sabato 31 ottobre 2020

"Beato chi sfida la logica comune" - Solennità di tutti i Santi


Nel ricordo di don Bruno Maggioni, lasciamo alle sue parole il commento della Parola in questa festa di tutti i Santi.


Non si capisce nulla di Gesù, se non ci si confronta con le beatitudini. Sono infatti la descrizione della sua persona­lità e del suo stile di vita. Affascinanti e sconcertanti, pro­clamano la gioia trovata nel dono di sé.
Non c'è pagina evangelica più affascinante (ma anche più sconcertante!) delle beatitudini. Non capiremmo nulla di Gesù, né della sua vita né del suo messaggio, se non ci confrontassimo con questa pagina.
Le beatitudini sono il cuore dell'intero Vangelo. La loro formulazione è paradossale. Il paradosso è l'espressione di un'opinione che è al di fuori, o contro, il modo comune di pensare. Generalmente il paradosso è anche accompagnato da una venatura di esagerazione e dal gusto di sorprende­re. Ha infatti lo scopo di far rizzare la testa, di stupire, per scuotere e risvegliare le coscienze. Ma dietro l'espressione paradossale c'è la persuasione che la verità è spesso al di là di ciò che comunemente si ritiene ovvio e scontato. Le bea­titudini non sono fatte per uomini che si appiattiscono nel comune modo di pensare.
Le beatitudini di Matteo sono otto ma descrivono un'u­nica personalità, e questa personalità è Gesù Cristo. Gesù non ha soltanto pronunciato le beatitudini, ma le ha vissu­te. Prima di descrivere l'ideale cristiano, esse descrivono la figura del Cristo. C'è una strettissima relazione tra le beati­tudini e Gesù Cristo. Lo descrivono nei suoi comportamen­ti e nelle sue scelte. E ovvio perciò che se vogliamo inten­dere nel modo giusto le beatitudini del Vangelo, le dobbia­mo leggere alla luce della prassi di Gesù Cristo. Qui si illu­minano veramente.
C'è una sfida nelle beatitudini. Se mancasse, parlerem­mo di ideali, di capovolgimento di mentalità, ma non di beatitudini. È la nota della gioia: beati! Ma quale gioia? Non quella fondata sul possesso dei beni, o sul successo, o su al­tre cose simili. Le beatitudini, invece, proclamano la gioia della fiducia in Dio, e insieme la gioia del servizio, del do­no di sé, non della conservazione di sé. Le beatitudini sono convinte che l'uomo è fatto per donarsi.
E’ facile leggere le beatitudini in una prospettiva sbaglia­ta. C'è chi pensa che le beatitudini abbiano un valore reale, concreto, non per il cristiano comune (costretto a vivere nel mondo in situazioni che le rendono impraticabili), ma per vocazioni speciali, per persone particolari, eccezionali, chia­mate a esemplificare la paradossalità evangelica. E invece no. Le beatitudini sono un ideale proposto a ogni cristiano, qualsiasi vocazione abbia e in qualsiasi situazione si trovi.


Da “Il volto nuovo di Dio. Detti e gesti di Gesù”, di B.Maggioni, Ed.Lindau 
 

 

sabato 24 ottobre 2020

L'amore vuole TUTTO - Trentesima domenica del tempo ordinario

Il brano di oggi muove da un dottore della Legge che vuole tentare Gesù per metterlo ancora una volta alla prova.

La questione circa cosa fosse più importante osservare, riguardava la prima comunità cristiana a cui Matteo scrive; e riguarda anche noi oggi, che rischiamo di disperderci in una molteplicità di devozioni, pratiche, precetti, perdendo di vista l’essenziale, il cuore stesso della vita cristiana. L’amore. E’ questo il ‘cuore’ di tutto. E Gesù lo ripropone con chiarezza, ricavando l’indicazione proprio dai testi dell’antico testamento e arrivando a evidenziarne il primato assoluto.

Amare Dio, amare il prossimo. Primo e secondo in ordine di presentazione, ma unico inscindibile nuovo comandamento.

E’ l’amore nella sua totalità, ciò che dà significato e valore a osservanze, tradizioni, precetti… Essi risultano come svuotati di senso se non vengono attuati nella luce e nella prospettiva dell’amore. Amare è tutto. Amare con tutto noi stessi: corpo, mente, anima. Fare dell’amore il perno, il punto unificante di tutta la nostra vita.

