sabato 31 gennaio 2026

"Prima i bambini" - IV domenica del tempo ordinario - Giornata per la vita

 

Messaggio per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, 

 

Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli;
perché io vi dico che i loro angeli in cielo
vedono continuamente la faccia del Padre mio. (Mt 18,10)

 

L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura.

A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta.

Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi.
Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati.
Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli “a bassa intensità”, di cui quasi nessuno parla.
Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.
Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale.

Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge.

Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro.

Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.

Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica.
Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente.

Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli.

Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti.
Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere.

Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene.

In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste.

A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166).
Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze.
Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie.
Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti.
Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”.
Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.
Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo.

La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.

 

Il Consiglio Episcopale Permanente della Conferenza Episcopale Italiana


sabato 24 gennaio 2026

"La Parola di Cristo abiti tra voi!" - III domenica del tempo ordinario

 


L’espressione biblica con la quale si intende celebrare la VII edizione della Domenica della Parola di Dio è tratta dalla lettera di san Paolo ai Colossesi: “La parola di Cristo abiti tra voi” (3,16).

Ciò che abbiamo ricevuto dall’Apostolo non è un mero invito morale, ma l’indicazione di una forma nuova di esistenza. Paolo non chiede che la Parola sia soltanto ascoltata o studiata: egli vuole che essa ‘abiti’, cioè prenda dimora stabile, plasmi i pensieri, orienti i desideri e renda credibile la testimonianza dei discepoli. La Parola di Cristo rimane criterio sicuro che unifica e rende feconda la vita della comunità cristiana.

Dopo l’Anno Santo, questo motto rimane per noi come una preziosa eredità; un invito rivolto a tutta la Chiesa di rimettere al centro il Vangelo, poiché ogni rinnovamento autentico nasce dall’ascolto docile della Parola. Accoglierla significa lasciarsi accompagnare da Colui che non inganna, perché dona vita e speranza. Essere abitati dalla Parola equivale, in definitiva, a permettere che Cristo parli ancora oggi attraverso la nostra vita, affinché ogni uomo possa riconoscere la sua presenza che continua a illuminare il cammino della storia.

Ogni cristiano e ogni comunità dovranno recuperare il primato della Parola di Dio. Il suo ascolto sincero e profondo è una via fondamentale perché l’uomo incontri Dio. Quando si fa spazio alla Parola, ognuno scopre che il Verbo di Dio abita il suo cuore, come seme che a suo tempo germoglia e porta frutto. Tutti infatti siamo invitati a nutrirci del pane quotidiano della Parola, per poi annunciarla ai fratelli, poiché l’annuncio scaturisce dall’abbondanza del cuore, secondo il detto evangelico: “La bocca parla dalla pienezza del cuore” (Mt 12,34; Lc 6,45).

È particolarmente significativo che la celebrazione della Domenica della Parola di Dio quest’anno coincida con la celebrazione della conversione di San Paolo, giornata che conclude la Settimana di preghiera per l’unità dei Cristiani. La Parola che Cristo ha rivolto a Paolo sulla strada di Damasco ha colpito profondamente il suo cuore, in modo tale da fare di lui il grande evangelizzatore che conosciamo. Oggi tocca a noi far sì che la stessa Parola giunga fino ai confini della terra, così da trasformare la vita di tutti i popoli, abitando in mezzo a noi.

 

S.E.R. Mons. Rino Fisichella

Pro-Prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione


sabato 10 gennaio 2026

"Con Gesù, umili servitori della Pace" - Festa del BATTESIMO del SIGNORE

 

L’alfabeto della pace da riprendere

LE SENTINELLE NON MANCANO

Se la pace è ascolto dei popoli e non esito delle scelte dei potenti, allora questo inizio 2026 si appresta a essere una lunga traversata nel deserto. All’orizzonte si continua a vedere solo il profilo minaccioso delle armi, mentre l’umanità assiste sgomenta all’accensione di nuovi focolai di crisi. Sembrano infatti destinate a dilatarsi le distanze tra gli Stati e, proporzionalmente, quelle tra chi comanda e chi deve subirne le conseguenze.

