sabato 8 agosto 2026

"Coraggio non abbiate paura" - XIX domenica del tempo ordinario


OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV AI GIOVANI PARTECIPANTI AL
"GO! FRANCISAN YOUTH MEETING 2026"

Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola (Assisi)
Festa della Trasfigurazione del Signore 

Giovedì, 6 agosto 2026

 

Carissimi giovani!

La festa della Trasfigurazione, che stiamo celebrando, è un mistero di luce che ci aiuta ad approfondire il nostro incontro, così gioioso, ma anche denso di interrogativi sul presente e sul futuro. Troviamo nel racconto evangelico il contrasto fra luce e ombra, silenzio e parole, stupore e incomprensione. Siamo ad Assisi, una città alla quale salgono da secoli tanti pellegrini – oggi anche noi – perché qui tutto sussurra che la nostra vita può cambiare forma, sprigionare luce, riparare il mondo. Qui è iniziata la trasfigurazione di Francesco, di Chiara e poi di migliaia di altri giovani: hanno accolto il Vangelo sine glossa – noi diremmo: senza sconti – e la vita di Gesù è ricominciata in loro.

Siamo arrivati qui per capire dove va la storia e dove stiamo andando noi. Nel Vangelo vediamo che si può trovare un senso, si può intravvedere una strada. Come Pietro, Giacomo e Giovanni siamo portati un po’ in disparte e Gesù è con noi. Questo conta: la sua presenza. Sul monte gli apostoli contemplano Gesù che si orienta al proprio futuro. Circa questo punto, c’era stata fra loro incomprensione. Sei giorni prima Pietro aveva contestato al Maestro il suo parlare apertamente della croce (cfr Mt 16, 21-26): si aspettava la gloria per il Messia, e forse anche per sé, senza mettere in conto resistenze e rischi, ma soprattutto senza domandarsi che cosa sia la gloria. Ora, nella trasfigurazione di Gesù, è Dio stesso a rivelarsi nella sua gloria, che ha l’aspetto di una nube che protegge e che avvolge. Indica il Figlio, invita ad ascoltarlo. La via della vita si scopre seguendolo insieme. La sua bellezza ha un nuovo aspetto, un’intensità senza precedenti, tanto che Pietro vorrebbe fermare il tempo e prolungare quella visione. Generosamente, si offre di costruire tre capanne, come per veder continuare la conversazione tra Gesù, Mosè ed Elia. In quella conversazione, invece, bisogna entrare. Non si può restarne solo spettatori. Siamo infatti chiamati a leggere le Scritture col Maestro, a interpretare il nostro tempo e a prendere decisioni, seguendo il suo cammino. Siamo qui per vincere la rassegnazione e la paura, per sciogliere i dubbi che trattengono anche noi, come trattenevano gli apostoli. Gesù ci chiama a dialogare con la sua storia, per scrivere nuove pagine di storia.

Mentre ascoltiamo che «il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce» (Mt 17,2) pensiamo al mattino di Pasqua, quando un angelo del Signore rovesciò la pietra che chiudeva il sepolcro e portò l’annuncio della risurrezione. «Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve» (Mt 28,3). È la luce di un nuovo giorno, verso il quale siamo orientati, mentre attorno a noi, e talvolta in noi, è ancora buio. Ne vediamo l’aurora nei santi canonizzati, come San Francesco e Santa Chiara, e in una miriade di fratelli e sorelle che al male rispondono col bene. Non siamo soli! In questi giorni ne avete fatto esperienza: vi siete incontrati e ascoltati, passando dal rumore di voci sovrastanti e contrastanti all’arte della conversazione. Oggi contempliamo Gesù che si trasfigura proprio nella conversazione col Padre, con chi lo ha preceduto, Mosè ed Elia, e coi suoi contemporanei, i discepoli.