E’ questo “tutto” che sorprende e forse un po’ ci spaventa. Un “tutto” che riguarda innanzitutto Dio: Lui non ama, Lui è amore. E’ tutto amore e lo è per tutti e tutti ama con tutto se stesso, con la totalità del suo essere amore (non ci dona qualcosa per amore, delle briciole, ma ci dona se stesso, tutta la sua vita!).

L’essere umano da Lui creato porta dentro di sé la chiamata all’amore: tutti noi sentiamo questa chiamata ad amare e ad essere amati. Sentiamo che senza amore la vita si spegne, muore. L’amore diventa ciò che dà senso alla vita, ciò che la rende significativa e dona ad essa immortalità, perché “più forte della morte è l’amore” (Cantico dei Cantici)

Il nostro amare diventa allora cammino, tensione verso la totalità. Gesù usa un verbo al futuro; non un imperativo, un comando “Ama”, ma piuttosto il futuro “Amerai”. Lo chiamerei un futuro espansivo… destinato cioè a crescere, a espandersi fino ad arrivare ad amare con tutto noi stessi, ad amare tutti, ad amare il Tutto. “Amerai il Signore… amerai il tuo prossimo”. E’ un ricordarci che l’amore è un cammino che chiede tempo, anche fatica e lotta, e amare è un’azione mai conclusa, che dura una vita intera perché della vita l’amore è il respiro vero, in continua espansione, come la vita stessa.

Questo cammino, questo tendere alla totalità porta a cogliere sempre più quanto sia inscindibile l’amore verso Dio e l’amore verso l’uomo: sono una cosa sola. Come Dio ama tutti, senza distinzioni, così noi siamo chiamati a un amore che si apre e si riversa su tutti. In particolare del debole e del povero, come già chiedeva il libro dell’Esodo (1 lettura) invitando a prestare attenzione e amore concreto agli stranieri, alle vedove e agli orfani, agli indigenti. Gesù poi apre a dimensioni di universalità questo invito di amare il prossimo abbracciando in esso anche il pagano, il peccatore, l’eunuco (omosessuale), la prostituta, il nemico.

E’ questa tensione alla totalità (amare tutti e amare con tutto noi stessi) che rende vero, autentico l’amore. Lo ha ricordato anche papa Francesco mercoledì all’udienza dicendo: Un antico detto dei primi monaci cristiani così recita: «Beato il monaco che, dopo Dio, considera tutti gli uomini come Dio» (Evagrio Pontico, Trattato sulla preghiera, n. 123). Chi adora Dio, ama i suoi figli. Chi rispetta Dio, rispetta gli esseri umani. Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Se tu preghi tanti rosari al giorno ma poi chiacchieri sugli altri, e poi hai rancore dentro, hai odio contro gli altri, questo è artificio puro, non è verità. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello»(1Gv4,19-21). Dio non sopporta l’«ateismo» di chi nega l’immagine divina che è impressa in ogni essere umano. Quell’ateismo di tutti i giorni: io credo in Dio ma con gli altri tengo la distanza e mi permetto di odiare gli altri. Questo è ateismo pratico. Non riconoscere la persona umana come immagine di Dio è un sacrilegio, è un abominio, è la peggior offesa che si può recare al tempio e all’altare”.

Il nostro amare prenda quindi sempre più le misure dall’amore di Dio che è amore senza misura e per tutti. “Da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri”. E’ la missione affidata alla Chiesa, a ciascun battezzato. Ogni giorno, in ogni luogo.

sabato 17 ottobre 2020

"Eccomi manda me...a tessere fraternità" - Ventinovesima domenica del tempo ordinario.


GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE.

Il racconto di oggi è un tentativo di mettere Gesù in trappola per avere di che accusarlo. Il pagare il tributo o meno diventa pretesto per  costringerlo a schierarsi.  Insomma: tu da che parte stai?  Questa la vera questione; da che parti ti schieri: sei dei nostri oppure no? Sei per la Legge di Mosè o per i dominatori romani…  Da che parte stai? ci provoca e vale anche per noi questa domanda: come uomini, come cristiani da che parte stiamo?

Guardiamo a Gesù: da che parte sta Gesù?

Dalla parte di Dio, che è anche la parte dell’uomo, perché il Dio che Gesù annuncia è il Dio che è per l’uomo, creato a sua immagine. “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” . Se la moneta porta l’immagine di Cesare, noi portiamo l’immagine di Dio e siamo figli suoi. Stare dalla parte di Dio è sempre stare dalla parte dell’uomo. Non è possibile altrimenti. Se sei contro l’uomo sei di fatto contro Dio; e viceversa.

