sabato 28 luglio 2018

XVII° domenica deltempo ordinario


Giovanni ci accompagnerà da oggi per cinque domeniche proponendoci il capitolo sesto del suo vangelo, che abbiamo appunto iniziato a leggere, tutto dedicato al discorso di Gesù sul “pane della vita”. Oggi l’attenzione viene catturata dell’episodio dei pani condivisi e da  altri particolari del racconto.
Innanzitutto si evidenzia l’esitazione e l’incapacità dei discepoli nel sapersi prendere cura della folla. Provocati da Gesù (“diceva così per metterlo alla prova”) non sanno trovare altra possibilità, davanti alla gente da sfamare, che affidarsi al denaro (“Dove potremo comprare il pane…?”). Pur davanti a una piccola possibilità (i cinque pani d’orzo e i due pesci del ragazzo) non sanno far altro che manifestare sconforto e pessimismo: “che cos’è questo per tanta gente?”. Non sanno individuare altre soluzioni al disagio della folla e un poco, diciamolo, ci assomigliano: quali soluzioni pensiamo e attuiamo davanti ai diversi bisogni della gente e in particolare di chi vive in situazioni di precarietà?
Qui entra in gioco Gesù facendo capire loro che altra è la soluzione, altro è il modo di prendersi cura delle persone e delle loro fatiche. Non il denaro, non la sfiducia anche in quel poco di bene e di possibilità presenti, ma piuttosto la capacità di vivere un amore generoso che sa, proprio partendo dal poco, dalla debolezza e pochezza umana (i cinque pani e i due pesci), aprirsi alla condivisione. E’ nell’offerta di chi sa donare anche il poco, di chi sa fare il primo passo, perché altri passi si aprano e si arrivi così al cuore, ai bisogni di tutti: questa è la strada che Gesù vuole indicarci.
Non moltiplicazione (che ha sempre un richiamo legato al profitto, al denaro…) bensì condivisione, quale via per rendere tutti partecipi di quanto già abbiamo. Non moltiplicare, ma distribuire, condividere è il vero miracolo!
Quante situazioni problematiche anche oggi potrebbero essere diversamente affrontate, e forse anche risolte, se imparassimo la strada della distribuzione, della condivisione delle risorse, dei beni, delle capacità, del tempo, delle doti che ognuno, pur nel suo piccolo, possiede; e invece… si cerca solo di moltiplicare per sé, di accumulare per difendere le proprie sicurezze: questo nelle piccole questioni come nelle grandi.
D'altronde per diventare capaci di una logica diversa non è facile; occorre tornare bambini! Pensate che tra quelle cinquemila e più persone di allora nessuno avesse anche solo un panino o altro? Sicuramente chissà quanti avevano qualcosa; ma erano tutti ‘adulti’, cioè preoccupati solo per sé e quindi incapaci di condividere.
Chi invece condivide il poco? Un ragazzo, l’unico che pur avendo con sé la sua razione giornaliera di cibo, non esita a metterla nelle mani di Gesù e degli altri. Solo chi sa farsi “piccolo”, cioè libero da interessi e calcoli, diventa capace di uscire dalle strettezze dell’egoismo e aprirsi alla generosa condivisione che porta beneficio alla folla.
E’ una strada di conversione che si apre davanti a noi, soprattutto in questi tempi non facili: troppo abituati a moltiplicare tutto, ad avere e volere tutto per sentirci grandi, abbiamo disimparato a donare, a condividere, a saper assumere uno stile di libertà dalle cose e di fiducia.
E abbiamo anche disimparato a non sciupare i doni, quello che abbiamo. Curioso come Gesù invita a “raccogliere i pezzi avanzati perché nulla vada perduto”. E’ invito a non sciupare i doni di Dio, a riconoscerne la grandezza e il valore.
L’eucaristia che celebriamo è momento che, se vissuto consapevolmente, rivoluziona il nostro modo di vivere per aprirci a una capacità di dono e di generosità concreta che diventi, oggi, segno efficace del saperci anche noi, insieme con Gesù, prenderci cura gli uni degli altri.
Certo non è facile comprendere tutto ciò e fidarsi.
Nemmeno la grande folla sfamata in abbondanza capisce. E infatti lo cercano per farlo re; lo vogliono perché risolve i problemi contingenti della vita. Non capiscono invece che il Dio di Gesù è altro: un Dio che ci propone di essere sempre dono totale e gratuito per gli altri. Questo non lo capiscono.
Questo ancora oggi scandalizza. Un Dio così ci va meno bene, è meno comodo, è diverso dai nostri calcoli.
Gesù fugge, si allontana da loro: fugge chi lo applaude e lo acclama, ma non lo capisce. Fugge, ma non per isolarsi, bensì per trovarsi insieme con il Padre e saper così continuare ad essere limpida e autentica immagine di Colui che è amore gratuito e abbondante.
Incontrandoci con Lui, ogni domenica, anche noi possiamo imparare, nonostante tutte le fatiche e fragilità, che vale molto di più saper distribuire e condividere che non moltiplicare e possedere.

