sabato 21 ottobre 2023

XXIX domenica del tempo ordinario

 

Sarebbe limitativo ridurre il brano di oggi a una questione se pagare le tasse o meno. L’insegnamento di Gesù va ben oltre il tranello che volevano tendergli. Ci spinge a una visione nuova dell’esistenza che impara a trovare in Dio, il riferimento primo e ultimo, il riferimento esistenziale.

Importante in questo nostro tempo che sembra voler fare a meno di Dio: tempo non tanto del “Dio è morto”, ma del “Dio non mi interessa”, non mi serve.

Affermando: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, Gesù rivela che è solo a Dio che dobbiamo far riferimento, riconoscendo in Lui l’unica signoria da cui tutto e tutti ricevono vita. Che cos’è infatti “quello che è di Dio”? Tutto. Lui è tutto. Già il profeta Isaia, nella prima  lettura, sottolinea come “non c’è nulla fuori di me; io sono il Signore e non c’è alcun altro”. Nelle sue mani la storia e ogni uomo, ogni autorità. Lui tutto guida, anche chi non lo conosce, come Ciro re pagano che diventa “suo eletto” per realizzare il suo disegno di salvezza.

Senza Dio noi non siamo. Solo con Lui noi possiamo tutto. Perché tutto è di Dio. Questa è la questione che dobbiamo affrontare soprattutto in questo nostro occidente sazio e orgogliosamente autosufficiente da credere che anche senza Dio noi possiamo tutto. Illusione tragica che ci porta alla fine nelle mani di Cesare, di un potere subdolo che ci fa schiavi e succubi di chi è più forte e scaltro.

Ritornare a Dio è il compito primo, non solo della chiesa, ma dell’umanità intera. Senza di Lui si cade, come ben vediamo nella barbarie e in una disumanità sconvolgente. Da Lui veniamo, a Lui torniamo. E tutto a Lui dobbiamo ogni giorno rendere, imparando a riconoscere il riferimento a Lui di ogni cosa, se vogliamo veramente realizzare noi stessi.

Del Signore è la terra e quanto contiene, il mondo e i suoi abitanti” (Sl.24); il creato tanto devastato, ogni essere vivente, uomo e donna, bambino e anziano, povero e straniero: sono dono che proviene da Lui. “Rendere a Dio” significa onorare e rispettare ogni creatura, prendersi cura di tutto e di tutti come di un tesoro. Tutto ci viene da Lui e tutto deve essere vissuto con Lui e per Lui. A Lui tutto è destinato a tornare.

Questo non sminuisce il valore di ciò che è umano e terreno. Anzi, lo arricchisce. Ogni aspetto della vita, il lavoro e il divertimento, ogni istante che passa, ogni ruolo che esercitiamo, autorità e potere umano, acquistano il giusto valore e in Lui possono trovare il giusto orientamento. Al contrario: tutto ciò che viviamo senza Lui o contro di Lui alla fine si muta in fallimento nostro, in vanità e vuoto, in vita che si disperde nel nulla.

In questa giornata missionaria mondiale ecco la grande missione della Chiesa: portare il singolo uomo e l’umanità intera a riconoscere in Dio Colui che è il tutto, sorgente della vita e dell’amore, il Padre che in Gesù ci dona lo Spirito che ‘stampa’ in noi l’immagine dell’unico Figlio amato.

A questa missione siamo tutti chiamati: a partire dal nostro Battesimo siamo stati inseriti in Dio Trinità ricevendo lo Spirito del Padre e del Figlio che ci fa consapevoli di chi siamo e da dove veniamo. Da quel giorno nostro unico riferimento è il Dio di Gesù, il nostro tutto e a Lui dobbiamo “rendere” ogni cosa. Vivere è “rendere a Dio” questa vita che ci ha donato realizzandola a immagine di Gesù, vivendola nell’amore che tutti ci abita e ci unisce.

Siamo oggi i missionari che continuano nel tempo e nella storia la bella notizia che Dio è il tutto perché è la vita, è l’amore, è la sorgente e il fine di ogni cosa.

