«Evangelizzazione
e vocazioni, ripartire dalla cura dell’interiorità»
«Ogni vocazione non può che
iniziare dalla consapevolezza e dall’esperienza di un Dio che è Amore». Così,
papa Leone XIV nel suo messaggio per la 63ª Giornata mondiale di preghiera per
le vocazioni invita alla scoperta del dono di Dio che abita il cuore. Sulle
pagine di Avvenire abbiamo letto spesso riguardo la sete di spiritualità
che abita il cuore dei giovani e non soltanto. La ricerca del senso spinge alla
profondità, allo spessore della vita, al desiderio di una sua consistenza
affinché possa tenere e sostenere il peso e il contrasto della realtà. Che
tutto non sia vano, che le relazioni siano vere, che il futuro possa essere
felice, che si possa contare su qualcuno, che qualcosa della vita rimanga per
sempre non sono domande lontane dall’animo e dal cuore di noi, adulti, giovani
e adolescenti. Riguardo la spiritualità, la tecnologia contiene l’illusione del
non avere a che fare con la durezza, la lotta e la fatica della vita. Le
immagini che la descrivono hanno il colore evanescente delle nuvole, le stesse
sulle quali ci illudiamo di salvare i documenti che contengono il nostro
lavoro, i nostri ricordi, le finestre alle quali affidiamo domande, chiediamo
consigli e suggerimenti. Le icone delle aziende che offrono questi servizi
rimandano all’idea di freschezza, di leggerezza, di cielo facendo dimenticare
che per esistere anch’essi hanno bisogno di un hardware fatto di pesanti e
costose infrastrutture. Una via per mettersi alla ricerca del senso è non
cedere all’illusione che la vita sia altrove né che il senso si trovi su un altro
piano rispetto alla realtà. Per scoprire, riconoscere, sapere il senso della
vita è decisivo fermarsi: «occorrono contemplazione e interiorità». La stessa
parola “senso” risuona nella mente alla maniera del concetto, l’immaginazione
porta a tracciarne i contorni come fosse una filosofia a cercare il sapore di
una risposta, statica e convincente. Quasi mai il termine rimanda ad una
storia. Eppure, ciascuno di noi non fatica a riconoscere che il senso della
vita ha proprio a che fare con volti concreti di persone, amici e amiche,
compagni di viaggio e di vita. Il senso della vita – quello che rimane, ciò che
ne restituisce il gusto e la bellezza – è fatto di mani, strette nell’amicizia
o tese nel bisogno, di passi compiuti, di lavoro operoso e condiviso nella cura
e nella gratuità; sono rapporti ricuciti, tempi e luoghi nei quali, finalmente,
sedersi e raccontare, ascoltare ed essere ascoltati.
Della vita c’è un senso, un
verso, una direzione nella quale essa si fa e c’è un verso contrario, secondo
il quale si disfa. Il primo è la via tracciata dal Buon Pastore, un sentiero
che sappiamo essere Lui stesso, la sua persona, la sua storia, di cui possiamo
essere parte. Il senso della vita è la persona del Signore Gesù. Con Lui, papa
Leone invita ad entrare in relazione per «splendere della sua stessa bellezza».
La vita si fa nella direzione dell’amore, nel verso contrario, si disfa. E
l’amore scorre nella profondità delle relazioni, nella cura dei gesti, nella
misura delle parole, nell’intuire e riconoscere il bene da compiere per
scrivere, giorno dopo giorno, il racconto della nostra vita, il nostro nome, la
nostra vocazione.
«La cura dell’interiorità: è da
qui che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale e nell’impegno sempre
nuovo dell’evangelizzazione. In questo spirito, invito tutti – famiglie,
parrocchie, comunità religiose, vescovi, sacerdoti, diaconi, catechisti,
educatori e fedeli laici – a impegnarsi sempre di più nel creare contesti
favorevoli affinché questo dono possa essere accolto, nutrito, custodito e
accompagnato per portare abbondante frutto. Solo se i nostri ambienti
splenderanno per fede viva, preghiera costante e accompagnamento fraterno, la
chiamata di Dio potrà sbocciare e maturare, diventando strada di felicità e
salvezza per ciascuno e per il mondo», scrive Leone XIV nel suo messaggio. Oggi
preghiamo per tutte le vocazioni chiedendo in particolare il dono di nuovi
sacerdoti, di nuove consacrate e consacrati. Il Signore infonda nel cuore dei
giovani il desiderio di seguirlo sulla via del ministero ordinato, della vita
consacrata, del matrimonio e del laicato vissuto per il Regno. Ne abbiamo
bisogno, per questo vogliamo pregare!
MICHELE GIANOLA
Direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle
vocazioni
MESSAGGIO DEL SANTO
PADRE LEONE XIV PER LA LXIII GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI
IV Domenica di Pasqua - 26 aprile 2026
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La scoperta interiore del dono di Dio
Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani!