La Chiesa esiste per portarci in questo dinamismo di ascolto e di decisione, in cui comprendere per chi vivere e come vivere. È la comunità in cui imparare a distinguere la voce di Dio, che non coincide mai semplicemente con le nostre opinioni, e osare quell’obbedienza allo Spirito Santo che ha reso audaci e creativi tutti coloro che hanno accettato di seguire Gesù: noi ci de-figuriamo separandoci da Lui e dagli altri; ci trasfiguriamo, invece, nei legami che nutrono e chiamano alla vita. La spiritualità francescana, nella quale siete stati formati, è tra le più attente a riparare i rapporti fondamentali con Dio e con tutte le sue creature: un’armonia da custodire e coltivare, oggi più che mai.

In questo senso, all’inizio della mia prima Enciclica ho suggerito che «Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto. Là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”.  Questa magnifica umanità in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza» (Magnifica humanitas, 1).

Cari amici, la ragione per cui San Francesco, ottocento anni dopo la sua morte, ci attrae ancora, sta nella magnifica umanità che lo portò ad abbandonare le vie già tracciate, perché se ne aprisse una nuova, più coerente col cammino di Gesù. Anche in una città già da secoli cristiana, come Assisi, questo apparve rivoluzionario. «La scelta di Chiara risultò ancora più impressionante: una ragazza che voleva essere come Francesco, che voleva vivere, da donna, libera come quei fratelli!» (Udienza giubilare, 4 ottobre 2025). È l’energia del cristianesimo, quella dei suoi inizi e delle sue molteplici ripartenze.

Ebbene, cari giovani, oggi l’Europa e il mondo intero cercano in voi nuovi santi: osate credere nella parola del Vangelo, diventate umani con la libertà di Gesù Cristo, abbracciate sorella povertà! Il titolo del vostro incontro – Go! – è una missione, un invio su strade di cui non abbiamo le mappe, perché si aprono ascoltando il cuore, obbedendo allo Spirito, seguendo il Risorto dove ha voluto precederci. Go! Andate! O meglio ancora: andiamo! Let’s go! Ai margini, dove l’ingiustizia e la prepotenza di pochi negano la dignità e i sogni di molti, di troppi figli e figlie di Dio. Papa Francesco, ispirandosi al Poverello di Assisi, ci ha messi in guardia dalla «tentazione di essere cristiani mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano» (Francesco, Evangelii gaudium, 270).

Si può non essere compresi, persino da quelli di casa, come avvenne a San Francesco. Eppure, sottrarsi alla cultura della potenza e abbattere i muri che separano fra loro gli esseri umani non è mai tradire la famiglia, la città, la tradizione, ma liberarle dai loro fantasmi, da nemici inventati per paura e ignoranza, dalla violenza con cui si vorrebbe imporre il proprio piccolo ordine su una realtà che da ogni parte ci supera. Fidarsi di Dio è ritrovare, come Francesco e Chiara, un mondo di fratelli e sorelle da apprezzare e servire, non da sfruttare e dominare. Non un mondo da difendere, ma da abbracciare.

Votatevi, cari giovani, alla civiltà dell’amore, di cui avete incontrato i germogli in tanti esempi di gratuità, e che trasfigura – a immagine di Cristo – innumerevoli operatori di pace anche oggi impegnati a servire la vita nei più tragici scenari di morte. Unite le migliori energie della vostra magnifica umanità – gli studi, le competenze, il lavoro, le amicizie, l’amore, la preghiera – attualizzando in modi diversi la visione di Francesco. Immagino vi sia cara la preghiera a lui spesso attribuita, un testo del secolo scorso:

Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:
dove è l’odio, che io porti l’amore,
dove è l’offesa, che io porti il perdono,
dove è la discordia, che io porti l'unione,
dove è l'errore, che io porti la verità,
dove è il dubbio, che io porti la fede,
dove è la disperazione, che io porti la speranza,
dove sono le tenebre, che io porti la luce,

dove è la tristezza, che io porti la gioia.

Ecco “dove” andare! Go! Ma ecco specialmente “come” andare:

Signore, fa che io non cerchi tanto
di essere consolato, quanto di consolare,
di essere compreso, quanto di comprendere,
di essere amato, quanto di amare.
Poiché è nel donare che si riceve,
nel dimenticare sé stessi che si ritrova sé stessi,
nel perdonare che si è perdonati,
nel morire che si risuscita a vita eterna.

