sabato 25 aprile 2026

Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni - Quarta domenica di Pasqua

 

«Evangelizzazione e vocazioni, ripartire dalla cura dell’interiorità»

«Ogni vocazione non può che iniziare dalla consapevolezza e dall’esperienza di un Dio che è Amore». Così, papa Leone XIV nel suo messaggio per la 63ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni invita alla scoperta del dono di Dio che abita il cuore. Sulle pagine di Avvenire abbiamo letto spesso riguardo la sete di spiritualità che abita il cuore dei giovani e non soltanto. La ricerca del senso spinge alla profondità, allo spessore della vita, al desiderio di una sua consistenza affinché possa tenere e sostenere il peso e il contrasto della realtà. Che tutto non sia vano, che le relazioni siano vere, che il futuro possa essere felice, che si possa contare su qualcuno, che qualcosa della vita rimanga per sempre non sono domande lontane dall’animo e dal cuore di noi, adulti, giovani e adolescenti. Riguardo la spiritualità, la tecnologia contiene l’illusione del non avere a che fare con la durezza, la lotta e la fatica della vita. Le immagini che la descrivono hanno il colore evanescente delle nuvole, le stesse sulle quali ci illudiamo di salvare i documenti che contengono il nostro lavoro, i nostri ricordi, le finestre alle quali affidiamo domande, chiediamo consigli e suggerimenti. Le icone delle aziende che offrono questi servizi rimandano all’idea di freschezza, di leggerezza, di cielo facendo dimenticare che per esistere anch’essi hanno bisogno di un hardware fatto di pesanti e costose infrastrutture. Una via per mettersi alla ricerca del senso è non cedere all’illusione che la vita sia altrove né che il senso si trovi su un altro piano rispetto alla realtà. Per scoprire, riconoscere, sapere il senso della vita è decisivo fermarsi: «occorrono contemplazione e interiorità». La stessa parola “senso” risuona nella mente alla maniera del concetto, l’immaginazione porta a tracciarne i contorni come fosse una filosofia a cercare il sapore di una risposta, statica e convincente. Quasi mai il termine rimanda ad una storia. Eppure, ciascuno di noi non fatica a riconoscere che il senso della vita ha proprio a che fare con volti concreti di persone, amici e amiche, compagni di viaggio e di vita. Il senso della vita – quello che rimane, ciò che ne restituisce il gusto e la bellezza – è fatto di mani, strette nell’amicizia o tese nel bisogno, di passi compiuti, di lavoro operoso e condiviso nella cura e nella gratuità; sono rapporti ricuciti, tempi e luoghi nei quali, finalmente, sedersi e raccontare, ascoltare ed essere ascoltati.

Della vita c’è un senso, un verso, una direzione nella quale essa si fa e c’è un verso contrario, secondo il quale si disfa. Il primo è la via tracciata dal Buon Pastore, un sentiero che sappiamo essere Lui stesso, la sua persona, la sua storia, di cui possiamo essere parte. Il senso della vita è la persona del Signore Gesù. Con Lui, papa Leone invita ad entrare in relazione per «splendere della sua stessa bellezza». La vita si fa nella direzione dell’amore, nel verso contrario, si disfa. E l’amore scorre nella profondità delle relazioni, nella cura dei gesti, nella misura delle parole, nell’intuire e riconoscere il bene da compiere per scrivere, giorno dopo giorno, il racconto della nostra vita, il nostro nome, la nostra vocazione.

«La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale e nell’impegno sempre nuovo dell’evangelizzazione. In questo spirito, invito tutti – famiglie, parrocchie, comunità religiose, vescovi, sacerdoti, diaconi, catechisti, educatori e fedeli laici – a impegnarsi sempre di più nel creare contesti favorevoli affinché questo dono possa essere accolto, nutrito, custodito e accompagnato per portare abbondante frutto. Solo se i nostri ambienti splenderanno per fede viva, preghiera costante e accompagnamento fraterno, la chiamata di Dio potrà sbocciare e maturare, diventando strada di felicità e salvezza per ciascuno e per il mondo», scrive Leone XIV nel suo messaggio. Oggi preghiamo per tutte le vocazioni chiedendo in particolare il dono di nuovi sacerdoti, di nuove consacrate e consacrati. Il Signore infonda nel cuore dei giovani il desiderio di seguirlo sulla via del ministero ordinato, della vita consacrata, del matrimonio e del laicato vissuto per il Regno. Ne abbiamo bisogno, per questo vogliamo pregare!

MICHELE GIANOLA

Direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale delle vocazioni

 

 

 

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE LEONE XIV PER LA LXIII GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

IV Domenica di Pasqua - 26 aprile 2026

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La scoperta interiore del dono di Dio

 

Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani!