Guidati e custoditi da Gesù Risorto, celebriamo nella IV domenica di
Pasqua, detta “domenica del buon Pastore”, la LXIII Giornata Mondiale di
Preghiera per le Vocazioni. È un’occasione di grazia in cui condividere alcune
riflessioni sulla dimensione interiore della vocazione, intesa come scoperta
del dono gratuito di Dio che sboccia nel profondo del cuore di ciascuno di noi.
Percorriamo allora insieme la via di una vita veramente bella, che il Pastore
ci indica!
La via della bellezza
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si definisce letteralmente il «pastore
bello» (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) ( Gv 10,11). L’espressione indica un pastore
perfetto, autentico, esemplare, in quanto è pronto a dare la vita per le sue
pecore, manifestando così l’amore di Dio. È il Pastore che affascina: chi lo
guarda scopre che la vita è davvero bella se lo si segue. Per conoscere questa
bellezza non bastano gli occhi del corpo o criteri estetici: occorrono
contemplazione e interiorità. Solo chi si ferma, ascolta, prega e accoglie il
suo sguardo può dire con fiducia: “Mi fido, con Lui la vita può essere davvero
bella, voglio percorrere la via di questa bellezza”. E la cosa più
straordinaria è che, diventando suoi discepoli, si diventa a propria volta
“belli”: la sua bellezza ci trasfigura. Come scrive il teologo Pavel
Florenskij, l’ascetica non crea l’uomo “buono”, ma l’uomo “bello”. Il tratto
che contraddistingue i santi, infatti, oltre alla bontà, è la bellezza
spirituale luminosa che irradia da chi vive in Cristo. Così la vocazione
cristiana si rivela in tutta la sua profondità: partecipare della sua vita,
condividere la sua missione, splendere della sua stessa bellezza.
Questa comunicazione interiore di vita, di fede e di senso fu
l’esperienza anche di Sant’Agostino, il quale, nel libro terzo delle Confessioni,
mentre dichiara e confessa i suoi peccati ed errori giovanili, riconosce Dio
«più intimo di ogni mia intimità». Oltre la consapevolezza di sé, egli scopre
la bellezza della luce divina che lo guida nel buio. Agostino scorge la
presenza di Dio nella parte più interiore della sua anima, e ciò implica l’aver
compreso e vissuto l’importanza della cura dell’interiorità come spazio di
relazione con Gesù, come via per sperimentare la bellezza e la bontà di Dio
nella propria vita. Tale relazione si edifica nella preghiera e nel silenzio e,
se coltivata, ci apre alla possibilità di accogliere e vivere il dono della
vocazione, che non è mai un’imposizione o uno schema prefissato a cui
semplicemente aderire, ma un progetto di amore e di felicità. La cura
dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale
e nell’impegno sempre nuovo dell’evangelizzazione.
In questo spirito, invito tutti – famiglie, parrocchie, comunità
religiose, vescovi, sacerdoti, diaconi, catechisti, educatori e fedeli laici –
a impegnarsi sempre di più nel creare contesti favorevoli affinché questo dono
possa essere accolto, nutrito, custodito e accompagnato per portare abbondante
frutto. Solo se i nostri ambienti splenderanno per fede viva, preghiera
costante e accompagnamento fraterno, la chiamata di Dio potrà sbocciare e
maturare, diventando strada di felicità e salvezza per ciascuno e per il mondo.
Incamminati sulla via che Gesù, il bel Pastore, ci indica, impariamo allora
a conoscere meglio noi stessi e a conoscere più da vicino Dio che ci ha
chiamati.
Conoscenza reciproca
«Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il
suo sguardo d’amore». Ogni vocazione, infatti, non può che iniziare dalla
consapevolezza e dall’esperienza di un Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,16):
Egli ci conosce profondamente, ha contato i capelli del nostro capo (cfr Mt
10,30) e ha pensato per ognuno una via unica di santità e di servizio. Questa
conoscenza, però, dev’essere sempre reciproca: siamo invitati a conoscere Dio
attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola, i Sacramenti, la vita della
Chiesa e la donazione ai fratelli e alle sorelle. Come il giovane Samuele, che
nella notte, forse in maniera inaspettata, udì la voce del Signore e imparò a
riconoscerla con l’aiuto di Eli (cfr 1 Sam 3,1-10), così anche noi
dobbiamo creare spazi di silenzio interiore per intuire ciò che il Signore ha
in cuore per la nostra felicità. Non si tratta di un sapere intellettuale
astratto o di una conoscenza dotta, ma di un incontro personale che trasforma
la vita. Dio abita il nostro cuore: la vocazione è un dialogo intimo con Lui,
che chiama – nonostante il rumore talvolta assordante del mondo – invitandoci a
rispondere con vera gioia e generosità.
« Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat
veritas – Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso, la Verità abita
nell’uomo interiore». Ancora sant’Agostino ci ricorda quanto sia importante
imparare a fermarsi, costruire spazi di silenzio interiore per poter ascoltare
la voce di Gesù Cristo.
