sabato 17 ottobre 2020

"Eccomi manda me...a tessere fraternità" - Ventinovesima domenica del tempo ordinario.


GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE.

Il racconto di oggi è un tentativo di mettere Gesù in trappola per avere di che accusarlo. Il pagare il tributo o meno diventa pretesto per  costringerlo a schierarsi.  Insomma: tu da che parte stai?  Questa la vera questione; da che parti ti schieri: sei dei nostri oppure no? Sei per la Legge di Mosè o per i dominatori romani…  Da che parte stai? ci provoca e vale anche per noi questa domanda: come uomini, come cristiani da che parte stiamo?

Guardiamo a Gesù: da che parte sta Gesù?

Dalla parte di Dio, che è anche la parte dell’uomo, perché il Dio che Gesù annuncia è il Dio che è per l’uomo, creato a sua immagine. “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” . Se la moneta porta l’immagine di Cesare, noi portiamo l’immagine di Dio e siamo figli suoi. Stare dalla parte di Dio è sempre stare dalla parte dell’uomo. Non è possibile altrimenti. Se sei contro l’uomo sei di fatto contro Dio; e viceversa.

La risposta di Gesù evidenzia questo e ci fa capire innanzitutto che non si tratta di ‘pagare’ qualcosa, ma di ‘rendere’, restituire. Gesù usa volutamente un verbo diverso dal ‘pagare’…  Noi riceviamo tutto: la vita, la salute, il tempo, le capacità umane, intellettive, spirituali. Tutto riceviamo da Dio. Tutto rendiamo a Dio facendo della nostra vita una risposta al Suo amore, un capolavoro di relazioni, di scelte, di cose belle.

Senza Dio noi non siamo. Solo con Lui noi possiamo tutto. Perché tutto è di Dio. E tutto a Lui dobbiamo allora rendere, di tutto dobbiamo imparare a riconoscere il riferimento a Lui se vogliamo veramente realizzare noi stessi.  L'uomo e la donna sono dono che proviene da oltre, creature di Dio. Restituiscili a Lui onorandoli, prendendotene cura come di un tesoro. Il creato è dono suo: rispettalo, curalo, proteggilo, restituiscilo a Lui e a chi verrà in tutta la sua bellezza…

Tutto ci viene da Lui e tutto deve essere vissuto con Lui e per Lui. A Lui tutto è destinato a tornare.

Ma noi riceviamo anche da ‘Cesare’, cioè dalla società, dagli altri: pensiamo ad esempio quanto riceviamo dal lavoro di altri, ai diversi servizi che ci vengono dati per la salute, per la scuola, anche per il divertimento… Anche qui allora si tratta non di pagare, ma di rendere, restituire. Questo attraverso relazioni di solidarietà, di condivisione, di fraternità. Purtroppo oggi abbiamo ridotto tutto a denaro e a tasse, che altro non sono che un modo di restituire e collaborare a far sì che si possano offrire servizi sempre più utili e necessari. Abbiamo perso molto il senso e la capacità della condivisione e del sostegno reciproco. Questi tempi di Covid dovrebbero aiutarci maggiormente a vedere con questo sguardo diverso le persone, le cose, la vita…

Gesù invita noi oggi a entrare in una forma nuova di relazioni. Invita noi a schierarci: non se pagare o no, ma da che parte stare, se con Dio e l’uomo o sotto lo schiavizzante dominio del mercato e degli interessi privati, del pensare solo a sè. Ci chiama a relazioni non tanto basate sul pagare, su un rapporto tra padrone schiavo, ma piuttosto sul rendere, costruendo rapporti di fraternità-figliolanza, con Dio e con le persone. Con Dio da cui tutto riceviamo gratuitamente, come da un padre, vivendo una relazione di figli che sanno rendere tutto a lui, orientando tutta la loro vita a Colui che questa vita l’ha data a noi in dono. Con gli altri riconosciuti fratelli-sorelle da cui riceviamo e insieme rendiamo, in uno scambio non di potere-dominio, ma di solidarietà e condivisione.

