sabato 13 giugno 2026

XI domenica del tempo ordinario - "Il regno dei cieli è vicino"

 

LA VERA SFIDA È RESTARE UMANI

Ovunque nel mondo la questione migratoria è uno dei nodi sociali e politici più scottanti. Dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina all’Africa, dall’Asia al Medio Oriente, questo tema attraversa le società contemporanee e ne mette alla prova capacità di governo e logiche di convivenza.

Eppure, nonostante la centralità del fenomeno, continuiamo a parlarne in modo superficiale. Da una parte si alimenta l’illusione che esistano soluzioni semplici a problemi complessi. Dall’altra si preferisce rifugiarsi in affermazioni di principio che non si confrontano con le difficoltà concrete della convivenza. La verità è che il processo di integrazione rimane difficile. La costruzione di società multiculturali capaci di valorizzare le differenze senza rinunciare alla coesione sociale è un obiettivo ancora da raggiungere.

Le esperienze positive di integrazione, le storie di successo, i percorsi di inclusione e partecipazione non mancano. Ma non possono nemmeno essere negate tensioni, paure, segregazioni territoriali, conflitti culturali.

In politica, la questione migratoria è strumentalizzata come una potente leva di mobilitazione emotiva e costruzione del consenso. Le paure, le insicurezze e le fragilità sociali vengono concentrate sulla figura del migrante, che diventa il simbolo di tutto ciò che non funziona. Ma il prezzo è alto. Perché quando l’altro diventa il capro espiatorio delle nostre difficoltà, la società si abitua a pensare che l’esclusione sia una soluzione e che l’ostilità possa sostituire la comprensione. Le immagini di uomini, donne e bambini che attraversano deserti, affrontano il mare, vivono nei campi profughi o muoiono lungo le rotte migratorie sono diventate parte del nostro paesaggio quotidiano.

Le vediamo scorrere sugli schermi dei nostri telefoni e dei nostri televisori senza che riescano più a interpellarci davvero. L’eccesso di esposizione produce assuefazione. Ci siamo abituati alla sofferenza degli altri. Accettiamo che ai confini delle nostre democrazie esistano campi di detenzione dove la violenza e la crudeltà sono di casa. Perdiamo il conto dei morti in mare e non reagiamo più allo sfruttamento – che in taluni casi arriva fino a forme di neoschiavismo – che si riproduce nelle nostre comunità. Ci convinciamo che quelle vite non abbiano nulla a che fare con la nostra. Perdendo la capacità di riconoscere che dietro ogni numero esiste una persona, una storia, una famiglia, un destino apriamo la strada a una società disumana.

La verità è che, dietro ai movimenti migratori contemporanei, si manifestano molte delle grandi contraddizioni del nostro tempo: squilibri economici, guerre, regimi autoritari, persecuzioni religiose ed etniche, dissesti ambientali. Ma è troppo doloroso e impegnativo ammettere questa connessione. Di fronte a tutto questo, è impressionante constatare quanto sia difficile arrivare a costruire politiche lungimiranti. Prigionieri del breve periodo, i politici promettono di risolvere il problema, sapendo perfettamente di non avere soluzioni. Che richiederebbero cooperazione internazionale, investimenti nei Paesi di origine, canali regolari di ingresso, politiche di integrazione, percorsi educativi e una gestione coordinata tra diversi livelli istituzionali. Tutte azioni che richiedono tempo, pazienza e visione strategica. Caratteri che mal si conciliano con lo stile della politica contemporanea. Il risultato è quello che vediamo: si procede con provvedimenti emergenziali, misure tampone, interventi inefficaci ma ad alto impatto comunicativo. Si rincorrono le crisi anziché governarle. Si annunciano svolte decisive che producono effetti limitati. Ma, in questo modo, la sfiducia cresce. Le paure aumentano. La domanda di soluzioni semplici si rafforza. Il tradimento dei nostri valori si aggrava. In un circolo vizioso che non fa bene alla democrazia.

In realtà, la questione migratoria ci obbliga a riconoscere una questione più generale. Per decenni abbiamo creduto che la crescita economica fosse essenzialmente un problema tecnico: investimenti, produttività, innovazione, infrastrutture. Tutti elementi importanti e necessari. Ma, come dimostra proprio la cronicizzazione del tema migratorio, nessuna società può prosperare ignorando la dimensione umana.

Non esiste sviluppo senza cura delle persone. Non esiste crescita senza relazioni sociali. Non esiste benessere collettivo se una parte dell’umanità viene considerata irrilevante o sacrificabile. Le migrazioni ci ricordano che il destino degli esseri umani che abitano il pianeta terra è oggi profondamente intrecciato. E ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza produce conseguenze che arrivano fino a noi.

La sfida non è trovare una soluzione definitiva a un fenomeno che ci accompagnerà ancora a lungo. La sfida consiste nel costruire società capaci di governare la complessità senza rinunciare all’umanità. E una cultura in cui capacità politica e sensibilità umana procedono insieme. Sembra un’ovvietà. Eppure, proprio la questione migratoria dimostra quanto sia difficile tradurre questa consapevolezza in scelte concrete. Forse perché, prima ancora di essere una questione di confini, le migrazioni hanno a che fare con il modo in cui guardiamo l’altro e, in definitiva, con il modo in cui comprendiamo noi stessi.

Mauro Magatti   (da Avvenire)


sabato 6 giugno 2026

Corpus Domini - Nell'Eucaristia la forza, la comunione, la Vita.

O Pane disceso dal cielo,

le nostre coscienze si aprono a Te per riceverti.

Abbiamo bisogno del tuo corpo e del tuo sangue,

della tua sostanza e del tuo slancio

per sentirci corroborati in te,

per realizzare quanto in noi continuamente immetti.

