sabato 13 luglio 2024

"Mezzi e fine" - XV° domenica del tempo ordinario

 

Siamo custodi di una notizia splendida: “scelti da Dio per essere figli adottivi mediante Gesù… in Lui siamo stati fatti anche eredi… in Lui abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito”. E’ l’annuncio che risuona quale benedizione nella seconda lettura odierna.

Una notizia – vera - che cambia la vita, apre un orizzonte di speranza, svela la nostra dignità: figli, fratelli, chiamati a formare in Cristo una sola umanità. Cambia lo sguardo su noi e sugli altri, su Dio e sulla storia dell’umanità.

Una notizia che siamo incaricati di diffondere a tutti.

Per questo siamo chiamati, scelti: come i Dodici che “Gesù chiamò a sé e prese a mandarli”, come Amos il profeta (prima lettura). Nessuno è escluso da questa chiamata; e nulla, nemmeno le nostre umili origini e le nostre fragilità, possono impedire a Lui di voler avere bisogno di noi, così come ha avuto bisogno di Amos il mandriano e dei dodici operai e pescatori.

Oggi vediamo più volte che gli uomini per diffondere notizie, più o meno vere e interessate, utilizzano mezzi non adatti (inganno, menzogna, corruzione…); il fine, in ogni caso – dicono - giustifica i mezzi.

Non così per il discepolo chiamato da Gesù; per lui i mezzi devono anticipare il fine. Questa notizia infatti più che essere diffusa a voce, chiede di essere realizzata, attuata nella vita.

Se la notizia sta nell’amore di Dio che tutti ci vuole suoi figli in Gesù, abitati dal suo Spirito e resi una sola famiglia, ebbene i mezzi che annunciano e attuano questa bella notizia la devono anticipare, rendere subito, immediatamente reale, vera: questo è il fine ceh già si attua.

Quindi non si può annunciare di essere figli di Dio se poi si compiono discriminazioni e si respingono persone che di fatto sono nostri fratelli e sorelle; non si può annunciare la dignità e la grandezza di ogni persona se poi non si fa nulla perché questa dignità venga rispettata e tutelata.

Per questo Gesù inviando i suoi discepoli non chiede loro di compiere chissà quali cose o iniziative o programmi; propone e ordina (ordinò loro dice il testo) uno stile nuovo, quale mezzo efficace per dare subito corpo, concretezza alla bella notizia.

Questo stile è proposto nella pagina del vangelo e lo potremmo semplicemente sintetizzare tre suggerimenti.

“Prese a mandarli a due a due”: la fraternità si costruisce vivendola; a due a due, fraternamente si fa crescere il vangelo che annuncia che siamo la famiglia dei figli di Dio.

“Ordinò loro di non prendere…”: la libertà dalle cose (di cui oggi siamo di fatto schiavi), dalle sicurezze umane, apre a un atteggiamento di fiducia che annuncia la vicinanza di un Padre che non dimentica nessuno e per tutti vuole dignità e giustizia.

Infine “scacciavano molti demoni”: è la lotta contro il male che divide, è la concreta promozione del bene che unisce e permette una vita guarita, piena, realizzata.

Indicazione di mezzi che già anticipano un fine: essere insieme quel popolo di Dio, che da sempre, “prima della creazione del mondo”, Lui ha pensato, scelto, amato per partecipare alla sua stessa vita.

Questo è il fine verso il quale tende l’umanità tutta; “ricondurre a Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”. Gesù il Cristo, punto di convergenza e di unità di tutto il genere umano.

A noi, cristiani, consapevoli di questo meraviglioso progetto, di questa sbalorditiva notizia, il compito di promuoverla, attuarla, anticiparla dentro la nostra storia di oggi, così divisiva e spesso disumana, proprio attraverso quei mezzi, semplici ma efficaci che Gesù ci suggerisce.

Di cristiani-profeti, di annunciatori autentici, di costruttori di comunione e di pace oggi c’è urgente bisogno.

 

sabato 6 luglio 2024

"Lo scandalo della debolezza" - XIV° domenica del tempo ordinario

Un Dio scandalosamente umano: non basta conoscere Dio, bisogna saperlo riconoscere sempre e ancora infinite volte nella nostra vita: bisogna stropicciarsi gli occhi e buttar giù quella polvere accumulata sulle nostre pupille che ci fa vedere le persone e le cose come troppo conosciute, scontate, risapute. Finiamo per fare così anche con Dio, presumendo di aver ormai già tutto capito di Lui, rinunciando così a lasciarci sorprendere dalla sua fantasia, a farci incantare dalla sua capacità inventiva. Il brano di oggi ci parla appunto di un Dio troppo umano per considerarlo Dio: “il figlio di…; il fratello di…; quello che stava in bottega…; lo conosciamo fin troppo bene…”. Sembrano dire gli abitanti di Nazareth: “Hai qui un mestiere, una casa, una madre, fratelli e sorelle; questo è il tuo mondo, non c’è altro. Cosa vai cercando con il cuore fra le nuvole?” Scandalo era per i concittadini di Gesù quella parola che volava alto, che usciva dai confini delle loro certezze e garanzie; scandalo era quel messaggio che li invitava ad oltrepassare le frontiere del conosciuto, che parlava loro di un amore troppo grande, quasi straniero.