Missione che dobbiamo vivere, come ricorda Paolo con “l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo”. In questa giornata missionaria mondiale guardiamo all’esempio che abbiamo da tanti fratelli e sorelle che in ogni parte del mondo e in particolare nelle zone segnate da guerra e povertà, testimoniano questa operosità, fatica e fermezza, costruendo con ogni uomo di buona volontà una società più giusta, più umana proprio perché capace di ritrovare in Dio la sorgente della pace e della vita vera.

sabato 14 ottobre 2023

XXVIII domenica del tempo ordinario

 

"Ecco il nostro Dio…” dice il profeta. Un Dio che prepara un banchetto di festa per tutti, che vuole per tutti vita piena. Un Dio che dona e non chiede, non pretende. “Eliminerà la morte… asciugherà le lacrime su ogni volto”. E’ il Dio della vita, della gioia, della festa, della consolazione il Dio che Gesù ci rivela anche in questa parabola. Un Dio che vuole condurci, attraverso le sorprese del suo amore, all’incontro con Lui, dove la vita tutta trova la sua pienezza.   

E Gesù, descrivendo nella parabola il Regno di Dio - “è simile a…” - vuol farci comprendere come tutto ciò riguardi non solo la meta finale bensì il nostro oggi dove il regno di Dio già è presente e cresce. Questo per ricordarci che la vita già ora deve esprimere tutta la sua bellezza e capacità di promuovere speranza, gioia, convivialità.

Bello, ma l’esperienza quotidiana sembra invece smentire tutto ciò. La vita ci appare ben altro, contrassegnata da morte, lacrime, violenza, delusione, male. Perché? E’ forse tutto un inganno ciò che la Parola ci annuncia? Solo illusione, evasione?

Che cosa impedisce il realizzarsi di quanto annunciato?

La parabola, nei diversi personaggi, raffigura tutti noi che, davanti alla chiamata “venite alle nozze”, più volte ripetuta, rispondiamo in modi diversi. Il racconto ci costringe a rivedere il nostro modo di rispondere alla chiamata che Dio rivolge, a tutti e a ciascuno, perché sono proprio le nostre risposte, le nostre scelte che impediscono il realizzarsi del desiderio di Dio che strappa veli di paura, che asciuga lacrime e vince la morte e vuole per noi vita piena.

Proviamo a individuare, attraverso il racconto, gli ostacoli che si frappongono tra il sogno di Dio e la realtà che stiamo vivendo.

Il primo ostacolo è l’indifferenza che porta a trovare scuse: ‘non ne ho voglia’; a pensare solo ai nostri affari: “non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari”. Indifferenti all’invito e protesi solo su noi stessi. E’ così quando pensiamo che la questione Dio e la fede in Lui, siano fattore secondario della vita, quasi un di più… se c’è tempo bene altrimenti pazienza… Quando chiudiamo la nostra vita dentro gli stretti confini di una visione materialistica, lasciando Dio ai margini, viviamo pensando solo al nostro star bene e diventiamo così indifferenti verso tutti e tutto.

C’è un secondo atteggiamento che la parabola esprime attraverso il rifiuto violento, l’opposizione: “presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero”. E’ la persecuzione, il rifiuto dei profeti, la chiusura totale a chi ci porta il messaggio di vita che viene da Dio. Non è solo violenza fisica. Oggi, anche tra noi cristiani, opponiamo questo rifiuto quando non ascoltiamo la voce di chi ha il ruolo di guida, opponendo critica, se non insulto e derisione. Quando preferiamo dare ascolto e voce a chi insulta, uccide, demolisce, piuttosto che a chi con mitezza e pazienza costruisce relazioni di pace.

La parabola poi ci mette in guardia anche da un ultimo rischio. E’ rappresentato nell’immagine di colui che accetta l’invito, ma si presenta senza l’“abito nuziale”. Cosa indica questo “abito nuziale” dimenticato? Sta a significare che costui ha risposto all’invito, ma con superficialità, senza convinzione e sincerità, senza amore, senza partecipazione, con freddezza. E’ il rischio che possiamo correre noi, cristiani di vecchia data; la superficialità che porta freddezza e non coinvolgimento. Il vivere sì una relazione con Dio, più per abitudine che per convinzione, quasi con stanchezza, come un peso, come un purtroppo piuttosto che opportunità, dono, passione e gioia.

Il sogno di Dio che vuole vita in pienezza per tutta l’umanità potrà realizzarsi solo se impariamo a non lasciarci condizionare da questi atteggiamenti negativi: indifferenza, violenza, superficialità.