La risposta di Gesù evidenzia questo e ci fa capire innanzitutto che non si tratta di ‘pagare’ qualcosa, ma di ‘rendere’, restituire. Gesù usa volutamente un verbo diverso dal ‘pagare’…  Noi riceviamo tutto: la vita, la salute, il tempo, le capacità umane, intellettive, spirituali. Tutto riceviamo da Dio. Tutto rendiamo a Dio facendo della nostra vita una risposta al Suo amore, un capolavoro di relazioni, di scelte, di cose belle.

Senza Dio noi non siamo. Solo con Lui noi possiamo tutto. Perché tutto è di Dio. E tutto a Lui dobbiamo allora rendere, di tutto dobbiamo imparare a riconoscere il riferimento a Lui se vogliamo veramente realizzare noi stessi.  L'uomo e la donna sono dono che proviene da oltre, creature di Dio. Restituiscili a Lui onorandoli, prendendotene cura come di un tesoro. Il creato è dono suo: rispettalo, curalo, proteggilo, restituiscilo a Lui e a chi verrà in tutta la sua bellezza…

Tutto ci viene da Lui e tutto deve essere vissuto con Lui e per Lui. A Lui tutto è destinato a tornare.

Ma noi riceviamo anche da ‘Cesare’, cioè dalla società, dagli altri: pensiamo ad esempio quanto riceviamo dal lavoro di altri, ai diversi servizi che ci vengono dati per la salute, per la scuola, anche per il divertimento… Anche qui allora si tratta non di pagare, ma di rendere, restituire. Questo attraverso relazioni di solidarietà, di condivisione, di fraternità. Purtroppo oggi abbiamo ridotto tutto a denaro e a tasse, che altro non sono che un modo di restituire e collaborare a far sì che si possano offrire servizi sempre più utili e necessari. Abbiamo perso molto il senso e la capacità della condivisione e del sostegno reciproco. Questi tempi di Covid dovrebbero aiutarci maggiormente a vedere con questo sguardo diverso le persone, le cose, la vita…

Gesù invita noi oggi a entrare in una forma nuova di relazioni. Invita noi a schierarci: non se pagare o no, ma da che parte stare, se con Dio e l’uomo o sotto lo schiavizzante dominio del mercato e degli interessi privati, del pensare solo a sè. Ci chiama a relazioni non tanto basate sul pagare, su un rapporto tra padrone schiavo, ma piuttosto sul rendere, costruendo rapporti di fraternità-figliolanza, con Dio e con le persone. Con Dio da cui tutto riceviamo gratuitamente, come da un padre, vivendo una relazione di figli che sanno rendere tutto a lui, orientando tutta la loro vita a Colui che questa vita l’ha data a noi in dono. Con gli altri riconosciuti fratelli-sorelle da cui riceviamo e insieme rendiamo, in uno scambio non di potere-dominio, ma di solidarietà e condivisione.

Da qui deriva la capacità e la forza di costruire una società più vera, giusta e fraterna.  Come siamo ancora distanti…: eppure come cristiani a questo dovremmo tendere.

Oggi la giornata missionaria mondiale ci ripropone la sfida della missione come capacità di “tessere fraternità”.

E in che modo se non con il far conoscere che la nostra vita è legata a un Dio da cui tutto riceviamo come da un padre, e che solo in lui e con lui possiamo riconoscerci fratelli capaci di collaborare per costruire un mondo più giusto?

“Ecco manda me”: rendiamoci disponibili a portare ovunque viviamo la novità del vangelo.

E’ questa la bella notizia: annunciare il vangelo è annunciare il primato di Dio e dell’uomo che insieme, legati da un patto di amore, collaborano a realizzare una storia più umana, più fraterna, proprio perché più orientata a Dio e da Lui provvidenzialmente e gratuitamente guidata.

sabato 10 ottobre 2020

"Chiamateli alle nozze!" - Ventottesima domenica del tempo ordinario.

Il nostro sguardo oggi è invitato a posarsi sul volto di Dio per ritrovare speranza e coraggio. E qual è questo volto di Dio? “Ecco il nostro Dio…” dice il profeta. ‘Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato… questi è il Signore in cui abbiamo sperato.”

