lunedì 15 agosto 2022

"Per la vita!" - Assunzione della b.v.Maria

https://lh3.googleusercontent.com/-qN3zCyciKJA/WZKgsNoDaeI/AAAAAAAAGs4/gW4Apwo9sqAxiyfZvNXi6gTjTEQ7GQ28ACEwYBhgLKvEDANzsobiNFuTFp_dzswZI-eh24Eeu2nOVzMHPLKv6gL6LuxwrKGPO0Bot3R06Zw600HVuKorTI8yM3O2WWRF8gAnwUh76X3vI0qKrgdGbOgYbUmJVKB4ttVG6LH-i0zhS7TEBGZ2EgTZOFaJRgKFXte0SJLquhgmxStq3qLi2RqnS283VsnLwzHRQMYwMiDyVsuViGyT72KKHu-AD2Yn2tvxSTjrCjP--PkVVXxGjCMYPCec7F3QiQa0RG3NwIfceq5G-zmcKxMaFy7UXom6Zp1fZHPALFsb-Hg4ey64qTgETv7ai9R5C8iuoDOYQ0_G4o78_iMliCXucjHbQ5xI3gaz-Zd1WlPjF2It32qYAB-aFCjJjhXYCkSDdEmF7vreNPTYPpdLgpbMba0MMoQOceFdWPaOU0fjyRhDxd8vxckp8G9xfQQv0zRuMiGzcs6cKMAc6tDPPEV1MhcZwbe8e1I-sGuqug5QIpNJtX3zo9zDr5-aPU2Bz-dEN69zKaTar9TYWX97M4qIcVMQXEuI0A1zSpPNN5A9DsK4navA2Sx4DfxF5Uwyrvy4umEP20mhO9uHbwCgSD4KSo6cYVWHTFWkBZEHCSmh23xtcKydCNgi4hfJLQ1yEhBYcsf4LM4F3rGWZVunOPpmwhRx68wZUPIsw06XnlwY/w140-h93-p/_F6V9370.jpg 

‘Hai fatto una bella gara, hai vinto, adesso sei sul gradino più alto del podio!’ Questa immagine sportiva rischia, a volte, di storpiare il senso della festa di oggi.

Quanti pensano che per Maria sia avvenuto così: è stata brava ora eccola sul gradino più alto: assunta in cielo!.

No, la sua assunzione non è il premio per i suoi meriti. Piuttosto è la rivelazione di un dono che sarà per tutti noi.

L’assunzione di Maria infatti ci parla della vita (sua e nostra)  che arriverà a trovare il suo pieno compimento quale dono gratuito di Dio e non certo per merito nostro.

Maria, dopo il Figlio Gesù risorto “primizia di coloro che sono morti”, è la prima a partecipare alla vita nuova dei risorti, è la madre che ci apre la via. Ci dice che è questo ciò che Dio vuole per tutti: portare a pienezza la vita. A questo Lui ci guida, ci sostiene con il Suo Amore di Padre.

A noi, come a Maria, è chiesto solo di aprirci con fiducia a Lui, di lasciarci appunto guidare da questo Suo amore manifestato a noi attraverso il suo figlio Gesù.

Ecco allora che da questa prospettiva la festa odierna apre davanti a noi alcune interessanti e concrete conseguenze.

Innanzitutto ci ricorda che davanti a Dio non c’è il più bravo e il meno bravo; non ci sono classifiche (e nemmeno premi e castighi), tutti siamo per lui figli amati, da sempre pensati, voluti, attesi.

Ne deriva allora che la vita cristiana non è da vedersi in negativo (sacrifici, rinunce, fatica, distacco… per meritarsi il paradiso); bensì quale cammino, quale via verso la pienezza della nostra umanità tutta. E questo non può essere che cammino di gioia verso la piena felicità.

Questo allora significa che la nostra libertà, il nostro desiderio di felicità, di godimento, di dominio sono già il segno che siamo fatti per questo, che siamo incamminati verso un compimento. Ma esso non è il risultato del nostro io, del nostro accanirci per avere, prendere, possedere, (è qui dove noi ci illudiamo fino escludere Dio dal nostra vita!), bensì maturazione di un seme posto in noi da quel Dio che ci ha pensati e scelti come suoi figli.