Di colpo, i sogni di una generazione che nel Novecento aveva visto drammi indicibili con i due conflitti mondiali, paiono essere invecchiati. Il presente è fatto di battaglie di conquista, di prevaricazione senza regole, di uomini soli al comando. Papa Leone XIV nel suo discorso al Corpo diplomatico, ha sottolineato come «il fervore bellico» stia «dilagando» e «la guerra» sia «tornata di moda». Il declino del multilateralismo e del diritto internazionale è lì a dimostrarlo.

Volgere lo sguardo al passato, come sempre, può però aiutare. Anche i tempi lontani in cui si “pensava” la pace erano ostili e difficili, al pari di questi: si era usciti a pezzi dal secondo conflitto mondiale, il totalitarismo nazifascista era ancora nell’aria, il mondo era stato diviso in blocchi contrapposti.

Paradossalmente, la Guerra fredda è stata una provocazione positiva. Il ventesimo secolo è diventato così un laboratorio indimenticabile di riflessione, perché ha saputo unire gli ideali e a volte l’utopia alla sapienza di popolo, che si è manifestata ovunque, dalle piazze alle scuole, fino alle chiese. Non era solo la paura che tutto potesse precipitare di nuovo a spingere intellettuali e politici a immaginare un altro mondo possibile, senza più armi. Erano l’esercizio del pensiero, la profondità della fede, la passione civile a fare la differenza. Il linguaggio bellico è finito in naftalina e sono state scritte pagine importanti di pace. Un vero e proprio alfabeto, che oggi va aggiornato anche alla luce di quel che il Papa ha definito come «indebolimento della parola».

Il mondo cattolico italiano in particolare si rese protagonista di una stagione irripetibile, con il laicato in prima linea per educare le coscienze e trovare azioni e parole giuste da contrapporre alla retorica militarista. Basti pensare all’impegno congiunto messo in atto dai padri costituenti, su tutti Giuseppe Dossetti, perché tra i principi fondamentali della Costituzione, all’articolo 11, entrasse quel verbo, “ripudia”, che dice meglio di qualsiasi altra espressione il no netto dell’Italia alla guerra.

Una riflessione poi proseguita negli anni con figure profetiche che non disdegnarono l’impegno politico, da Alcide De Gasperi ad Aldo Moro. Come dimenticare, poi, la lezione del sindaco “santo” di Firenze, Giorgio La Pira, che vedeva nella profezia del Concilio Vaticano II la via giusta per la costruzione della pace? L’elenco come è noto è assai lungo e comprende figure come Giuseppe Lazzati, don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, don Tonino Bello. Persone che nella quotidianità hanno abbattuto i muri dell’egoismo e della paura, lanciando messaggi di distensione e di amicizia innanzitutto dentro le proprie comunità. Diceva padre David Maria Turoldo che «il discorso sulla pace è il tema più sconvolgente, difficilissimo e rivoluzionario. Tanto è vero che noi abbiamo sempre fatto guerre e non abbiamo mai fatto pace». Proprio la “difficoltà” della pace finisce per essere un richiamo soprattutto alle nuove generazioni, a osare ciò che adesso pare inosabile.

È stata questa la speranza tramandata dalla Chiesa, che ha parlato al mondo usando via via il linguaggio della fraternità, della non violenza, della laicità. Erano parole per tutti, un invito profondo e vibrante a mettere in pratica il Vangelo indirizzato alla società dell’epoca. Parole riprese anche nella recente nota della Cei, che ha invitato le comunità ad attuare percorsi di educazione alla pace, riscoprendo una «logica autenticamente democratica» da difendere all’interno dei singoli Stati e tutelando i trattati internazionali. Quel patrimonio non è perduto, ma va recuperato e ridetto con forza a chi oggi pare avere perso la memoria. I popoli non sono a disposizione del potente di turno e anche se gli strumenti per manipolare l’umanità si sono moltiplicati, le lezioni di bene del passato prima o poi tornano a brillare. La notte sarà lunga, ma le sentinelle non mancano.

Diego Motta (da Avvenire del 10/01/2026)