Un Dio che prepara un banchetto di festa per tutti, che vuole per tutti vita piena. Un Dio che dona e non chiede, non pretende. “Eliminerà la morte… asciugherà le lacrime su ogni volto”. E’ il Dio della vita, della gioia, della festa, della consolazione il Dio in cui crediamo e speriamo.

Credere e sperare dunque è camminare nella vita portando nel cuore la certezza che siamo amati e accompagnati da un Dio che vuole condurci all’incontro con Lui, incontro di nozze, di gioia, dove la vita tutta trova la sua pienezza.

Gesù, riprendendo queste immagini di festa, di convivialità, di vita, vuol farci comprendere come tutto ciò riguarda non solo la meta finale che ci attende oltre questa esistenza, bensì la realtà presente, il nostro oggi dove il regno di Dio già è presente e cresce. Questo per ricordarci che la vita già ora deve esprimere tutta la sua bellezza e capacità di promuovere speranza, gioia, convivialità, fraternità.

L’esperienza quotidiana sembra invece smentire tutto ciò.

La vita ci appare ben altro, contrassegnata da morte, lacrime, violenza, delusione, male. Perché?

E’ forse tutto un inganno ciò che la Parola ci annuncia? Hanno allora ragione quelli che dicono che la fede è qualcosa che serve solo a dare una illusoria e vana consolazione?

La parabola del vangelo ci porta a comprendere che non si tratta di un’illusione l’annuncio del banchetto di nozze. Il suo non potersi ancora compiere in pienezza dipende da noi, dalla nostra indifferenza.

La parabola, nei diversi personaggi, raffigura tutti noi che, davanti alla chiamata, più volte ripetuta, “venite alle nozze”, in modi diversi rispondiamo all’invito.

Davanti a un Dio che vuole per noi vita piena, che strappa veli di non senso e di paura, che asciuga lacrime e vince la morte, occorre lasciarci coinvolgere.

Purtroppo all’invito alla festa, all’occasione unica che può darci realizzazione e vita si accampano scuse e rifiuti.

E’ il rischio di ieri e di oggi. L’indifferenza: uno dei nemici più insidiosi e diffusi della fede, più temibile dell’ateismo e dell’opposizione aperta. L’indifferenza che porta a trovare scuse: ‘non ne ho voglia’; a pensare solo ai nostri affari: “non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”. Indifferenti all’invito e protesi solo su noi stessi. E’ così quando pensiamo che la questione Dio e la fede in Lui, siano fattore secondario della vita, quasi un di più… se c’è tempo bene altrimenti pazienza… Quando chiudiamo la nostra vita dentro gli stretti confini di una visione materialistica, lasciando Dio ai margini.

La parabola poi ci mette in guardia anche da un altro rischio. E’ rappresentato nell’immagine di colui che accetta l’invito, ma si presenta senza l’“abito nuziale”. Cosa indica questo “abito nuziale” dimenticato?. Sta a significare che costui ha risposto all’invito, ma con superficialità, senza convinzione, senza amore, senza partecipazione, con freddezza. E’ il rischio che possiamo correre tutti noi; vivere sì una relazione con Dio, ma superficiale, senza il coinvolgimento dell’amore, più per abitudine che per convinzione, senza quell’abito nuziale che è la vita nuova (la veste bianca) ricevuta fin dal Battesimo.

Dono e responsabilità: in queste due parole si riassume il messaggio di oggi. Un  Dio che desidera farci dono della sua vita. Noi chiamati ad aprirci con responsabilità a questo dono, a non accampare scuse, a venir fuori dall’indifferenza, a liberarci da una religiosità solo apparente che ci rende privi di quell’abito nuziale che deve contrassegnare la nostra vita facendo risplendere la novità dell’essere figli amati di Dio.

Sull’esempio di Paolo, rimettiamoci in cammino imparando a stare dentro alla realtà quotidiana -“so vivere nella povertà come nell’abbondanza”- sapendo che “tutto posso in colui che mi dà forza”. Colui che ci chiama a una vita piena, alla festa di nozze, è anche Colui che, se ne accogliamo l’invito e viviamo nel suo amore, ci darà la capacità di rispondere alla sua chiamata e di realizzare pienamente la nostra vita.

sabato 3 ottobre 2020

"Un popolo che ne produca frutti" - Ventisettesima domenica del Tempo ordinario

Canto d’amore e di tradimento. 

Questi i due opposti che risuonano nella Parola ascoltata che ci racconta la storia della vigna. Vigna tanto amata, voluta, custodita e anche tanto tradita, sfruttata, calpestata.

