LA TENDA DI MAMRE, un luogo di silenzio e di ascolto, di ricerca e di incontro, di preghiera e di pace.
domenica 13 novembre 2022
sabato 12 novembre 2022
"Stare nella storia" - XXXIII domenica del tempo ordinario
Stare nella storia, ovvero vivere, diventa allora -dentro questa realtà concreta e faticosa- saper fare scelte; di responsabilità o di disimpegno. Come ricorda Paolo, si può vivere “una vita disordinata senza fare nulla e in continua agitazione”, oppure “lavorare duramente per guadagnarsi il pane”. Possiamo, anzi dobbiamo scegliere ogni giorno: se abbandonarci al caso, nel disimpegno che ci chiude in noi stessi o se aprirci con coraggio ad atteggiamenti costruttivi e positivi, con fiducia.
Ogni scelta comporta – lo sappiamo – comprensione o anche rifiuto, e soprattutto le scelte più impegnative possono incontrare opposizione anche da quelli della stessa famiglia “perfino dai genitori dai fratelli, dai parenti e dagli amici sarete traditi, sarete odiati, a causa del mio nome”.
Tuttavia, come credenti, sappiamo che il nostro stare nella storia è nelle mani di Dio al punto che “nemmeno un capello del nostro capo andrà perduto” e in Lui tutto troverà verità e giustizia, perché Lui “giudicherà il mondo con giustizia e con rettitudine”.
Quindi oggi Gesù ci sta invitando a stare nella storia con consapevolezza e saggezza “badando di non lasciarci ingannare” soprattutto da quanti con molta superficialità si ergono come salvatori e messia, avanzando pretese di agire nel ”suo nome”. E nello stesso tempo consapevoli della complessità del presente; per tutti ma in particolare per il discepolo di Gesù, che agisce nel suo nome, secondo la sua Parola: una complessità che sarà tuttavia “occasione di dare testimonianza”.
Ci invita poi a vivere comunque con fiducia, certi che in ogni prova “lui ci darà parola e sapienza” per “resistere e controbattere”.
Inoltre ci invita a stare nella storia con perseveranza e impegno nel bene, certi che “con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”.
Quanto importante questo messaggio per noi oggi – per tanti giovani in particolare - fortemente tentati dalla paura, dallo scoraggiamento che porta a ripiegarci su noi stessi, a chiuderci agli altri, fino al rifiuto di affrontare la vita stessa.
E se oggi c’è una scelta da fare come cristiani e come chiesa è la scelta di stare dalla parte dei poveri, facendoci poveri con loro, cioè capaci di condivisione così come ha fatto Gesù che “da ricco che era si è fatto povero per voi”. Questa frase della lettera ai Corinzi fa da guida alla Giornata Mondiale dei poveri che oggi si celebra e ci sprona, tenendo fisso lo sguardo su Gesù che con la sua povertà ci ha resi ricchi del suo amore, a scegliere.
Scegliere da che parte stare innanzitutto: c’è un mondo da far finire ed è il mondo della violenza, del sopruso, della guerra, del commercio di armi e di persone. Noi, con Gesù, vogliamo stare apertamente dalla parte della non violenza, della pace, di coloro che vengono sfruttati, dei piccoli e dei poveri.
Scegliere come spendere la nostra vita (energie, tempo, capacità, beni…): se chiuderci nella nostra ricchezza o se invece condividere questa ricchezza mettendoci al passo con i poveri e gli ultimi per generare una società più giusta, creando uguaglianza e fraternità. Come Gesù ha fatto.
Stiamo dentro la storia dunque vivendo con fiducia e speranza, lavorando con perseveranza per il vangelo, certi che non il caos ma l’abbraccio di Dio è il fine della storia stessa, di ciascuno di noi e dell’umanità tutta.
sabato 5 novembre 2022
"Tutti vivono per Lui" - XXXII domenica del tempo ordinario
In coincidenza con questa settimana nella quale abbiamo ricordato i santi e i defunti, la Parola di Dio ci invita oggi a una riflessione sulle ‘cose ultime’: sulla morte, sull’aldilà, su ciò che ci attende oltre quella soglia.
Nel vangelo troviamo una storia paradossale utilizzata dai Sadducei (che non credevano nella risurrezione) non solo per mettere alla prova Gesù ma quasi per ironizzare sulla morte e ridicolizzare il pensiero della risurrezione.