Da qui deriva la capacità e la forza di costruire una società più vera, giusta e fraterna.  Come siamo ancora distanti…: eppure come cristiani a questo dovremmo tendere.

Oggi la giornata missionaria mondiale ci ripropone la sfida della missione come capacità di “tessere fraternità”.

E in che modo se non con il far conoscere che la nostra vita è legata a un Dio da cui tutto riceviamo come da un padre, e che solo in lui e con lui possiamo riconoscerci fratelli capaci di collaborare per costruire un mondo più giusto?

“Ecco manda me”: rendiamoci disponibili a portare ovunque viviamo la novità del vangelo.

E’ questa la bella notizia: annunciare il vangelo è annunciare il primato di Dio e dell’uomo che insieme, legati da un patto di amore, collaborano a realizzare una storia più umana, più fraterna, proprio perché più orientata a Dio e da Lui provvidenzialmente e gratuitamente guidata.

sabato 10 ottobre 2020

"Chiamateli alle nozze!" - Ventottesima domenica del tempo ordinario.

Il nostro sguardo oggi è invitato a posarsi sul volto di Dio per ritrovare speranza e coraggio. E qual è questo volto di Dio? “Ecco il nostro Dio…” dice il profeta. ‘Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato… questi è il Signore in cui abbiamo sperato.”

Un Dio che prepara un banchetto di festa per tutti, che vuole per tutti vita piena. Un Dio che dona e non chiede, non pretende. “Eliminerà la morte… asciugherà le lacrime su ogni volto”. E’ il Dio della vita, della gioia, della festa, della consolazione il Dio in cui crediamo e speriamo.

Credere e sperare dunque è camminare nella vita portando nel cuore la certezza che siamo amati e accompagnati da un Dio che vuole condurci all’incontro con Lui, incontro di nozze, di gioia, dove la vita tutta trova la sua pienezza.

Gesù, riprendendo queste immagini di festa, di convivialità, di vita, vuol farci comprendere come tutto ciò riguarda non solo la meta finale che ci attende oltre questa esistenza, bensì la realtà presente, il nostro oggi dove il regno di Dio già è presente e cresce. Questo per ricordarci che la vita già ora deve esprimere tutta la sua bellezza e capacità di promuovere speranza, gioia, convivialità, fraternità.

L’esperienza quotidiana sembra invece smentire tutto ciò.

La vita ci appare ben altro, contrassegnata da morte, lacrime, violenza, delusione, male. Perché?

E’ forse tutto un inganno ciò che la Parola ci annuncia? Hanno allora ragione quelli che dicono che la fede è qualcosa che serve solo a dare una illusoria e vana consolazione?

La parabola del vangelo ci porta a comprendere che non si tratta di un’illusione l’annuncio del banchetto di nozze. Il suo non potersi ancora compiere in pienezza dipende da noi, dalla nostra indifferenza.

La parabola, nei diversi personaggi, raffigura tutti noi che, davanti alla chiamata, più volte ripetuta, “venite alle nozze”, in modi diversi rispondiamo all’invito.

Davanti a un Dio che vuole per noi vita piena, che strappa veli di non senso e di paura, che asciuga lacrime e vince la morte, occorre lasciarci coinvolgere.

Purtroppo all’invito alla festa, all’occasione unica che può darci realizzazione e vita si accampano scuse e rifiuti.

E’ il rischio di ieri e di oggi. L’indifferenza: uno dei nemici più insidiosi e diffusi della fede, più temibile dell’ateismo e dell’opposizione aperta. L’indifferenza che porta a trovare scuse: ‘non ne ho voglia’; a pensare solo ai nostri affari: “non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”. Indifferenti all’invito e protesi solo su noi stessi. E’ così quando pensiamo che la questione Dio e la fede in Lui, siano fattore secondario della vita, quasi un di più… se c’è tempo bene altrimenti pazienza… Quando chiudiamo la nostra vita dentro gli stretti confini di una visione materialistica, lasciando Dio ai margini.