sabato 21 luglio 2018

XVI° domenica del tempo ordinario


Nel vangelo odierno emerge un tratto tipico di Gesù che caratterizza tutta la sua  vita e la sua missione: il prendersi cura di quanti incontra. Dei discepoli stanchi, della folla smarrita.
Di questo ‘prendersi cura’ la Parola di Dio ci aiuta a cogliere almeno tre caratteristiche importanti.
Nel vangelo si evidenzia innanzitutto il provare compassione: “ebbe compassione”. E’ l’atteggiamento di chi sente nell’intimo la sofferenza dell’altro e patisce con lui con il desiderio di condividere, di com-patire insieme facendo proprie le altrui fatiche e pene.
Altro connotato del prendersi cura è il voler unificare, radunare: “gli apostoli si riunirono attorno a Gesù”. E Paolo nella seconda lettura dice che in Gesù siamo “diventati vicini”, è stato “abbattuto il muro di separazione”. Gesù è il pastore che raduna e non disperde il gregge come già annunciava Geremia nella prima lettura.
Infine il suo prendersi cura diventa il voler insegnare: “si mise a insegnare loro molte cose”, così chiude il vangelo di oggi. Un insegnare che è tutto proteso a orientare l’altro che si trova smarrito offrendo parole di fiducia, di verità, di speranza.
Così si concretizza dunque quel prendersi cura che caratterizza la sua vita; e così Gesù si qualifica come il vero buon pastore per l’umanità tutta.
“Venite in disparte, riposatevi un po’” è invece l’invito che lui stesso rivolge ai suoi. Un invito che risuona oggi per noi tutti che ci diciamo suoi discepoli. Invito a stare con Lui, alla Sua presenza che offre riposo, per imparare anche noi una vita capace di prendersi cura gli uni degli altri.
Oggi, in un clima di crescente indifferenza, stiamo diventando sempre più disumani. Tutti, anche noi cristiani. Se guardiamo con attenzione la nostra vita è segnata da caratteristiche ben diverse da quelle che abbiamo descritto presenti nella vita di Gesù.
Oggi troppo facilmente non proviamo più compassione per chi si trova in situazioni di pena e sofferenza.
Oggi, col nostro pensare più a noi stessi, generiamo divisioni e opposizioni più che creare unità.
Oggi lasciandoci prendere troppo facilmente da mille false e interessate voci, lasciamo che sia la paura a orientare le nostre scelte.
Proprio all’opposto di come Gesù ha vissuto.
Abbiamo quindi bisogno, con urgenza, di “venire in diparte”, di metterci a tu per tu con Lui e la sua Parola per imparare di nuovo il suo stile, quel prendersi cura che è l’agire stesso di Dio, da sempre, verso tutta l’umanità.
Ritroviamo capacità di provare compassione verso le persone ferite e provate dalla vita; lavoriamo per radunare, unire, per renderci vicini gli uni agli altri abbattendo ogni muro di indifferenza. Facciamoci portatori di parole di speranza che aiutino coloro che ci ascoltano a ritrovare fiducia, a scoprire una luce dentro le tante tenebre.
Nelle relazioni quotidiane, in famiglia e nella comunità di appartenenza; nelle più vaste relazioni sociali dentro le quali si svolge la nostra vita, i nostri impegni di lavoro, le nostre scelte di ogni giorno; dentro queste relazioni poniamoci con quell’atteggiamento che Gesù ci propone: prendersi cura gli uni degli altri.
Non possiamo certo dirci cristiani se non abbiamo in noi la stessa compassione, lo stesso desiderio di unire e pacificare le persone, le stesse parole di speranza e fiducia che hanno caratterizzato la vita stessa di quel Gesù di cui ci diciamo discepoli.
E’ l’invito che anche i nostri pastori-vescovi ci rivolgono in questo loro comunicato: “Come Pastori della Chiesa non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determinino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto. Animati dal Vangelo di Gesù Cristo continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo. Camminiamo con le nostre comunità cristiane, coinvolgendoci in un’accoglienza diffusa e capace di autentica fraternità. Guardiamo con gratitudine a quanti – accanto e insieme a noi – con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare.
Avvertiamo in maniera inequivocabile che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata”.