Cari giovani, ascoltate questa voce! Ascoltate la voce del Signore che
vi invita a vivere una vita piena, realizzata, mettendo a frutto i propri
talenti (cfr Mt 25,14-30) e inchiodando alla Croce gloriosa di Cristo i
propri limiti e le proprie debolezze. Fermatevi, dunque, in adorazione
eucaristica, meditate assiduamente la Parola di Dio per viverla ogni giorno,
partecipate attivamente e pienamente alla vita sacramentale ed ecclesiale. In
questo modo conoscerete il Signore e, nell’intimità propria dell’amicizia,
scoprirete come donare voi stessi, nella via del matrimonio, o del sacerdozio,
o del diaconato permanente, oppure nella vita consacrata, religiosa o secolare:
ogni vocazione è un dono immenso per la Chiesa e per chi la accoglie con gioia.
Conoscere il Signore significa soprattutto imparare a fidarsi di Lui e della
sua Provvidenza, che sovrabbonda in ogni vocazione.
Fiducia
Dalla conoscenza nasce la fiducia, atteggiamento che è figlio della
fede, essenziale sia per accogliere la vocazione, sia per perseverare in essa.
La vita, infatti, si rivela come un continuo fidarsi e affidarsi al Signore,
anche quando i suoi piani sconvolgono i nostri. Pensiamo a San Giuseppe, che,
nonostante l’inatteso mistero della maternità della Vergine, si affida al sogno
divino e accoglie Maria e il Bambino con cuore obbediente (cfr Mt
1,18-25; 2,13-15). Giuseppe di Nazaret è un’icona di fiducia totale nel disegno
di Dio: si fida anche quando tutto intorno a lui sembra essere tenebra e
negatività, quando le cose sembrano andare in direzione opposta rispetto a
quella prevista. Egli si fida e si affida, certo della bontà e della fedeltà
del Signore. «In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il
suo “ fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani».
Come ci ha insegnato il Giubileo della Speranza, occorre
coltivare una fiducia ferma e stabile nelle promesse di Dio, senza cedere mai
alla disperazione, superando paure e incertezze, certi che il Risorto è Signore
della storia del mondo e della nostra personale: Egli non ci abbandona nelle
ore più buie, ma viene a diradare con la sua luce tutte le nostre tenebre. E
proprio grazie alla luce e alla forza del suo Spirito, anche attraverso prove e
crisi, possiamo vedere la nostra vocazione maturare, riflettere sempre più la
stessa bellezza di Colui che ci ha chiamato, una bellezza fatta di fedeltà e
fiducia, nonostante le ferite e le cadute.
Maturazione
La vocazione, in effetti, non è un traguardo statico, ma un processo
dinamico di maturazione, favorito dall’intimità con il Signore: stare con Gesù,
lasciar agire lo Spirito Santo nei cuori e nelle situazioni della vita e
rileggere tutto alla luce del dono ricevuto significa crescere nella vocazione.
Come la vite e i tralci (cfr Gv 15,1-8), così tutta la nostra esistenza
deve costituirsi in un legame forte ed essenziale con il Signore, in modo da
diventare una risposta sempre più piena alla sua chiamata, attraverso le prove
e le necessarie potature. I “luoghi” dove si manifesta maggiormente la volontà
di Dio e si fa esperienza del suo infinito amore sono spesso i legami autentici
e fraterni che siamo capaci di instaurare nel corso della nostra vita. Quanto è
prezioso avere una valida guida spirituale che accompagni la scoperta e lo
sviluppo della nostra vocazione! Quanto sono importanti il discernimento e la
verifica alla luce dello Spirito Santo, perché una vocazione possa realizzarsi
in tutta la sua bellezza. Vocazione, dunque, non è un possesso immediato,
qualcosa di “dato” una volta per tutte: è piuttosto un cammino che si sviluppa
analogamente alla vita umana, in cui il dono ricevuto, oltre ad essere
custodito, deve nutrirsi di un rapporto quotidiano con Dio per poter crescere e
portare frutto. «Questo ha un grande valore, perché colloca tutta la nostra
vita di fronte a quel Dio che ci ama e ci permette di capire che nulla è frutto
di un caos senza senso, ma al contrario tutto può essere inserito in un cammino
di risposta al Signore, che ha un progetto stupendo per noi».
Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, vi incoraggio a coltivare
la vostra relazione personale con Dio attraverso la preghiera quotidiana e la
meditazione della Parola. Fermatevi, ascoltate, affidatevi: in questo modo, il
dono della vostra vocazione maturerà, vi renderà felici e porterà frutti
abbondanti per la Chiesa e per il mondo.
La Vergine Maria, modello di accoglienza interiore del dono divino e
maestra dell’ascolto orante, vi accompagni sempre in questo cammino!
Dal
Vaticano, 16 marzo 2026 - LEONE
PP. XIV