Cari amici, possano questi giorni ad Assisi imprimersi nella vostra memoria e il ritorno a casa, ai diversi Paesi d’Europa verso cui viaggerete, sia come la discesa di Pietro, Giacomo e Giovanni dal monte alto della trasfigurazione. Un ritorno pensoso, aperto al futuro, impegnato con Gesù Cristo. Lui si fida di voi, conta su di voi, rimane sempre con voi.

 

sabato 1 agosto 2026

"O voi tutti assetati, venite all'acqua..." - L'ultimo editoriale di don A.Mazzi

 

CHE COSA NON VA OGGI NEGLI ADULTI

Temo che non abbiamo più genitori capaci di interpretare e vivere le difficoltà. Per questo li invito a riflettere e commentare con i figli il mio “Decalogo Straordinario”

Oggi ai nostri adolescenti mancano adulti “veri”, amicizia, speranza nel futuro… Sembra poco? No, è tutto quello che serve per diventare grandi. Proviamo a declinare meglio i tre aspetti.  

Partiamo dagli adulti: cosa c’è che non va in quelli dei nostri giorni?

Non abbiamo più adulti. Siamo diventati solo vecchi, non adulti, forse perché abbiamo dimenticato come si fa a diventarlo. L’adulto è colui che sa rendere testimonianza in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni situazione, quando le cose vanno bene e anche quando vanno male. Oggi invece non abbiamo adulti “veri”. Soprattutto non abbiamo genitori capaci di interpretare e di vivere le difficoltà.

Tantissimi contatti, pochi amici

Veniamo al secondo punto, l’amicizia. Oggi che tutti i giovani hanno migliaia di contatti sui social con tantissimi “amici”, magari si incontrano, si frequentano ma hanno smarrito il significato vero di amicizia, di gioco insieme. Durante l’adolescenza si sogna insieme. E si sogna insieme perché ci si sente amici. Oggi non succede più, chiediamoci perché…
E tornando ai genitori, mi limito a dire due cose, che siano due suggerimenti per le madri e i padri di questi giorni.
Il primo è il dovere di testimoniare. Testimoniare vuol dire non fermarsi alla superficie, ricordarsi che esiste una vita interiore. Certo, anche questa è una parola che va chiarita, troppo spesso usiamo parole come chiacchere. Le parole che contano sono frutto della verità. Testimoniare vuol dire rendere concreto quello che si dice, vuol dire incarnare le parole dopo averle dette, cioè essere esempi importanti per i nostri ragazzi.
Il secondo è aiutare gli adolescenti a volersi bene. Oggi non si vogliono bene e non perché siano cattivi. Non si vogliono bene perché sono tristi, è scomparso il sorriso dai loro volti. Qualcuno dice che, dopo la pandemia, sia aumentata l’incertezza del futuro. È vero, ma non basta a spiegare questa situazione di disorientamento generale.
L’incertezza nel futuro c’è sempre stata, ma una cosa è vedere il futuro con speranza oppure vederlo con disperazione. Noi adulti dobbiamo tornare a dire ai giovani che qualcosa di bene verrà, che vale la pena scommettere sul futuro, che la speranza è tutto.
Certo, per dirlo, ci vorrebbero degli adulti. Che però, non essendo cresciuti, non sono in grado di dirlo. Torniamo a testimoniare ai nostri adolescenti la bellezza del sorriso che è segno di speranza.

