venerdì 19 giugno 2026

XII domenica del tempo ordinario - Il «non aver paura» di Dio una carezza sulle paure


 Basta un passero che se ne sta nascosto tra i rami a far cantare tutto un albero; forse per questo la sua vita, fatta di piume, agli occhi di Dio diventa preziosa. Ogni passero è guardato, custodito da occhi vigili, affinché non cada e possa continuare a cantare. E se un passerotto, così modesto e insignificante diventa oggetto di tanta premura, a maggior ragione la mia vita è in buone mani se vegliata da occhi così attenti. « Non aver paura», mi dice e me lo ripete oggi Gesù, « non aver paura». è come una carezza sulle mie paure di non valere mai abbastanza, del giudizio degli altri, di perdere ciò che ho costruito; sul terrore di essere invisibile e dimenticato, di non essere all’altezza di questo mondo così competitivo, che chiede perfezione e misura le mie prestazioni, che mi costringe a indossare la maschera della presentabilità. Il Suo sguardo su di me dilata l’orizzonte, me lo allarga e rende penetrabile; sventola una luce che soffia speranza, curiosità, e il coraggio dell’invisibile. Mi suggerisce oggi Gesù di portare tutto alla luce del sole, come quando si apre una finestra tenuta chiusa troppo a lungo, come quando si esce da un tunnel. Dare aria, fiducia, speranza e coraggio al mio bisogno d’amore, alle mie ferite. Fede non è diventare invincibile, ma sapere che qualcuno mi custodisce anche quando tremo e sembro un passerotto impaurito, col cuore che batte a mille. Non si scandalizza Lui della mia fragilità, non mi chiede di essere perfetto, ma vero, autentico, trasparente alla luce. Lui si avvicina alle mie ferite senza spaventarle e mi invita a rannicchiarmi tra le Sue mani, come un nido. Non mi promette che andrà tutto bene, che non soffrirò mai più, che non morirò; mi dice solo « Non aver paura, perché sei custodito» e lo dice guardandomi negli occhi, come fa una madre per leggere sul volto di chi ama una tristezza nuova, sconosciuta. E se perdo un capello, un singolo capello, anche quello importa al Dio dei dettagli, al Dio che non perde nulla, che tutto recupera e ricicla, al Dio che opera una rivoluzione dello sguardo, dove non conta il successo, ma una piccola fiducia, sottile come un capello. Gli basta quella.


(Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68; Lettera ai Romani ,5,12-15; Matteo 10,26-33)

LUIGI VERDI  (da Avvenire 18.6.26)

sabato 13 giugno 2026

XI domenica del tempo ordinario - "Il regno dei cieli è vicino"

 

LA VERA SFIDA È RESTARE UMANI

Ovunque nel mondo la questione migratoria è uno dei nodi sociali e politici più scottanti. Dall’Europa agli Stati Uniti, dall’America Latina all’Africa, dall’Asia al Medio Oriente, questo tema attraversa le società contemporanee e ne mette alla prova capacità di governo e logiche di convivenza.

Eppure, nonostante la centralità del fenomeno, continuiamo a parlarne in modo superficiale. Da una parte si alimenta l’illusione che esistano soluzioni semplici a problemi complessi. Dall’altra si preferisce rifugiarsi in affermazioni di principio che non si confrontano con le difficoltà concrete della convivenza. La verità è che il processo di integrazione rimane difficile. La costruzione di società multiculturali capaci di valorizzare le differenze senza rinunciare alla coesione sociale è un obiettivo ancora da raggiungere.

Le esperienze positive di integrazione, le storie di successo, i percorsi di inclusione e partecipazione non mancano. Ma non possono nemmeno essere negate tensioni, paure, segregazioni territoriali, conflitti culturali.

