Santuario della Madonna del soccorso.
LA TENDA DI MAMRE, un luogo di silenzio e di ascolto, di ricerca e di incontro, di preghiera e di pace.
venerdì 16 gennaio 2026
sabato 10 gennaio 2026
"Con Gesù, umili servitori della Pace" - Festa del BATTESIMO del SIGNORE
L’alfabeto della pace da riprendere
LE SENTINELLE NON MANCANO
Se la pace è ascolto dei popoli e non esito delle scelte dei potenti, allora questo inizio 2026 si appresta a essere una lunga traversata nel deserto. All’orizzonte si continua a vedere solo il profilo minaccioso delle armi, mentre l’umanità assiste sgomenta all’accensione di nuovi focolai di crisi. Sembrano infatti destinate a dilatarsi le distanze tra gli Stati e, proporzionalmente, quelle tra chi comanda e chi deve subirne le conseguenze.
Di colpo, i sogni di una generazione che nel Novecento aveva visto drammi indicibili con i due conflitti mondiali, paiono essere invecchiati. Il presente è fatto di battaglie di conquista, di prevaricazione senza regole, di uomini soli al comando. Papa Leone XIV nel suo discorso al Corpo diplomatico, ha sottolineato come «il fervore bellico» stia «dilagando» e «la guerra» sia «tornata di moda». Il declino del multilateralismo e del diritto internazionale è lì a dimostrarlo.
Volgere lo sguardo al passato, come sempre, può però aiutare. Anche i tempi lontani in cui si “pensava” la pace erano ostili e difficili, al pari di questi: si era usciti a pezzi dal secondo conflitto mondiale, il totalitarismo nazifascista era ancora nell’aria, il mondo era stato diviso in blocchi contrapposti.
Paradossalmente, la Guerra fredda è stata una provocazione positiva. Il ventesimo secolo è diventato così un laboratorio indimenticabile di riflessione, perché ha saputo unire gli ideali e a volte l’utopia alla sapienza di popolo, che si è manifestata ovunque, dalle piazze alle scuole, fino alle chiese. Non era solo la paura che tutto potesse precipitare di nuovo a spingere intellettuali e politici a immaginare un altro mondo possibile, senza più armi. Erano l’esercizio del pensiero, la profondità della fede, la passione civile a fare la differenza. Il linguaggio bellico è finito in naftalina e sono state scritte pagine importanti di pace. Un vero e proprio alfabeto, che oggi va aggiornato anche alla luce di quel che il Papa ha definito come «indebolimento della parola».
Il mondo cattolico italiano in particolare si rese protagonista di una stagione irripetibile, con il laicato in prima linea per educare le coscienze e trovare azioni e parole giuste da contrapporre alla retorica militarista. Basti pensare all’impegno congiunto messo in atto dai padri costituenti, su tutti Giuseppe Dossetti, perché tra i principi fondamentali della Costituzione, all’articolo 11, entrasse quel verbo, “ripudia”, che dice meglio di qualsiasi altra espressione il no netto dell’Italia alla guerra.
Una riflessione poi proseguita negli anni con figure profetiche che non disdegnarono l’impegno politico, da Alcide De Gasperi ad Aldo Moro. Come dimenticare, poi, la lezione del sindaco “santo” di Firenze, Giorgio La Pira, che vedeva nella profezia del Concilio Vaticano II la via giusta per la costruzione della pace? L’elenco come è noto è assai lungo e comprende figure come Giuseppe Lazzati, don Primo Mazzolari, don Lorenzo Milani, don Tonino Bello. Persone che nella quotidianità hanno abbattuto i muri dell’egoismo e della paura, lanciando messaggi di distensione e di amicizia innanzitutto dentro le proprie comunità. Diceva padre David Maria Turoldo che «il discorso sulla pace è il tema più sconvolgente, difficilissimo e rivoluzionario. Tanto è vero che noi abbiamo sempre fatto guerre e non abbiamo mai fatto pace». Proprio la “difficoltà” della pace finisce per essere un richiamo soprattutto alle nuove generazioni, a osare ciò che adesso pare inosabile.