Che cos’è essere adulti

Sapete che a me piacciono molto i decaloghi. Oggi ve ne regalo uno, il “Decalogo Straordinario” che vorrei che i genitori leggessero e commentassero con i propri figli, basterebbe un punto al giorno.
1. Nell’alfabeto della vita, le parole amore, dolore, speranza, mistero, devono far parte del quotidiano.
2. La vera tristezza non è quando la sera non sei atteso da nessuno al tuo rientro a casa, ma quando spegni la luce perché non attendi più niente dalla vita.
3. Abbiamo tutti nel nostro passato una soffitta vera o virtuale: disordinata, tenera, spaventata, rischiosa. Torna di tanto in tanto a rovistarla.
4. Devi smentire il detto per il quale sarebbero più numerosi gli uomini che alzano i muri, rispetto a quelli che costruiscono ponti.
5. Un uomo saggio non mette mai fretta alla storia, ma l’accetta intera.
6. Diventerai grande il giorno che saprai trovare la verità e la felicità anche dentro le solitudini, le tragedie e le commedie dei tuoi vicini.
7. Tutte le battaglie della vita servono ad insegnarci qualcosa: soprattutto quelle che perdiamo.
8. Lo stolto cerca la felicità lontano, il saggio la trova guardandosi attorno.
9. Ad una persona felice basta un sacco a pelo, ad una infelice non basta nemmeno un maniero.
10. Il bello del futuro è che un evento triste, difficile, complesso può accadere anche domani e per te deve essere, solo e sempre, “un pezzo di vita” straordinario.

Don Antonio Mazzi – n 27/2026 dell’8 luglio


sabato 25 luglio 2026

"Io non ti dimenticherò mai! - Giornata dei nonni e della carità verso il Venezuela.

 

 

 

 

 

 

 

“Io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15) è il tema della VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani che la Chiesa celebra nella Festa dei Santi Gioacchino ed Anna, 26 luglio 2026

“L’amore di Dio, che non dimentica nessuno, si offre come atto di giustizia e risposta all’anonimato, nel quale troppo spesso la vita umana finisce per smarrirsi – scrive Papa Leone XIV nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani-. Sopra le esistenze di molti anziani, in particolare, sembra essere disteso un velo che sfuma i tratti dei volti e ammanta di oblio. È quello che accade nelle case dove regna la solitudine, e anche in quei luoghi di ricovero dove la singolarità di ogni persona rischia di essere ridotta al numero del suo letto o alla sua patologia”.

“Questa Giornata – è un altro passaggio del Messaggio – sia dunque uno stimolo per tutti, in particolare per i più giovani, a riprendere la bella abitudine di visitare i propri nonni, gli anziani della famiglia, e anche coloro che non ricevono alcuna visita. Portate loro, con questo messaggio e la vostra presenza, la vicinanza e l’affetto del Papa

“Cari anziani e anziane -si legge verso la fine del Messaggio- Papa Francesco parlava di voi come di un “nuovo popolo” (Catechesi, 23 febbraio 2022), in quanto il numero di persone avanti con l’età non è mai stato così alto nella storia umana. È allora quanto mai importante con voi, “nuovo popolo”, riflettere su quale possa essere la nostra vocazione quando la fragilità, compagna dell’uomo fin dalla nascita, sembra prendere il sopravvento. Mi sento di dirvi: non abbiate paura della fragilità! Proprio questa debolezza cela in sé una nuova potenzialità che illumina anche le altre età della vita. Infatti, quando è accettata e riconosciuta, la fragilità «apre il cuore al sostegno vicendevole e all’invocazione di Colui che può donare ciò che nessun potere umano è in grado di garantire: la riconciliazione profonda dei cuori e con essa la pace vera. È così che possiamo vivere da cristiani il tempo della vecchiaia: “fragili” ma allo stesso tempo “chiamati”. Un uomo e una donna possono, infatti, rinascere da vecchi (cfr. Gv 3,4- 6) ed esclamare, con il profeta: «Nella conversione e nella calma sta la nostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la nostra forza» (Is 30,15). Una forza che può diventare invito a non ricorrere alle vie dell’arroganza e della potenza per garantire la convivenza umana, ma alle vie della riconciliazione e della pace vera. In questo tempo, segnato in maniera così dura dalla violenza bellica e sociale, molti si interrogano su come sarà il mondo nel quale cresceranno i propri nipoti. Vi esorto, carissimi, ad unirvi a me nel pregare con insistenza perché giunga presto la pace nel mondo intero”.