sabato 14 luglio 2018

XV° domenica del tempo ordinario



Siamo custodi di una notizia splendida: “scelti da Dio per essere figli adottivi mediante Gesù… in Lui siamo stati fatti anche eredi… in Lui abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito”. E’ l’annuncio che risuona quale benedizione nella seconda lettura odierna.
Una notizia – vera - che cambia la vita, apre un orizzonte di speranza, svela la tua e l’altrui dignità: figli, fratelli, chiamati a formare in Cristo una sola umanità. Cambia lo sguardo su di te e sugli altri, su Dio e sulla storia dell’umanità.
Una notizia che sei e siamo chiamati a diffondere a tutti.
Per questo siamo chiamati, scelti: come i Dodici che “Gesù chiamò a sé e prese a mandarli”, come Amos il profeta(prima lettura). Nessuno è escluso da questa chiamata; e nulla, nemmeno le nostre umili origini e le nostre fragilità, possono impedire a Lui di voler avere bisogno di noi, così come ha avuto bisogno di Amos il mandriano e dei dodici operai e pescatori.
Oggi vediamo più volte che gli uomini per diffondere notizie, più o meno vere e interessate, utilizzano mezzi non adatti (inganno, menzogna, corruzione…); il fine, in ogni caso, giustifica i mezzi.
Non così per il discepolo chiamato da Gesù; per lui i mezzi devono anticipare il fine. Questa notizia infatti più che essere diffusa a voce, chiede di essere realizzata, attuata nella vita.
Se la notizia sta nell’amore di Dio che tutti ci vuole suoi figli in Gesù, abitati dal suo Spirito e resi una sola famiglia, ebbene i mezzi che annunciano e attuano questa bella notizia la devono anticipare, rendere subito, immediatamente reale, vera. Non si può annunciare di essere figli di Dio se poi si compiono discriminazioni e si respingono persone che di fatto sono nostri fratelli e sorelle; non si può annunciare la dignità e la grandezza di ogni persona se poi non si fa nulla perché questa dignità venga rispettata e tutelata.
Per questo Gesù inviando i suoi discepoli non chiede loro di compiere chissà quali cose o iniziative o programmi; propone e ordina (ordinò loro dice il testo) uno stile nuovo, quale mezzo efficace per dare subito corpo, concretezza alla bella notizia.
Questo stile è proposto nella pagina del vangelo e lo potremmo semplicemente sintetizzare tre suggerimenti.
“Prese a mandarli a due a due”: la fraternità si costruisce vivendola; a due a due, fraternamente si fa crescere il vangelo che annuncia che siamo la famiglia dei figli di Dio.
“Ordinò loro di non prendere…”: la libertà dalle cose, dalle sicurezze umane apre a un atteggiamento di fiducia che annuncia la vicinanza di un Padre che non dimentica nessuno e per tutti vuole dignità e giustizia.
Infine “scacciavano molti demoni”: è la lotta contro il male che divide, è la concreta promozione del bene che unisce e permette una vita guarita, piena, realizzata.
Indicazione di mezzi che già anticipano un fine: essere insieme il popolo di Dio, che ci ha da sempre, “prima della creazione del mondo”, pensati, scelti, amati per partecipare alla sua stessa vita. Questo è il fine verso il quale tende l’umanità tutta; “ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”.
A noi, cristiani, consapevoli di questo meraviglioso progetto, di questa sbalorditiva notizia, il compito di promuoverla, attuarla, anticiparla dentro la nostra storia di oggi, proprio attraverso quei mezzi, semplici ma efficaci che Gesù ci suggerisce.
Di cristiani-profeti, di annunciatori autentici, di costruttori di comunione oggi c’è urgente bisogno.