Sull’esempio di Paolo, rimettiamoci in cammino imparando a stare dentro alla realtà quotidiana -“so vivere nella povertà come nell’abbondanza”- sapendo che “tutto posso in colui che mi dà forza”. Sapendo che Colui che ci chiama a una vita piena, alla festa di nozze, è anche Colui che ci dona la capacità di rispondere alla sua chiamata e di realizzare pienamente la nostra vita.

 

sabato 7 ottobre 2023

XXVII domenica del tempo ordinario

 

La prima lettura e il vangelo risuonano oggi come un canto di amore deluso. E’ l’amore per la vigna: “Voglio cantare per il mio diletto il mio canto d’amore per la sua vigna”, amata e tanto curata nei dettagli: “piantò, circondò, scavò, costruì…”, tutti verbi che dicono la cura dell’amore. Dall’altra parte invece una risposta deludente: “Aspettò che produsse uva; essa invece produsse acini acerbi”. All’amore del vignaiolo si contrappone la sterilità, la negligenza, la presunzione, la chiusura, il rifiuto di chi ha ricevuto in dono questa vigna.

Che cosa potevo fare di più per te che io non abbia fatto?

Quale reazione? Quale conseguenza? Ci aspetteremmo – come anche capi del popolo e gli anziani rispondono al termine della parabola – un’azione di giustizia e di risarcimento (“li farà morire miseramente…”) verso coloro che non hanno fatto fruttificare la vigna. E invece la preoccupazione non è tanto quella di vendicarsi con chi è stato mancante, ma di far rifiorire la vigna.

Emerge così il secondo aspetto, la seconda parte di questo canto d’amore: una passione mai spenta, un amore più forte di ogni delusione. Emerge il desiderio di Dio: far fruttificare la vigna, farle portare frutti buoni. E così Dio rilancia: altri operai, altri profeti, altro popolo, altra gente, fino a far dono del suo Figlio amato.

E’ descritta tutta la passione d’amore di Dio per noi; una passione d’amore che lo porta al dono del Figlio stesso. Un Dio che non si lascia fermare dalle delusioni e dal rifiuto, ma per amore continua a prendersi cura di questa vigna.

Accogliere Lui diventa allora possibilità di portare finalmente i buoni frutti attesi. Quei frutti di giustizia, di pace, di riconciliazione, di rettitudine; perché è questo che il Signore si aspetta, non altro. Questo si aspetta dalla vigna.

“La vigna del Signore è la casa di Israele”. Essa è immagine del popolo, dell’umanità intera, non solo della chiesa; è immagine di ciascuno di noi, delle nostre famiglie e comunità, del creato stesso.

Quale frutto stiamo portando? Quali frutti maturano dalla mia vita, dalle mie scelte?

L’esortazione apostolica “Laudate Deum” di papa Franscesco, pubblicata il 4 ottobre a conclusione del mese del creato, fa risuonare il grido preoccupato di chi vede questa vigna che è il mondo andare alla deriva. E’ richiamo forte a non perdere tempo, a cambiare strada, soprattutto verso chi ha in mano le sorti dei popoli, di chi invece che portare frutti buoni pensa solo al proprio tornaconto fatto di interessi, profitto a scapito di tutto e di tutti, del creato e dei più poveri e oppressi. Non siamo i padroni della vigna; essa ci è stata solo affidata per custodirla e renderla feconda.

Il grosso rischio, oggi, è non solo la sterilità, il non produrre nulla di buon, ma anche l’auto distruzione del creato e dell’umanità.

Siamo così chiamati a una vita che genera frutti veramente buoni; a costruire famiglie e comunità che portino dentro la società una fecondità di bene e di amore. E’ quanto la chiesa tutta anche attraverso questa rinnovata seduta del Sinodo attualmente in corso deve e vuole cercare.

E’ la sfida e la missione che noi cristiani sentiamo come primo compito. Missione che si muove nel saper vivere ogni cosa e ogni momento con lui, la pietra d’angolo su cui costruire un nuovo futuro. E’ l’invito che Paolo rivolgeva ai suoi amici Filippesi: “Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile e quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri.”.

Portando nei nostri pensieri e nei nostri cuori questo desiderio di frutti buoni operiamo insieme per essere il popolo che di nuovo sa far fruttare questa vigna che ci è stata affidata.