Non mancano nemmeno oggi alcuni che, pur cristiani, arrivano a dubitare o a non credere alla risurrezione; come pure si fa di tutto per cercare di esorcizzare la morte, per banalizzarla fino a non considerarla, salvo poi che lei stessa ci si ripresenta nelle forme più tragiche: pandemia, guerre, miseria, violenze e omicidi…
Il brano diventa allora occasione propizia per fare luce sul mistero della morte e della vita; per gettare uno sguardo nuovo, lo sguardo della fede, sull’oltre che ci attende.
Guardiamo a come si pone Gesù davanti al tentativo dei Sadducei di metterlo in difficoltà.
Davanti all’ingarbugliata storia dei sette fratelli e dell’unica moglie, Gesù, come è solito fare, ci invita a pensare diversamente e più in grande: Quelli che risorgono non prendono moglie né marito. La vita futura, ci dice, non è il prolungamento di quella presente. Coloro che sono morti non risorgono alla vita biologica ma alla vita di Dio. Il dopo che ci attende non è prolungamento di quello che siamo ora, ma totale novità. Non si può pensare al dopo con gli stessi criteri umani; “quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti… non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”.
Questo perché il Dio in cui poniamo la fiducia non è un Dio dei morti (cioè un Dio che dà la morte e giudica l’uomo in base al suo operato) ma un Dio dei vivi (Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe: cioè un Dio che entra in una relazione personale con ciascuno, considerando ogni vivente un figlio) al punto che “tutti vivono per Lui”, cioè a causa, per mezzo di Lui.
E’ Lui che dona la vita e porta a pienezza la vita di ogni essere umano. Ed essendo il Dio della relazione e dell’amore questo ci assicura che nessuna delle relazioni umane vissute quaggiù andrà persa e annullata, piuttosto troverà in Dio Amore il suo pieno significato e valore. L’eternità non è una terra senza volti e senza nomi. “Forte come la morte è l’amore, tenace più della morte” (Cantico). Non è la vita che vince la morte, è l’amore. E nell’amore ognuno potrà riconoscere se stesso e ogni altra persona incontrata e amata. Noi siamo quindi, ora e dopo la morte, nell’abbraccio del Suo Amore, nelle sue mani, mani di un Padre che da sempre guida la storia e la conduce a un approdo di vita, di pienezza, di comunione.
La conferma? E’ la risurrezione di Cristo, la sua Pasqua, che ogni domenica rinnoviamo e riviviamo, seme di eternità, anticipo di vita eterna. Cristo il figlio amato è il vivente.
Messaggio bello di speranza e consolazione davanti al mistero drammatico e doloroso della morte, che deve tuttavia portarci a uno sguardo nuovo sulla vita stessa e a scelte nuove.
Lo sguardo: riconoscerci figli amati di Dio e fratelli chiamati alla comunione con Lui e tra noi. Le scelte: realizzare e vivere questo, impostando la vita su valori eterni e non su ciò che è provvisorio ed effimero come l’accumulare, il possedere, il dominare.
Se il nostro destino finale è la vita di comunione con Dio e tra noi, diventa chiaro che verso questo dobbiamo tendere fin d’ora imparando a costruire, qui e ora, relazioni fraterne, solidali, nella fraternità e nella pace; abbattendo muri e divisioni. Imparando a vivere non come se tutto fosse nelle nostre mani, ma con fiducia, certi che tutto è nelle mani di un Dio che è Dio dei viventi.
Questo messaggio si speranza illumini la nostra esistenza e ci aiuti ad affrontare in modo nuovo la storia quotidiana, anticipando quello che sarà il nostro destino finale, quella vita impregnata di amore che qui con fatica costruiamo e che saremo chiamati tutti a conseguire e a realizzare pienamente in Dio.
giovedì 3 novembre 2022
Lettera a chi manifesta per la Pace.
LIBERI INSIEME DALLA GUERRA
Cara amica e caro amico, sono contento che ti metti in marcia per la pace. Qualunque sia la tua età e condizione, permettimi di darti del “tu”.
Le guerre iniziano sempre perché non si riesce più a parlarsi in modo amichevole tra le persone, come accadde ai fratelli di Giuseppe che provavano invidia verso uno di loro, Giuseppe, invece di gustare la gioia di averlo come fratello. Così Caino vide nel fratello Abele solo un nemico.
