LA VERA SFIDA È RESTARE UMANI
Ovunque nel mondo la questione migratoria è uno dei nodi
sociali e politici più scottanti. Dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America
Latina all’Africa, dall’Asia al Medio Oriente, questo tema attraversa le
società contemporanee e ne mette alla prova capacità di governo e logiche di
convivenza.
Eppure, nonostante la centralità del fenomeno, continuiamo a
parlarne in modo superficiale. Da una parte si alimenta l’illusione che
esistano soluzioni semplici a problemi complessi. Dall’altra si preferisce
rifugiarsi in affermazioni di principio che non si confrontano con le
difficoltà concrete della convivenza. La verità è che il processo di
integrazione rimane difficile. La costruzione di società multiculturali capaci
di valorizzare le differenze senza rinunciare alla coesione sociale è un
obiettivo ancora da raggiungere.
Le esperienze positive di integrazione, le storie di
successo, i percorsi di inclusione e partecipazione non mancano. Ma non possono
nemmeno essere negate tensioni, paure, segregazioni territoriali, conflitti
culturali.
In politica, la questione migratoria è strumentalizzata come
una potente leva di mobilitazione emotiva e costruzione del consenso. Le paure,
le insicurezze e le fragilità sociali vengono concentrate sulla figura del
migrante, che diventa il simbolo di tutto ciò che non funziona. Ma il prezzo è
alto. Perché quando l’altro diventa il capro espiatorio delle nostre
difficoltà, la società si abitua a pensare che l’esclusione sia una soluzione e
che l’ostilità possa sostituire la comprensione. Le immagini di uomini, donne e
bambini che attraversano deserti, affrontano il mare, vivono nei campi profughi
o muoiono lungo le rotte migratorie sono diventate parte del nostro paesaggio
quotidiano.
Le vediamo scorrere sugli schermi dei nostri telefoni e dei
nostri televisori senza che riescano più a interpellarci davvero. L’eccesso di
esposizione produce assuefazione. Ci siamo abituati alla sofferenza degli
altri. Accettiamo che ai confini delle nostre democrazie esistano campi di
detenzione dove la violenza e la crudeltà sono di casa. Perdiamo il conto dei
morti in mare e non reagiamo più allo sfruttamento – che in taluni casi arriva
fino a forme di neoschiavismo – che si riproduce nelle nostre comunità. Ci
convinciamo che quelle vite non abbiano nulla a che fare con la nostra.
Perdendo la capacità di riconoscere che dietro ogni numero esiste una persona,
una storia, una famiglia, un destino apriamo la strada a una società disumana.
La verità è che, dietro ai movimenti migratori
contemporanei, si manifestano molte delle grandi contraddizioni del nostro
tempo: squilibri economici, guerre, regimi autoritari, persecuzioni religiose
ed etniche, dissesti ambientali. Ma è troppo doloroso e impegnativo ammettere
questa connessione. Di fronte a tutto questo, è impressionante constatare
quanto sia difficile arrivare a costruire politiche lungimiranti. Prigionieri
del breve periodo, i politici promettono di risolvere il problema, sapendo perfettamente
di non avere soluzioni. Che richiederebbero cooperazione internazionale,
investimenti nei Paesi di origine, canali regolari di ingresso, politiche di
integrazione, percorsi educativi e una gestione coordinata tra diversi livelli
istituzionali. Tutte azioni che richiedono tempo, pazienza e visione
strategica. Caratteri che mal si conciliano con lo stile della politica
contemporanea. Il risultato è quello che vediamo: si procede con provvedimenti
emergenziali, misure tampone, interventi inefficaci ma ad alto impatto
comunicativo. Si rincorrono le crisi anziché governarle. Si annunciano svolte
decisive che producono effetti limitati. Ma, in questo modo, la sfiducia
cresce. Le paure aumentano. La domanda di soluzioni semplici si rafforza. Il
tradimento dei nostri valori si aggrava. In un circolo vizioso che non fa bene
alla democrazia.
In realtà, la questione migratoria ci obbliga a riconoscere
una questione più generale. Per decenni abbiamo creduto che la crescita
economica fosse essenzialmente un problema tecnico: investimenti, produttività,
innovazione, infrastrutture. Tutti elementi importanti e necessari. Ma, come
dimostra proprio la cronicizzazione del tema migratorio, nessuna società può
prosperare ignorando la dimensione umana.
Non esiste sviluppo senza cura delle persone. Non esiste
crescita senza relazioni sociali. Non esiste benessere collettivo se una parte
dell’umanità viene considerata irrilevante o sacrificabile. Le migrazioni ci
ricordano che il destino degli esseri umani che abitano il pianeta terra è oggi
profondamente intrecciato. E ciò che accade a migliaia di chilometri di
distanza produce conseguenze che arrivano fino a noi.
La sfida non è trovare una soluzione definitiva a un
fenomeno che ci accompagnerà ancora a lungo. La sfida consiste nel costruire
società capaci di governare la complessità senza rinunciare all’umanità. E una
cultura in cui capacità politica e sensibilità umana procedono insieme. Sembra
un’ovvietà. Eppure, proprio la questione migratoria dimostra quanto sia
difficile tradurre questa consapevolezza in scelte concrete. Forse perché,
prima ancora di essere una questione di confini, le migrazioni hanno a che fare
con il modo in cui guardiamo l’altro e, in definitiva, con il modo in cui
comprendiamo noi stessi.
Mauro Magatti (da Avvenire)