Guidati e custoditi da Gesù Risorto, celebriamo nella IV domenica di Pasqua, detta “domenica del buon Pastore”, la LXIII Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. È un’occasione di grazia in cui condividere alcune riflessioni sulla dimensione interiore della vocazione, intesa come scoperta del dono gratuito di Dio che sboccia nel profondo del cuore di ciascuno di noi. Percorriamo allora insieme la via di una vita veramente bella, che il Pastore ci indica!

 

La via della bellezza

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù si definisce letteralmente il «pastore bello» (ὁ ποιμὴν ὁ καλός) ( Gv 10,11). L’espressione indica un pastore perfetto, autentico, esemplare, in quanto è pronto a dare la vita per le sue pecore, manifestando così l’amore di Dio. È il Pastore che affascina: chi lo guarda scopre che la vita è davvero bella se lo si segue. Per conoscere questa bellezza non bastano gli occhi del corpo o criteri estetici: occorrono contemplazione e interiorità. Solo chi si ferma, ascolta, prega e accoglie il suo sguardo può dire con fiducia: “Mi fido, con Lui la vita può essere davvero bella, voglio percorrere la via di questa bellezza”. E la cosa più straordinaria è che, diventando suoi discepoli, si diventa a propria volta “belli”: la sua bellezza ci trasfigura. Come scrive il teologo Pavel Florenskij, l’ascetica non crea l’uomo “buono”, ma l’uomo “bello”. Il tratto che contraddistingue i santi, infatti, oltre alla bontà, è la bellezza spirituale luminosa che irradia da chi vive in Cristo. Così la vocazione cristiana si rivela in tutta la sua profondità: partecipare della sua vita, condividere la sua missione, splendere della sua stessa bellezza.

Questa comunicazione interiore di vita, di fede e di senso fu l’esperienza anche di Sant’Agostino, il quale, nel libro terzo delle Confessioni, mentre dichiara e confessa i suoi peccati ed errori giovanili, riconosce Dio «più intimo di ogni mia intimità». Oltre la consapevolezza di sé, egli scopre la bellezza della luce divina che lo guida nel buio. Agostino scorge la presenza di Dio nella parte più interiore della sua anima, e ciò implica l’aver compreso e vissuto l’importanza della cura dell’interiorità come spazio di relazione con Gesù, come via per sperimentare la bellezza e la bontà di Dio nella propria vita. Tale relazione si edifica nella preghiera e nel silenzio e, se coltivata, ci apre alla possibilità di accogliere e vivere il dono della vocazione, che non è mai un’imposizione o uno schema prefissato a cui semplicemente aderire, ma un progetto di amore e di felicità. La cura dell’interiorità: è da qui che è urgente ripartire nella pastorale vocazionale e nell’impegno sempre nuovo dell’evangelizzazione.

In questo spirito, invito tutti – famiglie, parrocchie, comunità religiose, vescovi, sacerdoti, diaconi, catechisti, educatori e fedeli laici – a impegnarsi sempre di più nel creare contesti favorevoli affinché questo dono possa essere accolto, nutrito, custodito e accompagnato per portare abbondante frutto. Solo se i nostri ambienti splenderanno per fede viva, preghiera costante e accompagnamento fraterno, la chiamata di Dio potrà sbocciare e maturare, diventando strada di felicità e salvezza per ciascuno e per il mondo. Incamminati sulla via che Gesù, il bel Pastore, ci indica, impariamo allora a conoscere meglio noi stessi e a conoscere più da vicino Dio che ci ha chiamati.

 

Conoscenza reciproca

«Il Signore della vita ci conosce e illumina il nostro cuore con il suo sguardo d’amore». Ogni vocazione, infatti, non può che iniziare dalla consapevolezza e dall’esperienza di un Dio che è Amore (cfr 1Gv 4,16): Egli ci conosce profondamente, ha contato i capelli del nostro capo (cfr Mt 10,30) e ha pensato per ognuno una via unica di santità e di servizio. Questa conoscenza, però, dev’essere sempre reciproca: siamo invitati a conoscere Dio attraverso la preghiera, l’ascolto della Parola, i Sacramenti, la vita della Chiesa e la donazione ai fratelli e alle sorelle. Come il giovane Samuele, che nella notte, forse in maniera inaspettata, udì la voce del Signore e imparò a riconoscerla con l’aiuto di Eli (cfr 1 Sam 3,1-10), così anche noi dobbiamo creare spazi di silenzio interiore per intuire ciò che il Signore ha in cuore per la nostra felicità. Non si tratta di un sapere intellettuale astratto o di una conoscenza dotta, ma di un incontro personale che trasforma la vita. Dio abita il nostro cuore: la vocazione è un dialogo intimo con Lui, che chiama – nonostante il rumore talvolta assordante del mondo – invitandoci a rispondere con vera gioia e generosità.

« Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas – Non uscire fuori di te, ritorna in te stesso, la Verità abita nell’uomo interiore». Ancora sant’Agostino ci ricorda quanto sia importante imparare a fermarsi, costruire spazi di silenzio interiore per poter ascoltare la voce di Gesù Cristo.

Cari giovani, ascoltate questa voce! Ascoltate la voce del Signore che vi invita a vivere una vita piena, realizzata, mettendo a frutto i propri talenti (cfr Mt 25,14-30) e inchiodando alla Croce gloriosa di Cristo i propri limiti e le proprie debolezze. Fermatevi, dunque, in adorazione eucaristica, meditate assiduamente la Parola di Dio per viverla ogni giorno, partecipate attivamente e pienamente alla vita sacramentale ed ecclesiale. In questo modo conoscerete il Signore e, nell’intimità propria dell’amicizia, scoprirete come donare voi stessi, nella via del matrimonio, o del sacerdozio, o del diaconato permanente, oppure nella vita consacrata, religiosa o secolare: ogni vocazione è un dono immenso per la Chiesa e per chi la accoglie con gioia. Conoscere il Signore significa soprattutto imparare a fidarsi di Lui e della sua Provvidenza, che sovrabbonda in ogni vocazione.

 

Fiducia

Dalla conoscenza nasce la fiducia, atteggiamento che è figlio della fede, essenziale sia per accogliere la vocazione, sia per perseverare in essa. La vita, infatti, si rivela come un continuo fidarsi e affidarsi al Signore, anche quando i suoi piani sconvolgono i nostri. Pensiamo a San Giuseppe, che, nonostante l’inatteso mistero della maternità della Vergine, si affida al sogno divino e accoglie Maria e il Bambino con cuore obbediente (cfr Mt 1,18-25; 2,13-15). Giuseppe di Nazaret è un’icona di fiducia totale nel disegno di Dio: si fida anche quando tutto intorno a lui sembra essere tenebra e negatività, quando le cose sembrano andare in direzione opposta rispetto a quella prevista. Egli si fida e si affida, certo della bontà e della fedeltà del Signore. «In ogni circostanza della sua vita, Giuseppe seppe pronunciare il suo “ fiat”, come Maria nell’Annunciazione e Gesù nel Getsemani».

Come ci ha insegnato il Giubileo della Speranza, occorre coltivare una fiducia ferma e stabile nelle promesse di Dio, senza cedere mai alla disperazione, superando paure e incertezze, certi che il Risorto è Signore della storia del mondo e della nostra personale: Egli non ci abbandona nelle ore più buie, ma viene a diradare con la sua luce tutte le nostre tenebre. E proprio grazie alla luce e alla forza del suo Spirito, anche attraverso prove e crisi, possiamo vedere la nostra vocazione maturare, riflettere sempre più la stessa bellezza di Colui che ci ha chiamato, una bellezza fatta di fedeltà e fiducia, nonostante le ferite e le cadute.

 

Maturazione

La vocazione, in effetti, non è un traguardo statico, ma un processo dinamico di maturazione, favorito dall’intimità con il Signore: stare con Gesù, lasciar agire lo Spirito Santo nei cuori e nelle situazioni della vita e rileggere tutto alla luce del dono ricevuto significa crescere nella vocazione. Come la vite e i tralci (cfr Gv 15,1-8), così tutta la nostra esistenza deve costituirsi in un legame forte ed essenziale con il Signore, in modo da diventare una risposta sempre più piena alla sua chiamata, attraverso le prove e le necessarie potature. I “luoghi” dove si manifesta maggiormente la volontà di Dio e si fa esperienza del suo infinito amore sono spesso i legami autentici e fraterni che siamo capaci di instaurare nel corso della nostra vita. Quanto è prezioso avere una valida guida spirituale che accompagni la scoperta e lo sviluppo della nostra vocazione! Quanto sono importanti il discernimento e la verifica alla luce dello Spirito Santo, perché una vocazione possa realizzarsi in tutta la sua bellezza. Vocazione, dunque, non è un possesso immediato, qualcosa di “dato” una volta per tutte: è piuttosto un cammino che si sviluppa analogamente alla vita umana, in cui il dono ricevuto, oltre ad essere custodito, deve nutrirsi di un rapporto quotidiano con Dio per poter crescere e portare frutto. «Questo ha un grande valore, perché colloca tutta la nostra vita di fronte a quel Dio che ci ama e ci permette di capire che nulla è frutto di un caos senza senso, ma al contrario tutto può essere inserito in un cammino di risposta al Signore, che ha un progetto stupendo per noi».

