sabato 28 febbraio 2026

"Ascoltatelo!" - Seconda domenica di Quaresima

 


Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo - Nn. 9-10; anno 1965.
Gli interrogativi più profondi dell’uomo.
 
   Il mondo si presenta oggi potente a un tempo e debole, capace di operare il meglio e il peggio, mentre gli si apre dinanzi la strada della libertà o della schiavitù, del progresso o del regresso, della fraternità o dell’odio. Inoltre l’uomo si rende conto che dipende da lui orientare bene le forze da lui stesso suscitate e che possono schiacciarlo o servirgli. Per questo si pone degli interrogativi.
   In verità gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo. È proprio all’interno dell’uomo che molti elementi si contrastano a vicenda. Da una parte, infatti, come creatura, esperimenta in mille modi i suoi limiti; dall’altra parte si accorge di essere senza confini nelle sue aspirazioni e chiamato a una vita superiore. Sollecitato da molte attrattive, è costretto sempre a sceglierne qualcuna e a rinunziare alle altre. Inoltre, debole e peccatore, non di rado fa quello che non vorrebbe e non fa quello che vorrebbe (cfr. Rm 7, 14 segg.). Per cui soffre in se stesso una divisione, dalla quale provengono anche tante e così gravi discordie nella società. Certamente moltissimi, che vivono in un materialismo pratico, sono lungi dall’avere la chiara percezione di questo dramma, o per lo meno, se sono oppressi dalla miseria, non hanno modo di rifletterci. Molti credono di trovare pace in una interpretazione della realtà proposta in assai differenti maniere. Alcuni poi dai soli sforzi umani attendono una vera e piena liberazione dell’umanità, e sono persuasi che il futuro regno dell’uomo sulla terra appagherà tutti i desideri del loro cuore. Né manca chi, disperando di dare uno scopo alla vita, loda l’audacia di quanti, stimando vuota di ogni senso proprio l’esistenza umana, si sforzano di darne una spiegazione completa solo col proprio ingegno. Con tutto ciò, di fronte all’evoluzione attuale del mondo, diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi capitali: cos’è l’uomo? Qual è il significato del dolore, del male, della morte che malgrado ogni progresso continuano a sussistere? Cosa valgono queste conquiste a così caro prezzo raggiunte? Che reca l’uomo alla società, e cosa può attendersi da essa? Cosa ci sarà dopo questa vita?
   Ecco, la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza perché l’uomo possa rispondere alla suprema sua vocazione; né è dato in terra un altro nome agli uomini in cui possano salvarsi (cfr. At 4, 12). Crede ugualmente di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana. Inoltre la Chiesa afferma che al di sopra di tutti i mutamenti ci sono molte cose che non cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli (cfr. Eb 13, 8).

sabato 21 febbraio 2026

Prima domenica di QUARESIMA - Messaggio del Vescovo

 

Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”

Il messaggio del Vescovo Oscar per la Quaresima 2026

Un gruppo di cristiani, in una mia recente visita alla loro Comunità, mi ha chiesto di offrire loro qualche suggerimento per vivere individualmente, o insieme, il tempo quaresimale, ormai alle porte. Vorrebbero giungere preparati a celebrare la grande veglia, nella santa notte pasquale, durante la quale rinnovare la scelta del proprio Battesimo e confessare la fede in Dio uno e trino.

Ecco alcune possibili esercizi quaresimali che offro a quanti desiderano avvantaggiarsene. È necessario una lenta elaborazione, tale da occupare il periodo quaresimale.

1.     Leggete, in questo periodo di Quaresima, il Vangelo del giorno e poi considerate se il vostro cuore è davvero assimilato dalla logica di Gesù. Riconoscete con realismo quanto i vostri pensieri e le vostre reazioni, le scelte quotidiane come le preferenze assomigliano a quelle di Gesù o quanto sono distanti.  La conversione alla mentalità evangelica non è solo un cambiamento morale, ma richiede una trasformazione profonda del proprio modo di vedere, di giudicare e di agire. Scoprirete che esistono in voi tante zone della vostra personalità non ancora evangelizzate, espressioni di voi stessi che si differenziano o non collimano perfettamente con lo stile evangelico di Gesù. La conversione consiste nell’avvicinarsi sempre più al Signore Gesù e alle sue scelte di vita.

2.     Prendete la decisione, sempre costosa, eppure coraggiosa e umile, di non mettere al centro voi stessi, per lasciare libero spazio agli altri. Si tratta di un vero e proprio non facile decentramento del proprio io. La vera comunione con i fratelli non consiste nel riconoscere che le loro scelte coincidono con le nostre. Occorre imparare, piuttosto, ad accettare le persone anche quando le loro preferenze ci mettono alla prova e ci sfidano. Nella ricerca della verità si cresce accogliendo anche le divergenze, perché essa non ci appartiene totalmente.  Va piuttosto benevolmente ricercata, anche attraverso modalità e linguaggi che non ci appartengono, ma che si può attingere solo ricevendola dagli altri. Qualcuno ha scritto che dobbiamo essere disposti a riconoscerci tra “coloro che cercano insieme a chi cerca, e coloro che si interrogano insieme a chi domanda”.