È stata questa la speranza tramandata dalla Chiesa, che ha parlato al mondo usando via via il linguaggio della fraternità, della non violenza, della laicità. Erano parole per tutti, un invito profondo e vibrante a mettere in pratica il Vangelo indirizzato alla società dell’epoca. Parole riprese anche nella recente nota della Cei, che ha invitato le comunità ad attuare percorsi di educazione alla pace, riscoprendo una «logica autenticamente democratica» da difendere all’interno dei singoli Stati e tutelando i trattati internazionali. Quel patrimonio non è perduto, ma va recuperato e ridetto con forza a chi oggi pare avere perso la memoria. I popoli non sono a disposizione del potente di turno e anche se gli strumenti per manipolare l’umanità si sono moltiplicati, le lezioni di bene del passato prima o poi tornano a brillare. La notte sarà lunga, ma le sentinelle non mancano.
Diego Motta (da Avvenire del 10/01/2026)
martedì 6 gennaio 2026
"A Te convergono i più profondi aneliti che dal creato salgono" - EPIFANIA del Signore
Epifania in greco significa “manifestazione”. In Occidente si fa memoria della visita dei Magi: attraverso questo evento il Signore si “manifesta” ai pagani, dunque al mondo. Nelle Chiese Orientali, in questa solennità si mette l’accento sulla “manifestazione” trinitaria durante il Battesimo di Gesù nel Giordano. Se al centro del giorno di Natale c’è la nascita del Bambino, nell’Epifania si pone in evidenza che questo Bambino povero e debole è il Re Messia, il Signore del mondo. Con l’Epifania si compie la profezia di Isaia, che la liturgia ha scelto come prima lettura: “Alzati e rivestiti di luce, perché viene la tua luce” (Is 60,1ss), come a dire: non chiuderti, non abbatterti, non restare prigioniero delle tue “convinzioni”, non demoralizzarti, reagisci, “alza lo sguardo”! Come i Magi, osserva “le stelle” e troverai “la stella Gesù”.
I Magi
I Magi “alzano il capo” e si mettono in cammino, vanno dove era logico “cercare” un re, nel palazzo. Il loro arrivo crea scompiglio, tanto che Erode convoca sacerdoti e farisei, gli esperti delle Scritture. Loro “sanno” che il Messia deve nascere a “Betlemme”, ma il loro “sapere” non va oltre. Non si fa vita, esperienza. Restano fermi. Non si “alzano”, restano sicuri e comodi nel palazzo. I Magi giungono da lontano e si sono messi in cammino: sacerdoti e farisei sono già vicini, eppure sono bloccati dalla cecità del loro sapere, dalle loro certezze, dalle posizioni di privilegio… Pare che Dio si riveli lì dove non si brilla di luce propria e non dove si cerca la ribalta della notorietà.
La crisi
I Magi si sono mossi seguendo la stella, ma ad un certo punto non la vedono più, talmente forti della certezza che il re fosse nel palazzo: una certezza che ha momentaneamente abbagliato la loro ricerca, fino a far perdere loro la strada. Ma poi, accettato di mettersi in discussione, di “convertirsi”, la stella è rispuntata, guidandoli alla meta. È bello e importante questo passaggio, perché fa capire che il dramma dell'uomo non è mai quello di cadere, di sbagliare, ma è quello di arrendersi di fronte alle cadute. Come i Magi, cercatori di verità, rischiamo talvolta o spesso di lasciarci abbagliare dalle nostre convinzioni, fino a perdere la strada. Oggi ci viene insegnato a non temere di mettere in discussione le nostre certezze e conclusioni, perché un vero “cercatore” sa accettare di sbagliare e rimettersi in cammino. Il cuore ha grandi desideri, ha fame di giustizia e di verità, di gioia e di speranza. Seguire la stella è seguire i propri desideri alti, nobili, giusti, belli, quelli che entrano nel cuore e sono capaci di muovere la vita, di metterti in cammino sapendo affrontare fatiche, rischi, sconfitte, proprio come accaduto ai magi.
L’incontro con il Bimbo, il Re
Quando la ricerca è animata dalla verità, allora si trova ciò che si cerca e lo si sa cogliere anche da un “Bimbo avvolto in fasce adagiato in una mangiatoia” (Lc 2,12, Messa della Notte di Natale). È interessante questo passaggio. Non basta infatti “cercare”, se non si ha un cuore puro, non si è liberi da interessi di parte, se non si è animati da sentimenti di verità.