Da ultimo, ma non meno importante: non regge più la distinzione tra corpo e anima, tra materia e spirito. L’Assunzione ci parla di un compimento globale della persona, di totalità. Il corpo è lo spazio concreto della divinità (e per Maria lo è stato in modo tutto particolare), di quella divinità che ci pulsa dentro (come nelle due donne del vangelo) e chiede di espandersi. Il compimento finale sarà appunto l’espansione massima di questa divinità che ci abita  e che siamo chiamati a custodire ma anche a dare corpo con la nostra vita.

La festa dell’Assunta dunque più che parlare di premio finale, ci parla di potenzialità che attendono di attuarsi in un orizzonte di luce, di vita, di pienezza.

Ci parla di una umanità che può vincere ogni potenza (drago) che la opprime e la schiaccia e aprirsi alla vita, in una tensione costante verso una storia nuova che già Maria annunciava e proclamava nel suo cantico di lode: “Dio ha rovesciato…”, quel rovesciamento di criteri, di valori, di impostazioni che Dio compie attraverso la libera collaborazione di uomini e donne che si fidano di Lui, della Sua Parola e a Lui orientano le loro scelte, il loro cammino. Come Maria. E come Maria sia anche per noi.

 

sabato 13 agosto 2022

"Acceso o spento?" - XX° domenica del tempo ordinario

Acceso o spento? Come ti senti? Quale fuoco anima la tua vita o ti senti del tutto spento? La Parola del vangelo oggi ci provoca a una verifica di cosa c’è in noi, nella nostra vita di cristiani: fuoco o cenere?

“Sono venuto a gettare fuoco sulla terra e quanto vorrei che fosse già acceso!” Parole che risuonano per i discepoli come invito forte alla decisione. E’ giunto – per loro e anche per noi – il momento della decisione. Decidersi per Gesù, ovvero essere cristiani, significa lasciarci bruciare da quel fuoco che Gesù stesso vuole gettare sulla terra: quel fuoco che è l’amore, che è lo Spirito suo e del Padre, dato in dono a noi, “riversato nei nostri cuori” fin dal giorno del nostro Battesimo.

Un fuoco che corre il rischio di spegnersi se cadiamo nell’apatia, nella pigrizia, nell’indifferenza, nella chiusura, nell’immobilismo. Tutti atteggiamenti che soffocano la fiamma e generano cenere fino a soffocare il fuoco.

Oggi la Chiesa in generale e le parrocchie nel particolare sembrano spente, stanche, chiuse in una nostalgia di passato che non può tornare.

Occorre risvegliare il fuoco di una vita cristiana che riscopra nella relazione d’amore con Dio la sua sorgente e che sappia gettare sulla terra, ovunque, il fuoco di questo amore.

I nostri sono di nuovo i tempi della decisione. La presenza di Gesù coincide con il tempo delle scelte decisive. Ecco il senso delle sue parole: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione”. Sì perché decidersi significa uscire dall’indifferenza, prendere posizione, schierarsi apertamente a costo di trovarsi in contrasto anche nella stessa famiglia. Come tutti profeti (vedi 1 lettura), come Gesù stesso “che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei  peccatori”, come ci ricorda la 2 lettura.

La pace che Gesù offre sarà il risultato di questa decisione, il frutto di una lotta, di una conquista che spezza ogni forma di neutralità, mediocrità, equilibrio tra bene e male. Nella decisione per Lui si rischia il contrasto, la divisione che tuttavia è salutare perché permette di fare chiarezza e aprire a una più chiara e decisa coerenza con il Vangelo.

Dunque, come ricorda la lettera agli Ebrei, “corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù”.

Decidersi significa proprio tenere fisso lo sguardo su di Lui e vivere con Lui e per Lui, ascoltando la sua voce e seguendolo, costi quel che costi.

Decidersi significa risvegliare in noi il dono del Battesimo che ci ha resi profeti, e animati dal fuoco d’amore dello Spirito; siate profeti anche scomodi, dice il Signore Gesù, facendo divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente.

Decidersi significa operare insieme per ridare slancio, passione, fuoco appunto alla chiesa corpo di Cristo presente nel mondo.

Sia di nuovo Pentecoste, ogni domenica, e il fuoco dello Spirito risvegli in noi il gusto e la bellezza del vangelo donandoci anche la forza per attuarlo nella nostra vita privata e comunitaria, ravvivando così quella brace che certamente ancora brucia, pur sotto la cenere delle nostre fragilità e paure.