Scandalo è quella logica diversa che sta nel cuore di un padre che aspetta il figlio nonostante lo abbia deluso, che sta nelle mani di un samaritano che si ferma a curare un poveraccio mezzo morto, che sta nell’ansia del pastore che lascia le novantanove pecore per cercare quella che si è persa. Proprio quella, solo quella. Non hanno patria queste parole, non sono proprietà di nessuna terra, di nessuna lingua, di nessuna casa: la buona novella viene da un altro mondo, viaggia per slanci che provocano stupori, si impasta di carne e cielo, in una debolezza disarmata, in un amore ostinato, mai stanco. A meraviglia risponde meraviglia: allo stupore dei concittadini fa eco lo stupore di Gesù: com’è possibile che non capiscano un messaggio così semplice che parla di spighe, di lievito, di passeri, di senape, di un amore inesauribile? Preferirebbero parole difficili, teologie contorte e ridondanti, filosofie astruse e incomprensibili? Si meraviglia Gesù del loro stupore, così come si era meravigliato della caparbietà dell’emorroissa e della fede del centurione: possiamo sempre sorprendere Dio, lasciarlo a bocca aperta.

L’amore si stupisce, ma non si stanca e, anche rifiutato, continua a guarire la vita: proprio quella di chi, povero e malato, non accampa pretese e presunzioni. Proprio quella vita là, solo quella.

 

Riflessione di don Luigi Verdi (da Avvenire)

 


 

sabato 29 giugno 2024

“Talità kum” - XIII° domenica del tempo ordinario

Due donne, una adulta l’altra bambina; entrambe segnate da malattia e morte, alla ricerca di salute, felicità, vita.

Un gesto: il toccare. La donna “toccò”; “se anche solo riuscirò a toccare le sue vesti sarò salvata”. La bambina invece viene toccata da Gesù che “prese la mano della bambina e le disse ‘Talità kum’: alzati!”. Gesto trasgressivo questo toccare; perché? La donna con le perdite di sangue era considerata dalla legge impura e le era assolutamente vietato ogni contatto con alcuno (allo stesso modo dei lebbrosi!); così pure la legge vietava di toccare un cadavere. Nonostante ciò tutto va sia lei che Gesù trasgrediscono, toccano, stabiliscono una relazione con l’altro.

Un atteggiamento: la fede. “Non temere soltanto abbi fede”; “Figlia la tua fede ti ha salvata”. Una fede audace e più forte del male e della morte; questa fede in Gesù, porta al ritrovamento della vita in tutta la sua pienezza, sia per la donna malata, che per la bambina morta.

Un numero: 12. La donna era malata “da dodici anni”; la bambina “aveva dodici anni”. Importante il simbolismo dei numeri per gli ebrei. Il dodici, come le 12 tribù d’Israele, sta a indicare tutto il popolo; è simbolo di totalità. A voler sottolineare che quella donna e quella bambina rappresentano tutta l’umanità, tutti noi.

Gesù infine, al centro di tutto. Lui si lascia toccare, lui tocca e dona e porta vita. Chi entra in relazione con lui, in una relazione di fede, viene risanato, risollevato, riportato alla vita.

Toccare Gesù e lasciarsi toccare da Lui significa toccare l’amore, ripartire dall’amore. L’amore, consapevole o meno, funziona comunque, sempre, su tutto. L’amore di Dio che visita l’amore dell’uomo questo guarisce l’umanità e apre le porte alla pace, alla serenità, alla felicità che andiamo cercando.

Fermiamoci allora su un particolare che può sembrare secondario eppure descrive bene la nostra umanità oggi alla ricerca di pace, di vita, di giustizia.

Quella donna, che ci rappresenta, dice il vangelo, “aveva perdite di sangue”. Tutti noi ancora oggi soffriamo di “perdite di sangue”. Il sangue, nella Bibbia è sinonimo di vita. Perdere sangue, sta a dire perdere vita. Oggi viviamo tutti in continua perdita di vita, stremati, ansiosi, in mezzo a conflitti e guerre, omicidi assurdi e violenze. E’ una umanità la nostra che “perde vita” in continuazione. Tutti, lo riconosciamo, siamo segnati da ferite, da emorragie, da perdita di pace, di serenità, di amore.

Contro questo essere in “perdita di vita”, contro tutto ciò che contrassegna di paura e di morte il nostro oggi, la Parola ci dice che occorre tornare a “toccare” e a “lasciarsi toccare e prendere per mano” da Gesù, come quella donna, come quella bambina. Solo un’umanità che ritrova il coraggio di “toccare”, cioè di entrare in relazione personale, vitale con Gesù e con i fratelli e le sorelle, può ritrovare vita. Entrare in una relazione profonda e vera “gettandoci davanti a Lui” come quella donna che esce dall’anonimato della folla. Solo così potremo sentirci dire: “Figlia, figlio, và in pace e sii guarito dal tuo male”. E ancora: “Talità kum”, invito bellissimo che Gesù dice a tutti noi: “fanciulla umanità, svegliati! alzati”.

Quel Dio che “non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi”, ma che ha voluto “le creature del mondo portatrici di salvezza” ci ha detto il libro della Sapienza; quel Dio che tutti ha creato “a immagine della propria natura”, e questa natura altro non è che amore ci invita con coraggio a fidarci di lui e seguendo Gesù, che “da ricco che era, si è fatto povero per voi perché voi diventaste ricchi per la sua povertà” (2 lettura), ritrovare pace, serenità, vita, pienezza.

Un amore quello di Gesù che diventa offerta e dono, “offerta di sangue” per noi; il suo sangue versato è il segno più alto dell’amore vero. Esso viene a rinvigorire il nostro “sangue perso”: la sua vita donata, diventa per noi vita ritrovata. Qui, proprio qui, ogni domenica, nell’Eucaristia. Energia di vita, di amore, senza la quale si va solo verso la morte.