La parabola poi ci mette in guardia anche da un altro rischio. E’ rappresentato nell’immagine di colui che accetta l’invito, ma si presenta senza l’“abito nuziale”. Cosa indica questo “abito nuziale” dimenticato?. Sta a significare che costui ha risposto all’invito, ma con superficialità, senza convinzione, senza amore, senza partecipazione, con freddezza. E’ il rischio che possiamo correre tutti noi; vivere sì una relazione con Dio, ma superficiale, senza il coinvolgimento dell’amore, più per abitudine che per convinzione, senza quell’abito nuziale che è la vita nuova (la veste bianca) ricevuta fin dal Battesimo.

Dono e responsabilità: in queste due parole si riassume il messaggio di oggi. Un  Dio che desidera farci dono della sua vita. Noi chiamati ad aprirci con responsabilità a questo dono, a non accampare scuse, a venir fuori dall’indifferenza, a liberarci da una religiosità solo apparente che ci rende privi di quell’abito nuziale che deve contrassegnare la nostra vita facendo risplendere la novità dell’essere figli amati di Dio.

Sull’esempio di Paolo, rimettiamoci in cammino imparando a stare dentro alla realtà quotidiana -“so vivere nella povertà come nell’abbondanza”- sapendo che “tutto posso in colui che mi dà forza”. Colui che ci chiama a una vita piena, alla festa di nozze, è anche Colui che, se ne accogliamo l’invito e viviamo nel suo amore, ci darà la capacità di rispondere alla sua chiamata e di realizzare pienamente la nostra vita.

sabato 3 ottobre 2020

"Un popolo che ne produca frutti" - Ventisettesima domenica del Tempo ordinario

Canto d’amore e di tradimento. 

Questi i due opposti che risuonano nella Parola ascoltata che ci racconta la storia della vigna. Vigna tanto amata, voluta, custodita e anche tanto tradita, sfruttata, calpestata.

Chi è l’innamorato della vigna risulta ben evidente: il Signore.

Chi sono coloro che tradiscono e deturpano la vigna? Gesù parla ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, ma non dobbiamo fermarci qui: il vangelo risuona per noi oggi e tutti siamo interpellati perché di questa vigna siamo tutti parte.

Il salmo e il profeta nella 1 lettura ci dicono che “la vigna del Signore è la casa di Israele”, è il popolo eletto. Tuttavia con Gesù sappiamo che questa “elezione” si allarga al nuovo popolo di Dio, la chiesa, di cui noi, grazie al battesimo, siamo stati eletti a farne parte. Ma il cerchio si allarga ancora: Gesù va oltre i confini di un popolo e fa intendere di avere a cuore l’umanità intera, la creazione tutta. Vigna del Signore dunque è la chiesa, è l’umanità, è la creazione tutta.

Ci rendiamo conto allora che siamo tutti chiamati a ripensare al nostro stare nella vigna, a discernere se siamo in essa come custodi e coltivatori o come sfruttatori e traditori.

Fermiamo la nostra attenzione su due ambiti. Il nostro essere chiesa e il nostro essere parte del creato. Oggi viviamo l’inizio del mese missionario e la giornata per la carità del Papa, che ci richiamano il nostro essere chiesa. Oggi celebriamo anche la festa di s.Francesco e la giornata che conclude il “Tempo del Creato”, questo mese di preghiera e impegno per tutti i cristiani e non solo, in questo anno dedicato alla Laudato sii.

Innanzitutto essere parte della chiesa, della comunità cristiana ci interroga. A prima vista questa chiesa oggi più che mai appare come è descritta dal salmo: “la devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano bestie selvatiche”. Una chiesa ferita al suo interno da scandali, corruzione, potere; invece che produrre frutti buoni, si ritrova con acini acerbi. Non scarichiamo la colpa solo su vescovi e cardinali, sul Vaticano e nemmeno generalizziamo. Interroghiamoci piuttosto come ciascuno di noi sta collaborando per rendere la chiesa feconda secondo il vangelo, sulla via indicata con perseveranza da papa Francesco.

