sabato 8 febbraio 2025

"Sulla tua Parola" - Quinta domenica del tempo ordinario

 

“Abbiamo faticato tutta la notte ma non abbiamo preso nulla”. C’è un gruppo di uomini, prima ancora che di discepoli, che dopo aver pescato tutta la notte non portano a casa nulla. Come siamo loro simili. La nostra vita rischia a volte di essere un continuo affannarci senza portare a casa nulla. L’esperienza del fallimento, in un modo o nell’altro, ci tocca un po' tutti, nei diversi ambiti della vita: sul lavoro, nelle relazioni, negli impegni della vita… In quei momenti siamo portati a chiuderci, a sentirci inutili, a gettare la spugna.

E invece proprio lì, in quella faticosa e dolorosa situazione c’è qualcuno che ha una Parola da rivolgerci. “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca.” Un invito a riprovare, a ricominciare ancora, nonostante tutto. Una Parola sicuramente strana, che suona quasi come assurda, impossibile. Eppure…

“Non abbiamo preso nulla ma sulla tua Parola getterò le reti”.  Sulla tua Parola. “Fecero così e presero una quantità enorme di pesci”.

«Prendi il largo. Sulla tua parola». “Prendi il largo, non ti arenare sulle delusioni, impara ad andare oltre i fallimenti, gli scoraggiamenti, le stanchezze: prendi il largo con me, ti accompagno io. Sulla tua parola, Signore: non ci capisco niente, sono confuso, ma sento incredibilmente che di Te mi posso fidare, che posso rischiare e darti una possibilità, anche se mi chiedi l’impossibile”. (d.Luigi V.)

Quella sua Parola che apparentemente va contro ogni logica umana. Simone lo sapeva bene da pescatore esperto qual era: di notte si deve pescare non di giorno. Eppure “sulla tua Parola getterò le reti” anche se mi sembra di fare cosa assurda, inutile. “Presero una quantità enorme”. L’obbedire a una Parola che va contro le logiche umane del successo, del profitto, per seguire una logica differente che è quella del Vangelo, alla fine porta a trovare la pienezza e la vera riuscita.

Ecco la strada che ci viene indicata da questa pagina del vangelo di oggi. Il luogo dell’insuccesso e della nostra sconfitta, se abitato dalla Parola di Dio, diviene luogo di vita e di abbondanza.

La mia, la tua vita; la vita delle nostre comunità cristiane e di questa nostra società. Nonostante i tanti fallimenti può tornare ad essere feconda, ricca di frutti buoni, di opere di riconciliazione e di pace, se sulla Sua Parola impariamo a confidare e a lasciarci guidare.

Questo può sembrare impossibile. Soprattutto siamo portati subito a pensare: Chi sono io per riuscire a fare questo? Tutti noi infatti scopriamo la nostra inadeguatezza, il nostro limite, il nostro peccato. Come Isaia “uomo dalle labbra impure io sono”; come Paolo “non sono degno di essere chiamato apostolo”; come Simone “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore”.

Tuttavia il Signore dice anche a noi: “Non temere, tu sarai…”. Tocca le nostre labbra, sale sulla nostra barca, entra nella nostra vita e, accogliendoci così come siamo, ci dona la sua grazia, il suo amore, la sua forza. “D’ora in poi tu sarai”.

Bello questo: “tu sarai”. Con me – ci dice Gesù – tu sarai capace di cose nuove, belle, grandi.

“Sulla mia Parola” la tua vita porterà nuovi frutti.

Allora “Tu sarai”. Noi tutti saremo uomini e donne nuovi capaci di costruire una storia non di affanno, agitazione, confusione che alla fine ci lascia a mani vuote, ma una storia aperta al nuovo, al bene e alla giustizia, alle cose veramente essenziali e che contano. E tutto questo attraverso noi, il nostro impegno, il nostro lavoro assiduo e serio, certo, indispensabile e necessario ma abitati dalla sua Presenza che va oltre il nostro limite e le nostre fragilità, il nostro peccato, cosi che anche noi possiamo affermare “per grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana”. Pronti anche noi a lasciare un passato alle spalle per costruire un futuro di speranza: “tu sarai pescatore di uomini”!

