martedì 4 dicembre 2018

Apertura chiesa di S.Benedetto in Valperlana


Sabato 8 dicembre, in occasione della beatificazione dei monaci di Thibirine, la chiesa di san Benedetto in Valperlana resterà aperta dalle 10.00 fino alle 16.00 circa.



L’altare della chiesa di S.Benedetto fu realizzato proprio a ricordo del loro martirio, e uno di loro,  fratel Christophe fu ospite a s.Benedetto prima di partire per l’Algeria.

 




 

 

 

 

 

«Testimoni del dialogo che ci invitano al perdono». Saranno beatificati l'8 dicembre.



I diciannove martiri cristiani uccisi in Algeria tra il 1994 e il 1996 saranno proclamati beati a Orano, presso il santuario di Notre-Dame di Santa Cruz il prossimo 8 dicembre.

La storia tragicamente più nota è però quella dei sette monaci trappisti di Notre Dame de l’Atlas, rapiti nel loro monastero nel marzo 1996 e ritrovati morti due mesi dopo. Una vicenda raccontata anche in un film: «Uomini di Dio», premiato a Cannes nel 2010.


sabato 1 dicembre 2018

Prima domenica di Avvento


La vita: una continua attesa. Vivere è un po’ come essere in una grande sala d’aspetto. In tutto ciò che facciamo e diciamo, in tutto quello che viviamo, siamo in attesa.
E’ in attesa la mamma che aspetta il bimbo che nasce. Il bambino è in attesa di cibo, di attenzioni, di cure. 
Si è in attesa di un voto o di una promozione. Di un posto di lavoro o dello stipendio; si attende la pensione e si aspettano gli esami del medico. 
Qualcuno aspetta il numero giusto per vincere al lotto; altri attendono un amico che torna. La moglie aspetta il marito che arriva dal lavoro.
Si attende un domani migliore, c’è attesa di giustizia e di pace. Popoli interi attendono una vita più umana e dignitosa. La stessa natura è continua attesa: la terra attende l’acqua, gli alberi attendono le stagioni. Tutto è attesa.
Quante attese espresse e quante altre nascoste dentro il cuore: attesa di un riconoscimento, di uno sguardo, di un gesto di affetto, di perdono, di dialogo, di condivisione… Potremmo continuare all’infinito!
Se guardiamo alla Bibbia e a tutta la storia della salvezza scopriamo che anch’essa è continua attesa: attesa di liberazione e di perdono, attesa di entrare nella terra promessa, attesa di una parola e di una risposta, attesa del Messia Salvatore.
Perché tutta questa, potemmo chiamarla, cosmica attesa?
La Bibbia ci dice che tutto ha avuto inizio dai giorni dell’Eden, quando l’uomo si allontanato da Dio; da quei giorni tutto si è trasformato in attesa. Scollegato dal Creatore, dal Dio della pace e della pienezza, l’uomo si è scoperto mancante: “si accorsero di essere nudi”, ricorda la Bibbia.
Tutta l’esistenza, da allora, diventa un attendere: amore, pace, gioia, salute, successo, denaro, piacere, morte, dolore, vita…
In questo vivere nell’attesa si aprono due possibili vie. La prima porta a ritrovare noi stessi, la nostra realizzazione, appunto attraverso l’attesa di ciò che ci fa uomini, ci dà dignità, ci realizza. La seconda invece rischia di portarci a perdere noi stessi per correre dietro a frenetiche quanto inutili attese, o meglio pretese. Sì perché l’attesa può trasformarsi facilmente in pretesa e questo ci porta a fare della vita una lotta colma di invidia, di gelosia, di egoismo, di violenza, di ingiustizia.
“State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, in ubriachezze e affanni della vita”, ammonisce Gesù nel vangelo di oggi. E ci esorta a vivere con attenzione: “Vegliate in ogni momento pregando”. E’ un metterci in guardia proprio perchè le nostre attese non si trasformino in pretese; perché non abbiamo a vivere di ubriacature, cioè di illusioni e inganni, di un eccesso di inutili bisogni, caricando le nostre giornate di preoccupazioni.
L’avvento che iniziamo oggi è il tempo privilegiato per imparare a vivere la vera attesa che è l’attesa di Cristo, del Dio che si fa vicino all’uomo; a quell’uomo che si è invece allontanato da Lui.
Dio in Gesù è venuto e viene per realizzare le promesse fatte, come ci ricorda il profeta Geremia: “realizzerò le promesse di bene che ho fatto… farò germogliare” giustizia e pace.
E’ Lui che porta a compimento le attese più vere che sono nel nostro cuore e dentro la nostra vita, nella vita dell’umanità tutta.
Per questo ci è chiesto di vegliare, di attendere pregando, per imparare a riconoscere la Sua presenza, la sua venuta tra noi che si compie nel silenzio e nel nascondimento, come un germoglio che sfugge ai più. Venuta che puoi riconoscere solo se stai attento e non ti lasci sopraffare da tutto un mondo di vanità che crolla, che non sta in piedi.
“Alzate il capo, risollevatevi… la vostra liberazione è vicina”, il compimento delle vostre attese è vicino.
Dunque “vegliate in ogni momento pregando”: la preghiera infatti tiene vigili, svegli, per imparare a riconoscere germogli di vita, presenza dell’Atteso; per creare tra noi il giusto clima che permette il compimento di tutto quanto attendiamo: il clima dell’amore. “Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti”. Solo l’amore sa intuire le attese più profonde; solo l’amore sa vedere germogli e creare vicinanza, perché l’amore non solo prepara, ma è già incontro con il Signore che viene a portare a compimento ogni nostra attesa di bene e di felicità. Buon avvento!