L’altro ambito di riflessione riguarda il creato. Nella ‘Laudato sii’, e nella nuova enciclica sulla fraternità, il papa ci richiama all’attenzione verso il creato quale attenzione verso l’umanità tutta, per una ecologia integrale che sa tradursi nella cura e nella custodia della terra, dell’acqua, dell’aria, ma anche e soprattutto delle persone, perché solo con scelte di giustizia, di rispetto della vita e della dignità umana, di solidarietà e fraternità possiamo ritrovare l’equilibrio e l’armonia tra i popoli e con il creato.

“Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi” grida il profeta. La vigna dell’umanità oggi è segnata da sangue, da grida di popoli, da sfruttamento e ingiustizia. E tutti sappiamo; non possiamo far finta di niente. Tutti siamo coinvolti e responsabili di questa vigna, del creato intero. Tutti chiamati a fare la nostra parte, oggi. Si può, di deve fare qualcosa anche di piccolo, di semplice…

La parabola del vangelo si chiude con un’immagine di fecondità, di speranza per la vigna, di ‘ripartenza’. “il Regno di Dio sarà dato a  un popolo che ne produca i frutti”. Il Signore non viene meno ai suoi disegni di amore. Chiama oggi e sempre operai. Chi è questo “popolo” di cui parla il vangelo? Sono gli scarti che sanno fondare la loro vita sulla pietra scartata che diventa pietra angolare, Cristo; sono gli ultimi, i piccoli, i miti, gli assetati di giustizia, i pacifici. Possiamo essere anche noi, uomini e donne che dentro questa vigna operano insieme, fraternamente, con amore per renderla feconda di ogni bene. Questo è il miracolo dell’amore di Dio: dalla debolezza costruisce una storia di salvezza. Anche se l’amore è ferito e tradito, Dio non si arrende. E se anche ci sembra che il Vangelo non germogli, in tante situazioni di vita personale e sociale, in realtà, pur in mezzo ai fallimenti, Dio fa cose grandi. La vigna darà il suo frutto, perché c’è ancora chi saprà difenderla e farla fruttificare. Ci sono, nascono dovunque, e lui sa vederli, vignaioli bravi che custodiscono la vigna anziché depredarla, che servono l’umanità anziché servirsene. Con loro uniamoci anche noi per essere i custodi della chiesa, del creato, i custodi della fecondità.

 

venerdì 25 settembre 2020

106esima Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato.

 

Preghiera a conclusione del MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Come Gesù Cristo, costretti a fuggire. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati interni.

Vorrei concludere con una preghiera suggerita dall’esempio di San Giuseppe, in particolare a quando fu costretto a fuggire in Egitto per salvare il Bambino.

Padre, Tu hai affidato a San Giuseppe ciò che avevi di più prezioso: il Bambino Gesù e sua madre, per proteggerli dai pericoli e dalle minacce dei malvagi. Concedi anche a noi di sperimentare la sua protezione e il suo aiuto. Lui, che ha provato la sofferenza di chi fugge a causa dell’odio dei potenti, fa’ che possa confortare e proteggere tutti quei fratelli e quelle sorelle che, spinti dalle guerre, dalla povertà e dalle necessità, lasciano la loro casa e la loro terra per mettersi in cammino come profughi verso luoghi più sicuri. Aiutali, per la sua intercessione, ad avere la forza di andare avanti, il conforto nella tristezza, il coraggio nella prova. Dona a chi li accoglie un po’ della tenerezza di questo padre giusto e saggio, che ha amato Gesù come un vero figlio e ha sorretto Maria lungo il cammino. Egli, che guadagnava il pane col lavoro delle sue mani, possa provvedere a coloro a cui la vita ha tolto tutto, e dare loro la dignità di un lavoro e la serenità di una casa. Te lo chiediamo per Gesù Cristo, tuo Figlio, che San Giuseppe salvò fuggendo in Egitto, e per intercessione della Vergine Maria, che egli amò da sposo fedele secondo la tua volontà. Amen.

sabato 19 settembre 2020

"Andate anche voi nella vigna" - Venticinquesima domenica del tempo ordinario

Vigna e lavoratori: sono le immagini che la parabola ci propone e che rappresentano tutti noi.