 

 



sabato 1 febbraio 2025

"Vita e speranza" - Festa della presentazione del Signore

 

Si dice che “ogni bambino che nasce è segno che Dio non si è ancora stancato dell’umanità” (Tagore). Ogni vita che nasce è un segno di speranza e, come dice il detto popolare “finché c’è vita c’è speranza”.

Vita e speranza: sono le due parole che ritornano come tema nel messaggio per la giornata della vita che oggi si celebra e che ha come tema appunto “Trasmettere la vita. Speranza per il mondo”. Un mondo dove sempre più la vita sembra essere non accolta e amata, non custodita e cercata.

Una giornata che si colloca in questa domenica nella quale celebriamo la festa della Presentazione del Signore al Tempio.

Una festa ebraica che il vangelo di oggi racconta nell’episodio che vede Maria e Giuseppe compiere ciò che la legge di Mosè prevedeva dopo i quaranta giorni dalla nascita. Una festa dove vita e speranza vengono celebrate.

Il racconto descrive questa festa come purificazione rituale presso il tempio dove si presenta a Dio il primogenito e per lui si fa l’offerta di un sacrificio.

Possiamo da questo episodio ricavare almeno tre parole che ci aiutano a rendere questo fatto attuale anche per noi oggi.

‘Incontro’ è la prima parola. Incontro al Tempio tra questa famiglia con il bambino Gesù e gli anziani Simeone e Anna. Immagine dell’incontro tra Dio e il suo popolo come già annunciava il profeta Malachia nella prima lettura e come abbiamo pregato nel salmo. I due anziani hanno occhi che sanno riconoscere in questo bambino la visita di Dio stesso, luce e salvezza per tutte le genti, di un Dio, come ci ha detto la lettera agli Ebrei, che “non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura”, dell’umanità, nella quale entra e viene a visitarci. Così questa festa veniva chiamata, festa dell’incontro (hypapanté) e vuole essere anche festa del nostro incontro con quel Gesù che vogliamo riconoscere come salvezza e luce per la nostra vita.

‘Purificazione’ è la seconda parola che consideriamo. E non tanto la purificazione rituale da parte dei genitori dopo la nascita del figlio, ma ancor più, per noi, la purificazione della mente e del cuore. Abbiamo bisogno di purificare le nostre idee e i nostri atteggiamenti in particolare nei confronti della vita. Oggi in particolare è sempre più diffusa l’idea che noi siamo i padroni della vita e ne possiamo fare ciò che ci piace. Questa festa ci ricorda invece che la vita non è nostra ma è dono di Dio, viene da Lui e a Lui va orientata, offerta, per Lui va vissuta e spesa. Ogni vita dunque è sacra, sempre; è luogo della Sua presenza e a Lui va offerta, vissuta come risposta di amore. Ci aiutano a riconoscere questo i religiosi e le religiose (suore, frati, monaci e monache, consacrati e consacrate) che celebrano questa giornata come “giornata della vita consacrata”. La loro consacrazione vuole essere segno chiaro di questa appartenenza a Dio che tutti ci riguarda (a partire dal Battesimo) e del nostro vivere per Lui. Noi oggi per loro preghiamo e dalla loro testimonianza ci lasciamo purificare il cuore perché abbiamo a riconoscere la grandezza, la dignità della vita e a viverla nel costante orientamento a Dio che ne è l’autore e il porto sicuro dove la nostra esistenza troverà approdo e pace.

Ultima parola: ‘luce’. Richiamata certo dalle candele accese e dalle parole di Simeone “luce per rivelarti alle genti”. La vita è sempre una luce che si accende, un segno di speranza. Lo è nella misura in cui essa viene vissuta nel suo riferimento primo: Dio. E lo è sempre. La vita nascente come pure la vita morente e sofferente. In ogni età e condizione brilla sempre, anche sotto il velo della sofferenza, la luce della presenza di un Dio che della nostra vita si prende cura sempre pronto “a venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”. Da qui l’invito a una vita luminosa, dove impariamo a regalare a tutti una testimonianza positiva, carica di speranza anche in mezzo alle inevitabili prove e fatiche che la vita stessa porta con sé, sempre certi che Colui che questa vita ci ha donato è anche Colui che questa vita ci aiuta a realizzare in pienezza.