O Pane disceso dal cielo,

alimenta in noi la vita che sei venuto a portare. Amen.

(G.Vannucci)


sabato 30 maggio 2026

Santissima TRINITA' - Dio è tutto e solo amore.

BENEDETTO XVI

Solennità della Santissima Trinità

ANGELUS Domenica, 7 giugno 2009 

Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l’Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l’intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell’Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell’unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.

Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.

domenica 24 maggio 2026

Pentecoste - Lo Spirito per un'umanità rinnovata.

Un’enciclica per il cambio d’epoca

IL FUTURO CHIEDE UMANESIMO

Quando nel 1891 fu pubblicata la Rerum novarum, l’umanità stava entrando nel mondo nuovo della rivoluzione industriale, con le immense potenzialità della tecnica che si accompagnavano a profonde lacerazioni: sfruttamento, disuguaglianze, sradicamento. Leone XIII comprese allora che non era possibile restare spettatori.

Occorreva entrare dentro la storia per comprenderla e accompagnarla.

Oggi siamo nel mezzo della trasformazione digitale: l’Intelligenza artificiale, le piattaforme, gli algoritmi, i sistemi di automazione e le reti globali stanno cambiando il nostro modo di lavorare, comunicare, apprendere, costruire relazioni e perfino percepire noi stessi. Non cambiano solo i processi economici. l’esperienza umana che si va modificando.

La domanda però resta sempre la stessa: come far sì che la tecnica sia al servizio dell’uomo e non viceversa?

Per comprendere la posta in gioco occorre partire da una premessa: la tecnica non è qualcosa di giustapposto alla condizione umana.

Fin dai primi utensili di pietra, dall’invenzione del fuoco, della scrittura, della ruota, l’uomo ha sempre trasformato il mondo trasfor-mando sé stesso. Ogni tecnica è una estensione delle capacità umane: amplifica la forza, la memoria, la velocità, la comunicazione. E più di recente la capacità di elaborazione e decisione. Ma proprio per questo la tecnica possiede una natura ambivalente. O per meglio dire, è un “farmaco”, che cura e ammala allo stesso tempo. Guarisce perché risolve problemi e apre possibilità nuove; avvelena perché genera nuove dipendenze e squilibri. Per questo sbagliano tanto i tecno-ottimisti – che vedono nella tecnologia una promessa automatica di salvezza – quanto i tecnofobici, che vi leggono soltanto una minaccia. L’errore che li accomuna è la rinuncia allo sforzo di comprendere e alla fatica di costruire. Ciò che serve è uno sguardo più profondo, capace di abitare il cambiamento senza subirlo. Comprendere il nuovo mondo significa coglierne insieme le potenzialità e i rischi. Ben sapendo che nessuna trasformazione storica è indolore. La rivoluzione industriale ha richiesto decenni di lotte sociali, nuove istituzioni, nuovi diritti, nuove forme educative. E così sarà anche con i cambiamenti dei nostri tempi. L’innovazione tecnologica da sola non basta. Servono riforme e riorganizzazioni a livello sociale, istituzionale, culturale. E di questo non si occuperanno le grandi società del tech. Sarà compito di ognuno di noi.

La storia dimostra che il processo attraverso cui una società riesce a raccogliere i frutti di un cambiamento tecnologico è lungo e faticoso. Passa attraverso errori, correzioni, conflitti e apprendimenti collettivi. Pensare che il progresso si produca spontaneamente è un’illusione pericolosa. Per non perdere la strada, il punto di riferimento cardinale resta l’uomo. Tutto l’uomo e tutti gli uomini. Tutto l’uomo significa riconoscere che l’essere umano non è soltanto produttore, consumatore o utilizzatore di dati. È corpo e mente, ragione e affettività, desiderio e relazione, libertà e fragilità, capacità tecnica e ricerca di senso. Ridurre la persona a una sola dimensione significa impoverirla. Ma occorre anche dire: tutti gli uomini. Perché ogni rivoluzione tecnologica produce inevitabilmente nuove disuguaglianze. C’è chi corre avanti e chi resta indietro. Ci sono coloro che possiedono competenze, risorse e strumenti e coloro che rischiano di essere esclusi. Ci sono nuove forme di concentrazione del potere e nuove marginalità.

L’attenzione agli ultimi non nasce da una logica assistenziale; nasce dalla consapevolezza che una società si spezza quando una parte dei suoi membri viene ridotta a scarto.

Per accompagnare questo cambio d’epoca, Leone XIV offre al mondo la sua prima enciclica, che verrà presentata dal Papa stesso domani. Può sembrare poco nel tempo della velocità digitale. Eppure, è un passo di grande saggezza. Perché oggi ciò che rischiamo di perdere è proprio la fiducia nella parola.

Viviamo immersi in un flusso continuo di messaggi, immagini, commenti, contenuti prodotti in quantità crescente. Ma l’abbondanza comunicativa rischia di produrre solo rumore, confusione e, alla fine, disorientamento.

Per questo un testo che inviti alla riflessione, che tracci una rotta e cerchi di tenere insieme esperienza, ragione e speranza è prezioso: la parola può ancora creare legame, aprire comprensione, costruire futuro. Richiamandosi come preannunciato dallo stesso Pontefice a Leone XIII - e sicuramente in continuità con l’opera di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco - la nuova enciclica sarà uno strumento per continuare il dialogo con il mondo come il Concilio vaticano II ha tanto raccomandato. Perché non tratta di porsi né sopra né contro la storia. Ma di camminare accanto all’umanità, alle sue fatiche e alle sue paure. Ai suoi errori e alle sue speranze. Alla sua capacità di immaginare e costruire mondi nuovi. Accanto, cioè, a questa magnifica umanità che siamo.

Mauro Magatti   (da Avvenire del 24.05.2026)