venerdì 16 novembre 2018

XXXIII° domenica del Tempo ordinario

La Parola di oggi ci consegna un messaggio di speranza.
La fragilità del mondo, dell’universo intero, dell’uomo, di ciascuno di noi volge verso un fine, una mèta che si prospetta mèta di comunione (radunerà) e di maturazione, di piena realizzazione (dalla pianta imparate…), un fine di vita.
Questo il messaggio carico di speranza. Se ogni giorno c’è un mondo che muore, ogni giorno c’è anche un mondo che nasce; se ogni giorno facciamo esperienza di un mondo che ci crolla addosso (fatiche, delusioni, fallimenti) tuttavia ogni giorno proprio da lì possiamo sempre ripartire verso nuove mete e orizzonti.
Fare nostro questo messaggio apre la nostra vita oltre che alla speranza anche a una rinnovata responsabilità.
Questa responsabilità la potremmo declinare almeno in due atteggiamenti che ci vengono suggeriti, oltre che dalla Parola, anche da quanto siamo invitati a celebrare e vivere in questa domenica.
Innanzitutto papa Francesco ha voluto che si celebrasse in questa domenica la Giornata mondiale dei poveri.
Scopo non è raccolta offerte, ma riflessione, sensibilizzazione, responsabilità appunto.
Il povero grida, ricorda il papa. Grida il suo dolore, la sua solitudine; grida davanti a un mondo che gli crolla addosso, che lo schiaccia e lo umilia. Il povero grida e il Signore lo ascolta; non lo lascia solo, gli dona vicinanza e speranza. Così anche noi, chiesa tutta, siamo chiamati ad ascoltare il grido dei poveri, a offrire loro consolazione, rendere giustizia, donare speranza in un futuro migliore.
Rispondere così a questo grido è operare per portare liberazione, per creare una società più giusta, attenta alla dignità di ogni persona, più fraterna; un anticipo di quel raduno finale mèta del nostro cammino.
“Coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”, proclama il profeta Daniele nella prima lettura.
C’è poi un secondo invito alla responsabilità che viene a noi dalla nostra chiesa diocesana che sta vivendo il Sinodo.
Il nostro vescovo ci chiede oggi di pregare, affidando in particolare a Maria questo evento. E la preghiera tende a invocare il dono dello Spirito per imparare insieme a leggere i segni, a vedere e toccare con mano i germogli di quel mondo nuovo che cresce in mezzo a noi, di quel regno di Dio che è già qui tutto da scoprire e costruire insieme.
Ecco l’altro atteggiamento di responsabilità cui siamo chiamati. Discernere, riflettere, valutare. “Quando vedrete accadere queste cose (e si tratta di cose positive: germogli di bene, foglie e frutti che spuntano e maturano…) sappiate che egli è vicino”. Il Sinodo deve aiutarci insieme a compiere questa scoperta, a contemplare questi segnali buoni, a farli crescere per il bene della chiesa e del mondo, per essere annunciatori e testimoni di misericordia.
Speranza e responsabilità da coniugare insieme dunque.
Non noi da soli. Ma tutti sotto la guida di Gesù stesso e della sua Parola che da sempre e per sempre illumina i passi e scalda il cuore. Ridà speranza e sostiene il nostro impegno di responsabilità.
“Le mie parole non passeranno mai” afferma Gesù. E queste parole allora non possono mancare mai nella nostra vita di ogni giorno, dentro le nostre comunità. Sono il tesoro prezioso che ci accompagna per aiutarci insieme a tendere verso quel fine di pienezza, di comunione, di vita, mèta finale del cammino di ciascuno e dell’umanità intera.