione di conquistarli e sedurli.

Ascoltando il Vangelo ci accorgiamo che le dinamiche che Gesù denuncia nell’atteggiamento degli scribi e dei farisei sono le stesse: apparire, farsi notare, mettere sé stessi al centro a parole più che coi fatti. Essi assomigliano molto ai seduttori e narcisisti di oggi. Vogliono essere visti, notati, con la pretesa che i loro comportamenti diventino prassi per tutti, imponendo quasi agli altri ciò che poi di fatto non sono e non fanno.

Gesù contrappone ad essi quello che invece deve essere lo stile dei suoi amici. E qui torniamo allora all’esempio di prima sostituendo al selfie la fotografia. Fotografare, a differenza del selfie, chiede di stare dietro l’obiettivo, di mettersi in secondo piano per fare spazio al panorama, alle persone che mettiamo davanti a noi e al centro della nostra attenzione. Non più l’io ma l’altro, il noi, che prevale. L’altro riconosciuto nella sua bellezza e valore e considerato per quello che è come amico e fratello, l’altro fatto sentire a proprio agio e apprezzato.

Si afferma così uno stile nuovo che Gesù chiede, direi esige dai suoi con quel “Ma voi non…”. Propone loro indicazioni ben diverse: “Non fatevi chiamare maestri… uno solo è il vostro maestro, voi siete tutti fratelli. E non chiamate padre nessuno di voi, perché uno solo è il Padre vostro. E non fatevi chiamare guide, perché uno solo è la vostra guida il Cristo”. “Chi tra voi è più grande sarà vostro servo”.

Tutto viene rovesciato. Gesù ci mette davanti la vera immagine delle relazioni. L’agire nascosto invece dell’apparire; la semplicità invece della vanità; il servizio invece del potere. Sono lo Statuto della nuova comunità. Uno solo Maestro, Padre, Guida: il Dio che in Cristo si è fatto servo di tutti noi, per renderci figli amati e fratelli. Ecco la vera gerarchia, se proprio deve essercene una: Dio in basso, ai piedi, servo, e in Lui noi tutti fratelli.

Dentro questi atteggiamenti è chiamata a muoversi e crescere la nostra vita personale se vogliamo costruire relazioni familiari e sociali costruttive, che non ci portino all’isolamento narcisistico, ma alla comunione gioiosa e fraterna.  

Su queste basi siamo chiamati insieme a ridare vita alle nostre comunità cristiane, alla chiesa tutta, attraverso un cammino di conversione che si apre e si attua in atteggiamenti di umiltà autentica, di servizio, di misericordia e di rinnovata fraternità. Il Sinodo che è in corso dentro la chiesa deve essere richiamo a questo stile nuovo, alternativo alla logica mondana. L’attuale situazione di precarietà economica deve stimolarci a rivedere le nostre relazioni sociali. Il dramma di una guerra sempre più diffusa e atroce, di una violenza serpeggiante nelle menti e nelle azioni deve stimolarci a ripensare una convivenza che sappia aprirsi all’accoglienza del diverso, a una società dove si attua la convivialità delle differenze.

Dal selfie alla foto di gruppo! E’ la strada di conversione che oggi la Parola ci propone, Dall’io al noi. Dal narcisismo che isola, alla fraternità che include e apre a relazioni certamente non sempre facili da costruire ma sempre feconde di novità e di rinnovata capacità di amare.

sabato 28 ottobre 2023

XXX domenica del tempo ordinario

 

La Parola ascoltata oggi, più che essere spiegata chiede di essere vissuta. A iniziare da ciascuno di noi, in ogni situazione della nostra vita.

Se l’amore è il cuore della Legge, se l’amore è l’essenza stessa di Dio, perché “Dio è amore” (1Gv.4,16), chi dice di credere in Dio deve manifestare questa sua fede amando.

E l’amore deve tendere, insieme e inseparabilmente, verso Dio e verso il prossimo. Questa è una delle principali novità dell’insegnamento di Gesù e ci fa capire che non è vero amore di Dio quello che non si esprime nell’amore del prossimo; e, allo stesso modo, non è vero amore del prossimo quello che non attinge dalla relazione con Dio.

Nel Vangelo di oggi, ancora una volta, Gesù ci aiuta ad andare alla sorgente viva dell’amore. E tale sorgente è Dio stesso, Lui che è il tutto, a lui appartiene tutto ciò che siamo (come dicevamo domenica scorsa). Per questo Egli mi chiede di amarlo con tutto il mio essere: cuore, anima, mente. Amarlo totalmente in una comunione che niente e nessuno può spezzare. Una comunione che è dono da invocare e far crescere nella preghiera ma anche impegno personale perché la nostra vita non si lasci schiavizzare dagli idoli del mondo. E la verifica di questo nostro cammino è sempre l’amore del prossimo.

Ne deriva un attento esame di coscienza da compiersi ogni giorno, affidandoci sempre alla sua misericordia che ha la forza di rinnovare il nostro cuore e di renderlo capace di amore vero.

“Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” afferma Gesù. Per il popolo di Israele questi comandamenti erano e sono la base della loro vita religiosa. Da essi tuttavia dipendono anche tutte le fedi e le religioni: tutte hanno alla loro base l’amore.

Occorre tornare a questa base se vogliamo oggi essere costruttori di pace e di una umanità più unita e fraterna.

Tutto, il nostro futuro, la soluzione alle varie guerre, tutto, dipende dall’amore attinto da Dio e riversato verso il prossimo.

Amerai, dice Gesù, parla al futuro, a indicare che “l’amore è il futuro del mondo, che senza amore non c’è futuro: amatevi, altrimenti vi distruggerete. È tutto qui il Vangelo. Non amare è solo un lento morire. Lentamente muore chi non ama” (E.Ronchi). Così è e lo sperimentiamo nelle nostre relazioni quotidiane, dentro le nostre case e comunità. Dove l’amore si spegne si spegne la vita, la felicità, il futuro.

Ogni domenica allora attingiamo da qui l’amore smisurato di Dio e in Lui troviamo la forza (“Ti amo Signore mia forza”) per esprimerlo nell’amore verso il prossimo.

Paolo, nella seconda lettura, elogia la comunità di Tessalonica, proprio perché, con la loro vita sono diventati “modello per tutti i credenti”; “per mezzo vostro la parola del Signore risuona… si è diffusa dappertutto”.

Sia anche per noi questo elogio: che la nostra vita, le nostre relazioni quotidiane siano esemplari e aiutino a diffondere attorno a noi la Parola del Signore che in questo suo comandamento la sua più alta attualizzazione e incarnazione.

E’ la missione affidata alla Chiesa, a ciascun battezzato. Ricordiamolo al termine del mese missionario, quale occasione per un risveglio della nostra vocazione cristiana.

Dal Battesimo nasce il nostro essere missionari, perché da quel giorno siamo stati immersi nella vita della Trinità, in quel Dio Amore che ci abita. Nel vivere l’amore di Dio e del prossimo dunque si compie questa missione di testimonianza e annuncio e diventiamo così collaboratori per edificare una umanità riconciliata e fraterna, chiamata a crescere nella giustizia e nella pace.