In politica, la questione migratoria è strumentalizzata come una potente leva di mobilitazione emotiva e costruzione del consenso. Le paure, le insicurezze e le fragilità sociali vengono concentrate sulla figura del migrante, che diventa il simbolo di tutto ciò che non funziona. Ma il prezzo è alto. Perché quando l’altro diventa il capro espiatorio delle nostre difficoltà, la società si abitua a pensare che l’esclusione sia una soluzione e che l’ostilità possa sostituire la comprensione. Le immagini di uomini, donne e bambini che attraversano deserti, affrontano il mare, vivono nei campi profughi o muoiono lungo le rotte migratorie sono diventate parte del nostro paesaggio quotidiano.

Le vediamo scorrere sugli schermi dei nostri telefoni e dei nostri televisori senza che riescano più a interpellarci davvero. L’eccesso di esposizione produce assuefazione. Ci siamo abituati alla sofferenza degli altri. Accettiamo che ai confini delle nostre democrazie esistano campi di detenzione dove la violenza e la crudeltà sono di casa. Perdiamo il conto dei morti in mare e non reagiamo più allo sfruttamento – che in taluni casi arriva fino a forme di neoschiavismo – che si riproduce nelle nostre comunità. Ci convinciamo che quelle vite non abbiano nulla a che fare con la nostra. Perdendo la capacità di riconoscere che dietro ogni numero esiste una persona, una storia, una famiglia, un destino apriamo la strada a una società disumana.

La verità è che, dietro ai movimenti migratori contemporanei, si manifestano molte delle grandi contraddizioni del nostro tempo: squilibri economici, guerre, regimi autoritari, persecuzioni religiose ed etniche, dissesti ambientali. Ma è troppo doloroso e impegnativo ammettere questa connessione. Di fronte a tutto questo, è impressionante constatare quanto sia difficile arrivare a costruire politiche lungimiranti. Prigionieri del breve periodo, i politici promettono di risolvere il problema, sapendo perfettamente di non avere soluzioni. Che richiederebbero cooperazione internazionale, investimenti nei Paesi di origine, canali regolari di ingresso, politiche di integrazione, percorsi educativi e una gestione coordinata tra diversi livelli istituzionali. Tutte azioni che richiedono tempo, pazienza e visione strategica. Caratteri che mal si conciliano con lo stile della politica contemporanea. Il risultato è quello che vediamo: si procede con provvedimenti emergenziali, misure tampone, interventi inefficaci ma ad alto impatto comunicativo. Si rincorrono le crisi anziché governarle. Si annunciano svolte decisive che producono effetti limitati. Ma, in questo modo, la sfiducia cresce. Le paure aumentano. La domanda di soluzioni semplici si rafforza. Il tradimento dei nostri valori si aggrava. In un circolo vizioso che non fa bene alla democrazia.

In realtà, la questione migratoria ci obbliga a riconoscere una questione più generale. Per decenni abbiamo creduto che la crescita economica fosse essenzialmente un problema tecnico: investimenti, produttività, innovazione, infrastrutture. Tutti elementi importanti e necessari. Ma, come dimostra proprio la cronicizzazione del tema migratorio, nessuna società può prosperare ignorando la dimensione umana.

Non esiste sviluppo senza cura delle persone. Non esiste crescita senza relazioni sociali. Non esiste benessere collettivo se una parte dell’umanità viene considerata irrilevante o sacrificabile. Le migrazioni ci ricordano che il destino degli esseri umani che abitano il pianeta terra è oggi profondamente intrecciato. E ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza produce conseguenze che arrivano fino a noi.

La sfida non è trovare una soluzione definitiva a un fenomeno che ci accompagnerà ancora a lungo. La sfida consiste nel costruire società capaci di governare la complessità senza rinunciare all’umanità. E una cultura in cui capacità politica e sensibilità umana procedono insieme. Sembra un’ovvietà. Eppure, proprio la questione migratoria dimostra quanto sia difficile tradurre questa consapevolezza in scelte concrete. Forse perché, prima ancora di essere una questione di confini, le migrazioni hanno a che fare con il modo in cui guardiamo l’altro e, in definitiva, con il modo in cui comprendiamo noi stessi.

Mauro Magatti   (da Avvenire)


sabato 6 giugno 2026

Corpus Domini - Nell'Eucaristia la forza, la comunione, la Vita.