 

 

sabato 6 agosto 2022

"Svegli nella notte"- XIX° domenica del tempo ordinario

 

“I nostri sono tempi bui” si sente dire; e di fatto siamo nella notte da tanti punti di vista. Oggi non è difficile riconoscere che siamo in un momento di buio, di confusione, di rischio e di pericolo. E’ proprio in questi momenti che diventa importante capire come stare nella notte e come uscire dalla notte.

L’immagine della notte torna anche nella Parola ascoltata: sia nella breve parabola del vangelo che nella prima lettura ed è presente anche nella seconda che rievoca il faticoso e oscuro cammino di Abramo. Dalla Parola per noi preziose indicazioni.

Una prima indicazione sta nel ricordarci che, anche nella notte più oscura la storia è e rimane guidata da Dio che libera e salva. Quanto è avvenuto al popolo d’Israele con la prima Pasqua si ripete oggi per noi. Dio è fedele alla sua alleanza e non abbandona coloro che si affidano a Lui e la notte diventa “la notte della liberazione” (1 lettura).

Questo ci dice che occorre saper stare nella notte con fede perché solo così ogni notte può aprirsi all’aurora e ogni tenebra fare spazio a squarci di luce. Per fede Abramo e Sara, che si riconobbero di “essere stranieri e pellegrini sulla terra”,  affrontarono il cammino della loro storia personale e grazie a questa fede in Dio portarono a realizzazione le sue promesse e i suoi doni. “La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono”. Così ci ha detto la seconda lettura.

L’invito dunque è chiaro anche per noi: essere uomini e donne che affrontano con fede il cammino della vita, che sanno vivere di fede. Ma cosa significa vivere di fede per noi oggi?

Non si tratta certo di riempire la vita di una serie di pratiche religiose più o meno sentite, di tener buono Dio con qualche preghiera, gesto di culto, opera buona… Non è questo il vivere di fede. Nella sua prima enciclica (Lumen fidei n.18) papa Francesco scrive: “La fede non solo guarda a Gesù, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vivere”. Aver fede è allora guardare il mondo, Dio, noi, gli altri dal punto di vista di Gesù, con gli occhi di Gesù. E proprio nel Vangelo Gesù ci illumina invitandoci a riconoscere che siamo amati e custoditi da un Dio-Padre; a riconoscere che da Lui abbiamo ricevuto un tesoro per il quale deve battere il nostro cuore: questo tesoro consiste nell’essere figli amati, partecipi del suo Regno che siamo chiamati a costruire fin d’ora. “Non temere piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”.

Occorre allora saper stare nella notte con cuore e mente vigilante: “Siate pronti, siate svegli”. Che significa vivere rimanendo lucidi, non lasciandoci suggestionare dalle cose, dai fatti, dalle tentazioni. E’ saper vedere (con gli occhi di Gesù) in ogni attimo, in ogni persona, in ogni circostanza anche la più oscura e faticosa, la Presenza di Dio e del suo Regno che è il tesoro della nostra vita e così agire di conseguenza.

Così allora sapremo stare nella notte anche con responsabilità. Essa consiste nel saper essere amministratori fidati e prudenti, servi buoni e fedeli. Capaci cioè di vivere amministrando bene la nostra vita e le nostre relazioni con gli altri; questo nell’ottica non del dominio e dello sfruttamento, bensì del servizio (che è lo stile di Dio che si fa nostra servo), impiegando le proprie capacità per il bene di tutti (come ci dice la parabola), per realizzare così la volontà di Colui che ci ha affidato ogni bene; senza dimenticare che “a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto”.

Così camminando nella fede, vigilanti e responsabili, alla luce della sua Parola, ecco che potremo, nell’arduo viaggio della nostra storia quotidiana, uscire da ogni notte, imparando a scorgere segni di speranza, a operare insieme per costruire, dentro questa nostra storia, quel Regno di giustizia, di fraternità e di pace, che Dio ha posto nei nostri cuori e nelle nostre mani. E questo oggi, in questi tempi oscuri, dove come cristiani siamo chiamati a fare fino in fondo la nostra parte.

