sabato 21 marzo 2026

"Vieni fuori!" - Quinta domenica di Quaresima

 

Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. (Nn. 37-38)


La Sacra Scrittura, con cui è d’accordo l’esperienza di secoli, insegna agli uomini che il progresso umano, che pure è un grande bene dell’uomo, porta con sé una grande tentazione: infatti, sconvolto l’ordine dei valori e mescolando il male col bene, gli individui e i gruppi guardano solamente alle cose proprie, non a quelle degli altri; e così il mondo cessa di essere il campo di una genuina fraternità, mentre invece l’aumento della potenza umana minaccia di distruggere ormai lo stesso genere umano.

Se dunque ci si chiede come può essere vinta tale miserevole situazione, i cristiani per risposta affermano che tutte le attività umane, che son messe in pericolo quotidianamente dalla superbia e dall’amore disordinato di se stessi, devono venir purificate e rese perfette per mezzo della croce e della risurrezione di Cristo. Redento, infatti, da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l’uomo può e deve amare anche le cose che Dio ha creato. Da Dio le riceve, e le guarda e le onora come se al presente uscissero dalle mani di Dio. Di esse ringrazia il Benefattore e, usando e godendo delle creature in povertà e libertà di spirito, viene introdotto nel vero possesso del mondo, quasi al tempo stesso niente abbia e tutto possegga: «Tutto», infatti, «è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 22-23).

Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, fattosi carne lui stesso, e venuto ad abitare sulla terra degli uomini, entrò nella storia del mondo come l’uomo perfetto, assumendo questa e ricapitolandola in sé. Egli ci rivela che «Dio è amore» (1 Gv 4, 8), e insieme ci insegna che la legge fondamentale della umana perfezione, e perciò anche della trasformazione del mondo, è il nuovo comandamento della carità. Coloro, pertanto, che credono alla carità divina, sono da lui resi certi che è aperta a tutti gli uomini la strada della carità e che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani. Così pure egli ammonisce a non camminare sulla strada della carità solamente nelle grandi cose, bensì e soprattutto nelle circostanze ordinarie della vita.

Sopportando la morte per noi tutti peccatori, egli ci insegna col suo esempio che è necessario anche portare la croce; quella che dalla carne e dal mondo viene messa sulle spalle di quanti cercano la pace e la giustizia.

Con la sua risurrezione costituito Signore, egli, il Cristo cui è stato dato ogni potere in cielo e in terra, tuttora opera nel cuore degli uomini con la virtù del suo Spirito, non solo suscitando il desiderio del mondo futuro, ma per ciò stesso anche ispirando, purificando e fortificando quei generosi propositi con i quali la famiglia degli uomini cerca di rendere più umana la propria vita e di sottomettere a questo fine tutta la terra. Ma i doni dello Spirito sono vari.,, In tutti, però, opera una liberazione, affinché, mediante il rinnegamento dell’egoismo e la valorizzazione umana delle forze terrene, si orientino decisamente verso quel futuro, nel quale l’umanità stessa diverrà un’oblazione accetta a Dio.


sabato 14 marzo 2026

"Semi di luce, semi di pace" - Quarta domenica di Quaresima

 

La profezia e il coraggio di restare accanto al proprio popolo. 

 

Padre Pierre El Raii, ucciso in libano, era rimasto insieme ai suoi parrocchiani. Come migliaia di altri missionari. La scelta di restare a fianco di un popolo, anche quando l’odio e la guerra intorno sembrano prevalere, ha da sempre un valore profetico per gli uomini di Chiesa.

Decisero di restare i martiri di Tibhirine, nell’Algeria dilaniata dagli scontri tra gruppi armati islamisti e forze dell’esercito nazionale, a metà degli anni Novanta. Il loro sacrificio compie trent’anni e il testamento spirituale scritto prima di morire da padre Christian de Chergé rimane una pietra miliare per la fede cristiana. «Se mi capitasse un giorno – e potrebbe essere oggi – di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita era “donata” a Dio e a questo Paese». Fu questo lo straordinario incipit della riflessione lasciata ai posteri dal priore trappista, ucciso con altri sei monaci. Decisero di restare, decidono tutti i giorni di restare a fianco dei loro popoli, migliaia di missionari in tutto il mondo. Tanti hanno perso la vita uccisi “in odium fidei”, in odio alla fede, tanti altri hanno combattuto la battaglia impopolare della pace e della riconciliazione in nome e per conto dei popoli a cui sono stati inviati, testimoni della Chiesa universale. Più una battaglia appare persa, più si troveranno questi discepoli dell’impossibile che portano avanti intere comunità spesso in solitudine. Sono l’amore per il prossimo e la risposta a una vocazione unica le ragioni alla base di questo impegno, che dà vita e anima parrocchie e gruppi di frontiera, fino agli estremi confini della terra e a volte fino al momento della Croce.

Ha deciso di restare anche padre Pierre Al-Rahi, parroco maronita di uno dei villaggi cristiani nel sud del Libano, ucciso lunedì mentre accorreva nel luogo in cui erano rimasti feriti alcuni suoi parrocchiani. È stato vittima di bombardamenti insensati che ormai non distinguono più gli obiettivi militari dagli obiettivi civili, che considerano l’aver colpito persone e sfollati alla stregua di un danno collaterale. Che la guerra sia diventata la regola e non l’eccezione lo ha dimostrato, ancor di più paradossalmente, la decisione dell’esercito israeliano di sospendere ieri per alcune ore, in occasione dei funerali del sacerdote, gli attacchi nel tratto orientale del fronte di guerra, per consentire la partecipazione alle esequie di un generale libanese. Papa Leone XIV ha ricordato che «in arabo “Al-Rahi” significa “il pastore”. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo, con l’amore e il sacrificio di Gesù Buon Pastore. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano».

Quanti semi di pace sparsi con il sangue sono stati gettati in questi giorni di guerra in Medio Oriente e in tanti altri scenari bellici puntualmente dimenticati? Quanti uomini di Dio (e non solo di Chiesa) stanno spendendo la loro esistenza, pagando il prezzo più alto, nel silenzio dei potenti e dei media? Sono testimoni indifesi questi “martiri” religiosi e civili, ma anche centinaia di bambini innocenti, i primi ad essere sepolti sotto la polvere insensata delle armi. La profezia sta proprio in questo: vivere «questo momento di grave prova», per usare le parole del Papa, senza mai far venire meno la speranza. È la speranza cristiana che rimanda in ultima analisi alla logica evangelica, della vita più forte persino della morte e di chi l’ha provocata.

Era questo, che faceva dire, nell’incombenza della fine, queste ultime parole a padre de Chergé. «E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso».

 

di DIEGO MOTTA (da Avvenire)