Chi è l’innamorato della vigna risulta ben evidente: il Signore.

Chi sono coloro che tradiscono e deturpano la vigna? Gesù parla ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, ma non dobbiamo fermarci qui: il vangelo risuona per noi oggi e tutti siamo interpellati perché di questa vigna siamo tutti parte.

Il salmo e il profeta nella 1 lettura ci dicono che “la vigna del Signore è la casa di Israele”, è il popolo eletto. Tuttavia con Gesù sappiamo che questa “elezione” si allarga al nuovo popolo di Dio, la chiesa, di cui noi, grazie al battesimo, siamo stati eletti a farne parte. Ma il cerchio si allarga ancora: Gesù va oltre i confini di un popolo e fa intendere di avere a cuore l’umanità intera, la creazione tutta. Vigna del Signore dunque è la chiesa, è l’umanità, è la creazione tutta.

Ci rendiamo conto allora che siamo tutti chiamati a ripensare al nostro stare nella vigna, a discernere se siamo in essa come custodi e coltivatori o come sfruttatori e traditori.

Fermiamo la nostra attenzione su due ambiti. Il nostro essere chiesa e il nostro essere parte del creato. Oggi viviamo l’inizio del mese missionario e la giornata per la carità del Papa, che ci richiamano il nostro essere chiesa. Oggi celebriamo anche la festa di s.Francesco e la giornata che conclude il “Tempo del Creato”, questo mese di preghiera e impegno per tutti i cristiani e non solo, in questo anno dedicato alla Laudato sii.

Innanzitutto essere parte della chiesa, della comunità cristiana ci interroga. A prima vista questa chiesa oggi più che mai appare come è descritta dal salmo: “la devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano bestie selvatiche”. Una chiesa ferita al suo interno da scandali, corruzione, potere; invece che produrre frutti buoni, si ritrova con acini acerbi. Non scarichiamo la colpa solo su vescovi e cardinali, sul Vaticano e nemmeno generalizziamo. Interroghiamoci piuttosto come ciascuno di noi sta collaborando per rendere la chiesa feconda secondo il vangelo, sulla via indicata con perseveranza da papa Francesco.

L’altro ambito di riflessione riguarda il creato. Nella ‘Laudato sii’, e nella nuova enciclica sulla fraternità, il papa ci richiama all’attenzione verso il creato quale attenzione verso l’umanità tutta, per una ecologia integrale che sa tradursi nella cura e nella custodia della terra, dell’acqua, dell’aria, ma anche e soprattutto delle persone, perché solo con scelte di giustizia, di rispetto della vita e della dignità umana, di solidarietà e fraternità possiamo ritrovare l’equilibrio e l’armonia tra i popoli e con il creato.

“Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi” grida il profeta. La vigna dell’umanità oggi è segnata da sangue, da grida di popoli, da sfruttamento e ingiustizia. E tutti sappiamo; non possiamo far finta di niente. Tutti siamo coinvolti e responsabili di questa vigna, del creato intero. Tutti chiamati a fare la nostra parte, oggi. Si può, di deve fare qualcosa anche di piccolo, di semplice…

La parabola del vangelo si chiude con un’immagine di fecondità, di speranza per la vigna, di ‘ripartenza’. “il Regno di Dio sarà dato a  un popolo che ne produca i frutti”. Il Signore non viene meno ai suoi disegni di amore. Chiama oggi e sempre operai. Chi è questo “popolo” di cui parla il vangelo? Sono gli scarti che sanno fondare la loro vita sulla pietra scartata che diventa pietra angolare, Cristo; sono gli ultimi, i piccoli, i miti, gli assetati di giustizia, i pacifici. Possiamo essere anche noi, uomini e donne che dentro questa vigna operano insieme, fraternamente, con amore per renderla feconda di ogni bene. Questo è il miracolo dell’amore di Dio: dalla debolezza costruisce una storia di salvezza. Anche se l’amore è ferito e tradito, Dio non si arrende. E se anche ci sembra che il Vangelo non germogli, in tante situazioni di vita personale e sociale, in realtà, pur in mezzo ai fallimenti, Dio fa cose grandi. La vigna darà il suo frutto, perché c’è ancora chi saprà difenderla e farla fruttificare. Ci sono, nascono dovunque, e lui sa vederli, vignaioli bravi che custodiscono la vigna anziché depredarla, che servono l’umanità anziché servirsene. Con loro uniamoci anche noi per essere i custodi della chiesa, del creato, i custodi della fecondità.