 


sabato 30 luglio 2022

"Saggi, liberi, responsabili" - XVIII° domenica del Tempo Ordinario

 

La Parola che oggi è risuonata in mezzo a noi non vuole intimorire e spaventare nessuno anche se i toni sono forti. “Vanità delle vanità tutto è vanità”,”Tutti i giorni non sono che dolore e fastidi penosi”, “Tu fai ritornare l’uomo in polvere… siamo come l’erba che germoglia, al mattino fiorisce e germoglia, alla sera è falciata e secca…”. “Stolto, ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?” “Fate morire ciò che appartiene alla terra.”

E’ una Parola che vuole come sempre illuminare il nostro cammino e le nostre scelte verso una vita veramente felice.

Una Parola dunque non per farci paura ma per renderci saggi, liberi, responsabili.

Innanzitutto per renderci saggi. Di una sapienza che non corrisponde alla conoscenza. Sono due cose diverse. Si può conoscere di tutto e di più ma non essere saggi. E’ il rischio che oggi facilmente si corre: una conoscenza diffusa su tutto che rende spesso arroganti, presuntuosi, orgogliosi. La vera sapienza invece rende umili. Essa nasce non dall’intelligenza, ma dal cuore e consiste nel saper valutare saggiamente ogni cosa. “Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” ci dice il salmista. E ‘contare’ non sta nel numerare ma nel fare memoria di ogni nostra giornata per saper cogliere, nel cuore, il valore di ogni cosa. Imparare a leggere i fatti, la storia, le cose, i beni, la natura cogliendo il bene, il vero e il bello che in tutto è presente, riconoscendo umilmente la nostra provvisorietà e il nostro limite per aprirci con fiducia alla vita e a Colui che della vita è il creatore. Ecco il saggio.

La Parola ci porta alla vera libertà, al diventare liberi e non schiavi delle cose e dei beni. Il saggio impara questo distacco del cuore che sa conservare, davanti a tutto e a tutti, la libertà interiore, non attaccandosi avidamente a ciò che si possiede, proprio perché la sapienza ci ricorda che tutto è ‘vanità, cioè effimero, soffio che passa. Così liberi da saper gustare e valorizzare tutto ma senza voler tenere per se ogni cosa. Per la persona saggia e libera non ha senso allora la parola ‘proprietà’, “mio” (come nella parabola: i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, la mia vita, anima mia…) poiché ciò che ho non è mio ma mi è dato in usufrutto e a nostra volta lo consegneremo ad altri, come ricorda la Parola.

Ecco allora che questa stessa Parola ci guida a saper usare ogni cosa con responsabilità. Ci rende saggi, liberi e responsabili. Quella responsabilità di chi sa agire riconoscendo il valore di ogni cosa senza possederla in modo esclusivo ma anzi rispettandola, impiegandola, utilizzandola per il bene-essere di tutti. Pensiamo ad esempio l’uso del denaro, il rispetto o lo sfruttamento della natura, lo spreco o il giusto utilizzo del cibo e delle risorse a nostra disposizione…

Essere responsabili in fondo si riassume nel saper “arricchire davanti a Dio”, nel saper passare dal ‘mio’ al ‘nostro’, a differenza dello stolto irresponsabile che pensa solo a sé ”Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato (accumulato) di chi sarà?. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”.

Ecco allora che da questa riflessione vengono alla luce due modi opposti di vivere, di affrontare la vita e di usare le coese, i beni, il creato. Due modi che Paolo nella seconda lettura sintetizza con le espressioni “uomo vecchio” e ”uomo nuovo”. Il primo è l’uomo tutto rivolto alla terra, nel senso di un attaccamento morboso per possedere, avere, dominare che porta a ”quella cupidigia che è idolatria”, è ‘l’uomo divoratore, consumatore’. L’uomo nuovo invece è Gesù, al quale siamo anche noi uniti grazie al Battesimo; il Risorto che ci invita ad alzare lo sguardo per riconoscere tutto come dono dall’alto e per vivere su questa terra con gli occhi al cielo. Questo uomo nuovo, l’uomo ‘generatore’, colui che sa “arricchire presso Dio” imparando a fare della vita un dono a Lui e all’umanità usando del creato, dei beni frutto di lavoro e di fatica, per costruire una società più giusta e solidale, più fraterna. Una umanità più saggia, libera e responsabile.