 

sabato 25 gennaio 2025

"Spero nella tua Parola" - Terza domenica del tempo ordinario

 

L’immagine utilizzata da Paolo nella seconda lettura – il corpo e le diverse membra – descrive con efficacia la Chiesa di cui tutti noi, grazie al dono del Battesimo, siamo parte. E’ un’immagine che parla di unità nella diversità, di comunione nella molteplicità dei doni, di “convivialità delle differenze”, di un’armonia che si compie nel rispetto delle diversità e nell’attenzione a chi è più debole e fragile. Insomma nessuno può dire: “Non ho bisogno di te, non ho bisogno di voi”. Anzi “le parti più deboli sono le più necessarie”. Solo se “le varie membra hanno cura le une delle altre” il corpo trova la sua armonia e bellezza, la sua forza e vigore.

L’immagine possiamo applicarla, pur con le dovute differenze, anche alla società che come cittadini insieme costituiamo.

Il popolo è come un corpo fatto da diverse membra, e tutte sono ad esso necessarie. Non si possono fare discriminazioni, né rifiutare o peggio eliminare alcune membra, se non a costo di far morire il corpo stesso, di far venir meno il popolo, la società. Discorso attualissimo in questi tempi di chiusure e di paure; domani poi ricorderemo la giornata della memoria che ci riporta a un passato molto vicino carico di pazzia e di morte, frutto malefico di aver voluto creare una razza pura, eliminando il diverso.

Tuttavia l’armonia di un popolo, di una società e della chiesa stessa non si attua semplicemente nell’accostamento di parti diverse con la speranza che abbiano ad accettarsi.

Occorre piuttosto un legame, una spinta interiore che permetta di crescere insieme percependo sempre più l’importanza di ciascuno e la bellezza delle diversità che si accolgono, si rispettano, si aiutano.

Quale può essere questo legame che rende il corpo armonico, unito, solidale? La nostra società italiana è uscita dal secolo buio delle grandi guerre dando vita alla Costituzione. Queste parole, definite con saggezza e frutto di esperienza vissuta, continuano ad essere il collante per la vita democratica del Paese. Così è ed è stato per ogni popolo.

La prima lettura ci presenta il popolo di Israele dopo l’amara esperienza dell’esilio: si ricompone e si riunisce attorno alla Parola di Dio riscoperta, accolta, ascoltata e vissuta.

La descrizione di questo momento solenne di ascolto esprime la forza unificante e stimolante che la Parola ha verso gente provata, divisa, emarginata. Si torna ad essere popolo attorno a una Parola, alla Parola stessa di Dio.

Così è ancora oggi per noi cristiani. Come Chiesa sappiamo che ciò che ci unisce in un solo corpo è quella Parola che si è fatta carne in Gesù.

Oggi, domenica della Parola, il Vangelo si apre con la premessa di Luca che vuole renderci partecipi della solidità degli insegnamenti ricevuti. E poi il testo continua presentando Gesù che nella sinagoga legge la Parola, la spiega. Si presenta come colui che è venuto a portare una parola che genera liberazione, solidarietà, fraternità. Una parola che trova compimento, oggi, subito in Lui.

“Gli occhi di tutti erano fissi su di Lui”.

Anche noi oggi dobbiamo tornare a fissare su Gesù i nostri occhi per trovare in Lui quella Parola viva ed efficace.

Parola che ha la forza di liberarci da ogni forma di egoismo e di divisione, per renderci un solo corpo, il Suo Corpo, nella pluralità e ricchezza dei suoi membri e nell’armonia che tutti unisce in fraternità e amore. Chiesa che continua a testimoniare nell’oggi la forza rinnovatrice di un Vangelo che può e deve continuare a trasformare noi stessi e questa storia per renderla conforme al disegno di Dio, quale storia di giustizia, di pace, di solidarietà tra tutti gli esseri umani.