O Pane disceso dal cielo,

le nostre coscienze si aprono a Te per riceverti.

Abbiamo bisogno del tuo corpo e del tuo sangue,

della tua sostanza e del tuo slancio

per sentirci corroborati in te,

per realizzare quanto in noi continuamente immetti.

O Pane disceso dal cielo,

alimenta in noi la vita che sei venuto a portare. Amen.

(G.Vannucci)


sabato 30 maggio 2026

Santissima TRINITA' - Dio è tutto e solo amore.

BENEDETTO XVI

Solennità della Santissima Trinità

ANGELUS Domenica, 7 giugno 2009 

Dopo il tempo pasquale, culminato nella festa di Pentecoste, la liturgia prevede queste tre solennità del Signore: oggi, la Santissima Trinità; giovedì prossimo, quella del Corpus Domini, che, in molti Paesi tra cui l’Italia, verrà celebrata domenica prossima; e infine, il venerdì successivo, la festa del Sacro Cuore di Gesù. Ciascuna di queste ricorrenze liturgiche evidenzia una prospettiva dalla quale si abbraccia l’intero mistero della fede cristiana: e cioè rispettivamente la realtà di Dio Uno e Trino, il Sacramento dell’Eucaristia e il centro divino-umano della Persona di Cristo. Sono in verità aspetti dell’unico mistero della salvezza, che in un certo senso riassumono tutto l’itinerario della rivelazione di Gesù, dall’incarnazione alla morte e risurrezione fino all’ascensione e al dono dello Spirito Santo.

Quest’oggi contempliamo la Santissima Trinità così come ce l’ha fatta conoscere Gesù. Egli ci ha rivelato che Dio è amore “non nell’unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza” (Prefazio): è Creatore e Padre misericordioso; è Figlio Unigenito, eterna Sapienza incarnata, morto e risorto per noi; è finalmente Spirito Santo che tutto muove, cosmo e storia, verso la piena ricapitolazione finale. Tre Persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Dio è tutto e solo amore, amore purissimo, infinito ed eterno. Non vive in una splendida solitudine, ma è piuttosto fonte inesauribile di vita che incessantemente si dona e si comunica. Lo possiamo in qualche misura intuire osservando sia il macro-universo: la nostra terra, i pianeti, le stelle, le galassie; sia il micro-universo: le cellule, gli atomi, le particelle elementari. In tutto ciò che esiste è in un certo senso impresso il “nome” della Santissima Trinità, perché tutto l’essere, fino alle ultime particelle, è essere in relazione, e così traspare il Dio-relazione, traspare ultimamente l’Amore creatore. Tutto proviene dall’amore, tende all’amore, e si muove spinto dall’amore, naturalmente con gradi diversi di consapevolezza e di libertà. “O Signore, Signore nostro, / quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!” (Sal 8,2) – esclama il salmista. Parlando del “nome” la Bibbia indica Dio stesso, la sua identità più vera; identità che risplende su tutto il creato, dove ogni essere, per il fatto stesso di esserci e per il “tessuto” di cui è fatto, fa riferimento ad un Principio trascendente, alla Vita eterna ed infinita che si dona, in una parola: all’Amore. “In lui – disse san Paolo nell’Areòpago di Atene – viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28). La prova più forte che siamo fatti ad immagine della Trinità è questa: solo l’amore ci rende felici, perché viviamo in relazione per amare e viviamo per essere amati. Usando un’analogia suggerita dalla biologia, diremmo che l’essere umano porta nel proprio “genoma” la traccia profonda della Trinità, di Dio-Amore.

La Vergine Maria, nella sua docile umiltà, si è fatta ancella dell’Amore divino: ha accolto la volontà del Padre e ha concepito il Figlio per opera dello Spirito Santo. In Lei l’Onnipotente si è costruito un tempio degno di Lui, e ne ha fatto il modello e l’immagine della Chiesa, mistero e casa di comunione per tutti gli uomini. Ci aiuti Maria, specchio della Trinità Santissima, a crescere nella fede nel mistero trinitario.