 

sabato 23 luglio 2022

"Nel respiro del Padre" - XVII domenica del tempo ordinario

“Gesù si trovava in un luogo a pregare”. Questo fatto ha suscitato attenzione, interesse. Infatti, vedendo Gesù pregare “uno dei suoi discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare”. Insegnaci a fare come fai tu, a entrare in questa relazione così profonda con Dio che ti trasforma il volto, la vita. “Insegnaci a pregare” è la richiesta del discepolo. Perché a pregare si impara: e si impara solo da Lui, l’unico maestro e Signore.

“Insegnaci a pregare” e non insegnaci le preghiere…
Pregare è cosa differente dalle preghiere, dalle formule, dai riti. Pregare è entrare nella relazione d’amore con Dio riconosciuto e amato come Padre.

Anche noi abbiamo bisogno, sempre, di imparare a pregare. Sappiamo anche tante preghiere, ne diciamo forse anche molte, ma ciò non significa che sappiamo pregare, che preghiamo. La preghiera di Gesù non è questione di parole recitate, ma di un cuore aperto, accogliente, disponibile, in ascolto verso il Padre.

Solo da un cuore così in sintonia con Dio possono nascere parole semplici e profonde come quelle che Gesù ci suggerisce: “Quando pregate dite: Padre nostro…”.

C’è dunque anche un dire ma che deriva da un aver posto un atto di fiducia totale in Dio.

Un Dio non pensato come Colui che fa ciò che gli dico, Colui che deve risolvermi ogni problema, Colui che – se c’è – deve far andare tutto per il verso giusto… Queste sono nostre idee di Dio; immagini di Dio che impediscono la preghiera cristiana.

Gesù ci dice: Dio è Padre. Solo se a Lui ci si affida totalmente, allora si può entrare in una relazione d’amore, come figli insieme al Figlio, pronti a riconoscere la Sua presenza, il suo amore, la sua volontà e vivere con Lui e per Lui. “La preghiera cristiana è dialogo tra persone che si amano, un dialogo basato sulla fiducia, sostenuto dall’ascolto e aperto all’impegno solidale” (P.Francesco)

E’ quello che Abramo aveva compreso: si fida di Dio e con la sua preghiera audace e insistente confida nel suo amore misericordioso e intercede per gli altri, per l’umanità bisognosa di salvezza.

Questo Padre, ci dice Gesù, è un Padre buono che sa dare cose buone ai suoi figli. E la cosa più buona è il Suo Spirito: “da lo Spirito santo a quelli che glielo chiedono”.

Questa è la novità sorprendente della preghiera cristiana.

Dio dà la sua stessa vita, presenza, forza: il Suo Spirito: “nella preghiera non ottengo delle cose, ottengo Dio stesso”.

Lui entra in comunione con noi, diventa vita della nostra vita. Ecco perché la preghiera che ci fa vivere. Io vivo perché prego; prego per vivere, allo stesso modo in cui respiro per vivere; prego per vivere meglio e in pienezza la mia vita. Pregare è attingere alle sorgenti della vita, alla sorgente di quell’acqua viva che è lo Spirito di Dio

Ecco perché pregare ci trasforma: mi rende giorno dopo giorno figlio amato a immagine del Figlio Gesù, al punto, come dice Paolo nella seconda lettura, “che con Gesù, attraverso il Battesimo, Dio ha dato vita anche a noi e con Lui siamo risorti”.

Un ultimo aspetto: pregare è sempre azione al plurale. Nella preghiera che Gesù ci insegna non c’è posto per “l’io, il mio”. C’è solo “il tu, il nostro”. Padre nostro: il tuo nome, il tuo regno, la tua volontà; il nostro pane, i nostri peccati, ogni nostro debitore… Pregare è allargare il cuore e le braccia a Dio e agli altri, al mondo intero. E’ portare con noi l’umanità di cui siamo parte riconoscendoci famiglia, figli e fratelli dell’unico Padre.

Non stanchiamoci di percorrere questo cammino: impariamo ogni giorno di nuovo a pregare come Gesù. “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”. Ora sappiamo cosa chiedere e cercare e a chi bussare: al cuore stesso del Padre; a Lui chiediamo, con insistenza e perseveranza, per noi e per tutti, il Suo Spirito affinché ci avvolga, ci trasformi e ci renda, giorno dopo giorno, suoi figli amati e fratelli capaci di amarci gli uni gli altri.