Noi siamo questi lavoratori: tutti infatti ci riconosciamo chiamati, in modi e ore diversi. E’ la chiamata alla vita innanzitutto; è la chiamata a un compito, a una missione, che ci è affidata con il dono stesso della vita.

Il motivo che muove Dio (adombrato nella figura del padrone) a rivolgerci questa chiamata non è altro che la gioia di farci collaborare con Lui e di condividere con Lui la crescita della vigna stessa. Non un calcolo, non una logica di imprenditore, di padrone, ma la gratuità, l’atteggiamento di un Padre che guarda non ai suoi interessi, ma ai bisogni di ciascuno di noi, alla nostra realizzazione e vuole che nessuno sia escluso dalla sua vigna.

Un Padre che spiazza ogni logica umana, che supera i nostri criteri, pensieri, misure, che va oltre alla resa e punta a dare a tutti, nessuno escluso, vita e dignità. Già il profeta Isaia lo ricorda nella prima lettura: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie… le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri”.   La giustizia umana è dare a ciascuno il suo, quella di Dio è dare a ciascuno il meglio. Nessun imprenditore farebbe così. Ma Dio non lo è; non un imprenditore, non il contabile dei meriti, lui è il Donatore, che non sa far di conto, ma che sa saziarci di sorprese. (E.Ronchi)

Dobbiamo allora mettere da parte i nostri schemi, le nostre idee, i nostri modi molto umani di pensare, per fare spazio alla novità sorprendente che il vangelo annuncia, che è innanzitutto la novità del volto di Dio che Gesù ci rivela e che vuole che nessuno sia escluso dalla condivisione del suo amore, della sua stessa vita.

L’immagine della vigna poi non raffigura solo la chiesa ma l’umanità intera, il grande campo del mondo.

C’è bisogno di operari che – liberi da una mentalità di guadagno e di interesse, oltre che da atteggiamenti di invidia reciproca (vedi Vangelo) – sappiano collaborare insieme, ognuno con le proprie capacità, ognuno a suo tempo, per rendere feconda, generativa la vigna.

Ha detto giorni fa il card. Bassetti commentando la tragica notizia dell’uccisione di d.Roberto: Oggi domandiamoci: che cosa posso fare per gli altri, per la Chiesa, per la società? Non è tempo di aspettare. C’è bisogno di essere in uscita, come dice il Papa e come ha testimoniato don Roberto”. 

C’è bisogno di operari per questa umanità, vigna di Dio. Questo nostro prete e tanti altri testimoni (d.Puglisi, P.Ambrosoli, Sr. Maria Laura), ma anche tanti sconosciuti, dell’ultima ora, piccoli, poveri, umili, che tuttavia hanno fatto e fanno la loro parte per rendere più vivibile questa nostra umanità ci interpellano.

Questi lavoratori della vigna sono per noi, cristiani che a volte ci riteniamo essere quelli della prima ora, invito a sentirci parte attiva della vigna del mondo, a “comportarci in modo degno del vangelo di Cristo”, a riscoprire la chiamata battesimale ricevuta quale chiamata di amore gratuito alla vita nuova, vita non di servi che eseguono ordini e doveri verso un padrone, bensì di figli che si riconoscono amati e chiamati da un Padre che vuole fare della sua vigna, del mondo intero, una sola famiglia di fratelli.

I fatti che abbiamo vissuto in questi giorni che reazioni hanno provocato in noi? Rabbia, forse anche critica e disprezzo verso lo/gli stranieri, paura, chiusura…?

Mi auguro invece che possano risvegliare in noi la bellezza di una vita spesa per il vangelo, spesa per amore, nell’impegno gioioso di ogni giorno a collaborare con tutti coloro che, pur in ore e tempi diversi, incontriamo al nostro fianco e superando ogni invidia e mormorazione. Impariamo finalmente a collaborare con tutti – credenti o meno, vicini o lontani - per far maturare in mezzo a noi frutti abbondanti di giustizia, di solidarietà e fratellanza, di pace.