3.     Infine (ed è un esercizio non facile!) occorre imparare ad accettare la situazione che si sta attraversando, riscegliendola benevolmente come una grazia che Dio ci concede, senza tentare di evadere o di credere che se fossimo altrove, o con altre persone, tutto riuscirebbe meglio. Disponetevi ad accettare le prove, le tensioni, come pure le contraddizioni del mondo, senza rifiutarle. La Provvidenza di Dio, ossia ciò che Egli opera silenziosamente in vostro favore, giorno per giorno, vi aiuterà a credere che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). E questo anche quando le cose sembrano andare male!

Acquistiamo occhi amorevoli e in tutto riconosceremo l’opera della grazia di Dio in noi e ci convinceremo che il tempo che viviamo, come il servizio che svolgiamo, sono un grande aiuto per continuare a crescere nella fede.

    Oscar Card. Cantoni, Vescovo di Como


venerdì 13 febbraio 2026

"Ma io vi dico..." - VI domenica del tempo ordinario

Primo Mazzolari:  “Tu non uccidere“.  La pace come ostinazione.

«Non si fanno le guerre per perderle». Terribile verità, che spiega l’escalation di violenza e morte ogni volta che l’uomo si rifugia nella guerra per risolvere i conflitti.

Con queste parole di estrema concretezza don Primo Mazzolari rifletteva sulla pace settant’anni fa. L’opuscolo Tu non uccidere, infatti, veniva pubblicato anonimo nel 1955, ma era già pronto il 15 agosto 1952.

Dopo aver vissuto le due guerre mondiali del Novecento, il parroco di Bozzolo ha condiviso con i giovani del suo tempo pagine di meditazione sull’inutilità della guerra. L’attualità di quel libro, alla luce dei fatti di questi giorni, appare luminosa, persino profetica. Almeno tre temi meritano una ripresa.

Il primo è l’assurdità della corsa agli armamenti. È follia allo stato puro. Ci si mette nelle condizioni di fare la guerra pensando di evitarla. «E nel frattempo, – scriveva – sempre nuovi ordigni e sempre più micidiali vengono inventati, esperimentati e conservati per la giusta guerra di domani».

Preparare la guerra significa allestire le basi per farla: «Se vuoi la pace prepara la pace; se vuoi la guerra prepara la guerra». Non è facile resistere alla tentazione di volere imporre la pace con le armi. Talora con la scusa di evitare la guerra si tenta di giustificarne la preparazione e «la vittoria da raggiungersi ad ogni costo fa lecito l’illecito».

Così, «la guerra incomincia quando, per non fare la guerra, mi metto nella disperazione di doverla fare». Da queste premesse derivano logiche conclusioni: è illusorio pretendere di promuovere valori con la violenza, il bene con il male. «Chi pretende di difendere, con la guerra, la libertà, si troverà in un mondo senza nessuna libertà. Chi pensa di difendere, con la guerra, la giustizia, si troverà con un mondo che avrà perduto perfino l’idea e la passione della giustizia».

L’unica arma di difesa, per Mazzolari, «è la giustizia sociale più che l’atomica».

Il secondo tema è che «ogni guerra è fratricidio». Rappresenta un oltraggio a Dio e all’uomo, al Creatore e alle creature. La distruzione realizzata dalla guerra è opera di de-creazione. Proprio della mentalità bellica è la costruzione del nemico. La pace, invece, riconosce il prossimo, perché «chi non ama è nella morte», secondo l’insegnamento evangelico. «La gara del più forte ha divorato e divora continuamente uomini e città, nazioni e continenti», commenta Mazzolari. Se la guerra è negazione della fraternità, essa comincia con stili accondiscendenti verso la violenza, verso gli investimenti in armi, verso le forme di ingiustizia e di povertà: «il tacere, il non muoversi, o il muoversi lentamente, è nostro; ed è uno dei segni della nostra decadenza, che poi ci fa chiusi, lamentosi e sterili oppositori delle iniziative altrui». La guerra non è solo quella degli esplosivi, ma nasce col trattare «il fratello come utensile, materialisticamente».

La terza riflessione è che la guerra va sempre a scapito dei poveri. «E quelli che ci lasciano la vita, coloro che cadono, a migliaia, sono sempre gli umili, gli anonimi, il popolo che non ha mai voluto le guerre, che non le ha mai capite; mentre desiderava unicamente vivere libero e in pace».

La guerra appare come «strage degli innocenti». La gente comune è costretta a fuggire, le città diventano inferno, i civili subiscono massacri. E quando i poveri vengono lasciati nella tentazione di spargere sangue in difesa del pane e della dignità, la pace non godrà mai di buona salute.

Don Primo osserva «che è stupido moltiplicare stragi, rovine e disordini irreparabili sotto pretesto di riparare i torti: i superstiti dovranno alla fine mettersi a ragionare, se non vogliono distruggersi completamente: allora, tanto vale incominciare subito a fare l’uomo, visto che non giova a nessuno fare la bestia».

Non c’è niente, dunque, di tanto disumano quanto la guerra. L’uomo retrocede allo stadio animale e regredisce rispetto a ogni possibile sviluppo. Tornano indietro drammaticamente le lancette dell’orologio della storia. Invocare la guerra a soluzione dei conflitti appare inutile, aggiunge sofferenze a sofferenze e non risponde più alle esigenze del bene comune. Crimine contro l’umanità.

Don Primo ricorda che «l’animalità fa il male per star bene», ma finisce per svuotare la fiducia in Dio e nell’uomo. La pace, invece, è l’unica ostinazione da perseguire. Tuttavia, diventare costruttori di pace significa non essere mai in pace.

Parole che non passano.

 

di Bruno Bignami da https://www.cittanuova.it