11 luglio, festa di san Benedetto


Mercoledì 11 luglio, festa di S.Benedetto, un centinaio di persone - chi partendo dal Santuario della Madonna del Soccorso in Ossuccio e chi dall’abbazia dell’Acquafredda in Lenno - hanno raggiunto, dopo una buona ora di cammino, l’antica abbazia (1083) di San Benedetto in Valperlana. Un monastero voluto dall’allora vescovo di Como Rainaldo quale luogo per attuare una profonda riforma della vita cristiana, ai quei tempi fortemente decadente…
Ciò che ha spinto queste persone a inoltrarsi fino in fondo valle non è stato il desiderio di una passeggiata alla ricerca di ristoro e di frescura. Ben altro ha guidato i loro passi; un desiderio più profondo, quasi un richiamo che ogni anno risuona da quella valle spingendo gente diversa e da luoghi differenti (dalla Valtellina alla bassa comasca, gente del lago e della città) a darsi appuntamento: sono più di 18 anni che in questa data ci si ritrova per celebrare alle ore 11.00 l’Eucaristia.
E’ il richiamo di s.Benedetto, della sua Regola, della sua vita luminosa, fortemente evangelica a risvegliare il bisogno di attingere ancora una volta da lui quei valori limpidi ed essenziali che danno sostegno e orientamento alla vita.
Silenzio e ascolto per ricercare Dio; preghiera e lavoro per custodire il creato e generare bellezza; accoglienza dell’altro e ospitalità per costruire relazioni solidali, fraterne, imparando a riconoscere Gesù nell’ospite pellegrino. Valori che oggi, più che mai, necessitano per ridare unità alla vita di ciascuno di noi e per ricostruire una società, un’Europa (di cui Benedetto è patrono) più accogliente e fraterna.
Lì, nel profondo silenzio di quella valle, monaci dell’anno 1000 hanno fatto risuonare con il loro “ora et labora”;  valori che, al varcare dell’anno 2000, sono stati ripresi da monaci di oggi, da quel Ginepro che con la sua presenza decennale in questi luoghi ha ridato anima all’antico messaggio e ha ridato cura e salvezza al vecchio monastero.
Si torna quindi per fare memoria di questo passato, per risvegliare nel cuore, sempre in ricerca, quell’ ”Ascolta, figlio...” che introduce a una regola di libertà e di sapienza profonda; per ritrovare persone che, abitate dalla bellezza e dalla profonda spiritualità di questo luogo, hanno in anni passati lavorato volontariamente per tenere in vita questo gioiello romanico ma soprattutto per non far spegnere una proposta di vita fortemente alternativa quanto profondamente cristiana. Persone che vogliono ancora una volta insieme far sì che non venga meno questo richiamo, che non si perda la cura di queste ‘pietre parlanti’, cosicché altri, tanti altri, soprattutto giovani, possano, oggi e in un domani, attingere al sempre attuale e moderno messaggio che viene da s.Benedetto, che altro non è che il messaggio del Vangelo: “con la guida del vangelo, inoltriamoci nelle Sue vie per meritare di vedere nel suo regno Colui che ci ha chiamati” (R.s.B.).