Cari fratelli e sorelle, carissimi giovani, vi incoraggio a coltivare la vostra relazione personale con Dio attraverso la preghiera quotidiana e la meditazione della Parola. Fermatevi, ascoltate, affidatevi: in questo modo, il dono della vostra vocazione maturerà, vi renderà felici e porterà frutti abbondanti per la Chiesa e per il mondo.

La Vergine Maria, modello di accoglienza interiore del dono divino e maestra dell’ascolto orante, vi accompagni sempre in questo cammino!

Dal Vaticano, 16 marzo 2026  -  LEONE PP. XIV


sabato 11 aprile 2026

"Pace a voi" - Seconda domenica di Pasqua, della Divina Misericordia

 

Messaggio del giorno di Pasqua di papa Leone XIV

 

Da secoli la Chiesa canta con esultanza l’avvenimento che è origine e fondamento della sua fede: «Il Signore della vita era morto / ma ora, vivo trionfa. / Sì, ne siamo certi: / Cristo è davvero risorto. / Tu, Re vittorioso, / abbi pietà di noi» (Sequenza di Pasqua).

La Pasqua è una vittoria: della vita sulla morte, della luce sulle tenebre, dell’amore sull’odio. Una vittoria a carissimo prezzo: il Cristo, il Figlio del Dio vivente (cfr Mt 16,16) ha dovuto morire, e morire su una croce, dopo aver subito un’ingiusta condanna, essere stato schernito e torturato, e aver versato tutto il suo sangue. Come vero Agnello immolato, ha preso su di sé il peccato del mondo (cfr Gv 1,29; 1Pt 1,18-19) e così ci ha liberati tutti, e con noi anche il creato, dal dominio del male.

Ma come ha vinto Gesù? Qual è la forza con cui ha sconfitto una volta per sempre l’antico Avversario, il Principe di questo mondo (cfr Gv 12,31)? Qual è la potenza con cui è risorto dai morti, non ritornando alla vita di prima, ma entrando nella vita eterna e aprendo così nella propria carne il passaggio da questo mondo al Padre?

Questa forza, questa potenza è Dio stesso, Amore che crea e genera, Amore fedele fino alla fine, Amore che perdona e riscatta.

Cristo, nostro «Re vittorioso», ha combattuto e vinto la sua battaglia con l’abbandono fiducioso alla volontà del Padre, al suo disegno di salvezza (cfr Mt 26,42). Così ha percorso fino alla fine la via del dialogo, non a parole ma nei fatti: per trovare noi perduti si è fatto carne, per liberare noi schiavi si è fatto schiavo, per dare la vita a noi mortali si è lasciato uccidere sulla croce.

La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta. È simile a quella di un chicco di grano che, marcito nella terra, cresce, si apre un varco tra le zolle, germoglia e diventa una spiga dorata. È ancora più simile a quella di un cuore umano che, ferito da un’offesa, respinge l’istinto di vendetta e, pieno di pietà, prega per chi lo ha offeso.

Fratelli e sorelle, questa è la vera forza che porta la pace all’umanità, perché genera relazioni rispettose a tutti i livelli: tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, le nazioni. Non mira all’interesse particolare, ma al bene comune; non vuole imporre il proprio piano, ma contribuire a progettarlo e a realizzarlo insieme agli altri.

Sì, la risurrezione di Cristo è il principio dell’umanità nuova, è l’ingresso nella vera terra promessa, dove regnano la giustizia, la libertà, la pace, dove tutti si riconoscono fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre che è Amore, Vita, Luce.

Nella luce della Pasqua, lasciamoci stupire da Cristo! Lasciamoci cambiare il cuore dal suo immenso amore per noi! Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!

Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo. C’è una sempre più marcata “globalizzazione dell’indifferenza”, per richiamare un’espressione cara a Papa Francesco, che un anno fa da questa loggia rivolgeva al mondo le sue ultime parole, ricordandoci: «Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo!» (Messaggio Urbi et Orbi, 20 aprile 2025).

La croce di Cristo ci ricorda sempre la sofferenza e il dolore che circondano la morte e lo strazio che essa comporta. Tutti abbiamo paura della morte e per paura ci voltiamo dall’altra parte, preferiamo non guardare. Non possiamo continuare ad essere indifferenti! E non possiamo rassegnarci al male! Sant’Agostino insegna: «Se hai paura della morte, ama la risurrezione!» (Sermo 124, 4). Amiamo anche noi la risurrezione, che ci ricorda che il male non è l’ultima parola, perché è stato sconfitto dal Risorto.

Egli ha attraversato la morte per donarci vita e pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14, 27). La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi! Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore!

In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male. Al Signore raccomandiamo tutti i cuori che soffrono e attendono la vera pace che solo Lui può dare. Affidiamoci a Lui e apriamogli il nostro cuore! Solo Lui fa nuove tutte le cose (cfr Ap 21,5)!