Ti do del “tu” perché da fratelli siamo spaventati da un mondo sempre più violento e guerriero. Per questo non possiamo rimanere fermi. Alcuni diranno che manifestare è inutile, che ci sono problemi più grandi e spiegheranno che c’è sempre qualcosa di più decisivo da fare. Desidero dirti, chiunque tu sia – perché la pace è di tutti e ha bisogno di tutti – che invece è importante che tutti vedano quanto è grande la nostra voglia di pace. Poi ognuno farà i conti con se stesso. Noi non vogliamo la violenza e la guerra. E ricorda che manifesti anche per i tanti che non possono farlo. Pensa: ancora nel mondo ci sono posti in cui parlare di pace è reato e se si manifesta si viene arrestati! Grida la pace anche per loro!
Quanti muoiono drammaticamente a causa della guerra. I morti non sono statistiche, ma persone. Non vogliamo abituarci alla guerra e a vedere immagini strazianti. E poi quanta violenza resta invisibile nelle tante guerre davvero dimenticate. Ecco, per questo chiediamo con tutta la forza di cui siamo capaci: “Aiuto! Stanno male! Stanno morendo!
Facciamo qualcosa! Non c’è tempo da perdere perché il tempo significa altre morti!” Il dolore diventa un grido di pace.
La pace mette in movimento. È un cammino. « E, per giunta, cammino in salita», sottolineava don Tonino Bello, che aggiungeva: «Occorre una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno.
Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo». Le strade della pace esistono davvero, perché il mondo non può vivere senza pace. Adesso sono nascoste, ma ci sono. Non aspettiamo una tragedia peggiore. Cerchiamo di percorrerle noi per primi, perché altri abbiamo il coraggio di farlo. Facciamo capire da che parte vogliamo stare e dove bisogna andare. E questo è importante perché nessuno dica che lo sapevamo, ma non abbiamo detto o fatto niente.
Non sei un ingenuo. Non è realista chi scrolla le spalle e dice che tanto è tutto inutile. Noi vogliamo dire che la pace è possibile, indispensabile, perché è come l’aria per respirare. E in questi mesi ne manca tanta.
È proprio vero che uccidere un uomo significa uccidere un mondo intero. E allora quanti mondi dobbiamo vedere uccisi per fermarci?
«Quante volte devono volare le palle di cannone prima che siano bandite per sempre?». «Quante orecchie deve avere un uomo prima che possa sentire la gente piangere?». «Quante morti ci vorranno finché non lo saprà che troppe persone sono morte?». «Quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare?».
Io, te e tanti non vogliamo lutti peggiori, forse definitivi per il mondo, prima di fermare queste guerre, quella dell’Ucraina e tutti gli altri pezzi dell’unica guerra mondiale. Le morti sono già troppe per non capire! E se continua, non sarà sempre peggio?
Chi lotta per la pace è realista, anzi è il vero realista perché sa che non c’è futuro se non insieme. È la lezione che abbiamo imparato dalla pandemia. Non vogliamo dimenticarla. L’unica strada è quella di riscoprirci “Fratelli tutti”. Fai bene a non portare nessuna bandiera, solo te stesso: la pace raccoglie e accende tutti i colori.
Chiedere pace non significa dimenticare che c’è un aggressore e un aggredito e quindi riconoscere una responsabilità precisa. Papa Francesco con tanta insistenza ha chiesto di fermare la guerra. Poco tempo fa ha detto: «Chiediamo al Presidente della Federazione Russa, di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte e chiediamo al Presidente dell’Ucraina perché sia aperto a serie proposte di pace ». Chiedi quindi la pace e con essa la giustizia.
L’umanità ed il pianeta devono liberarsi dalla guerra. Chiediamo al Segretario Generale delle Nazioni Unite di convocare urgentemente una Conferenza Internazionale per la pace, per ristabilire il rispetto del diritto internazionale, per garantire la sicurezza reciproca e impegnare tutti gli Stati ad eliminare le armi nucleari, ridurre la spesa militare in favore di investimenti che combattano le povertà. E chiediamo all’Italia di ratificare il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari non solo per impedire la logica del riarmo, ma perché siamo consapevoli che l’umanità può essere distrutta.
Dio, il cui nome è sempre quello della pace, liberi i cuori dall’odio e ispiri scelte di pace, soprattutto in chi ha la responsabilità di quanto sta accadendo. Nulla è perduto con la pace. L’uomo di pace è sempre benedetto e diventa una benedizione per gli altri.
Ti abbraccio fraternamente.
Matteo Zuppi cardinale arcivescovo di Bologna e presidente della Cei