Erode voleva adorare il bambino, ma sappiamo che questo desiderio era viziato (cfr Mt 2,16 “Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui…mandò ad uccidere i bambini; Lc 9,9: “cercava di vederlo…”, era curioso per i suoi miracoli). Preso dalla paura e dall’ambiguità, talmente prigioniero del suo potere, Erode non è capace di vedere in quel Bimbo ciò che realmente è, e si lascia prendere dalla paura di avere un concorrente pericoloso.
L’Epifania manifesta Gesù e i cuori
L’Epifania non manifesta solo Gesù, il Figlio di Dio, ma rivela i cuori, manifestando che il Salvatore può essere accolto (come avvenuto per i pastori e i Magi) e anche rifiutato (Erode). Non nascondiamocelo, come ci sono “i magi” così c’è un Erode in ciascuno di noi. C’è una parte di noi sempre pronta a mettersi in marcia, in cammino, per conoscere e capire, per crescere e migliorare, per superarsi, ma c’è anche un Erode sempre pronto a distruggere sogni e speranze. Un Erode sempre pronto a fare “strage” di ogni nostro desiderio di bene, di bello, di giusto, che non accetta che noi troviamo “il Bambino” capace di cambiare la vita. Magi che c’insegnano che la vita è cammino che chiede di essere vissuto come Gesù, e un Erode che ci illude e ci lusinga che solo successo e potere valgono per poter esistere.
I doni
Oro e incenso richiamano i doni della regina di Saba a Salomone, riferimento che abbiamo anche ritrovato nel salmo. Con l’oro si riconosce la regalità di Gesù; con l’incenso la sua divinità, con la mirra la sua umanità, tenuto conto che si tratta di una sostanza con la quale venivano cosparsi i corpi dei defunti. La luce della stella porta sempre a un atto di adorazione, a un chinarsi di fronte al mistero che si è fatto vicino. Porta a donare ma ancor più a donarsi. È proprio il “donarsi” che frena tanti dal lasciarsi attrarre da Gesù, che porta tanti a temere di perdere posizioni, comodità, sicurezze, privilegi e che frena nel cambiare vita e convertirsi.
(da “Vatican News”)
giovedì 1 gennaio 2026
"Buon anno operatori di Pace"
Estratto dal MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ LEONE XIV PER LA LIX GIORNATA MONDIALE DELLA PACE - 1° GENNAIO 2026
Sia che abbiamo il dono della fede, sia che ci sembri di non averlo, cari fratelli e sorelle, apriamoci alla pace! Accogliamola e riconosciamola, piuttosto che considerarla lontana e impossibile. Prima di essere una meta, la pace è una presenza e un cammino. Seppure contrastata sia dentro sia fuori di noi, come una piccola fiamma minacciata dalla tempesta, custodiamola senza dimenticare i nomi e le storie di chi ce l’ha testimoniata. È un principio che guida e determina le nostre scelte. Anche nei luoghi in cui rimangono soltanto macerie e dove la disperazione sembra inevitabile, proprio oggi troviamo chi non ha dimenticato la pace. Come la sera di Pasqua Gesù entrò nel luogo dove si trovavano i discepoli, impauriti e scoraggiati, così la pace di Cristo risorto continua ad attraversare porte e barriere con le voci e i volti dei suoi testimoni. È il dono che consente di non dimenticare il bene, di riconoscerlo vincitore, di sceglierlo ancora e insieme.
La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza. E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza.
La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino. Il mistero dell’Incarnazione, che ha il suo punto di più estremo abbassamento nella discesa agli inferi, comincia nel grembo di una giovane madre e si manifesta nella mangiatoia di Betlemme. «Pace in terra» cantano gli angeli, annunciando la presenza di un Dio senza difese, dal quale l’umanità può scoprirsi amata soltanto prendendosene cura. Nulla ha la capacità di cambiarci quanto un figlio. E forse è proprio il pensiero ai nostri figli, ai bambini e anche a chi è fragile come loro, a trafiggerci il cuore.
Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male? Occorre motivare e sostenere ogni iniziativa spirituale, culturale e politica che tenga viva la speranza, contrastando il diffondersi di «atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana». Se infatti «il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori», a una simile strategia va opposto lo sviluppo di società civili consapevoli, di forme di associazionismo responsabile, di esperienze di partecipazione non violenta, di pratiche di giustizia riparativa su piccola e su larga scala.
Possa essere questo un frutto del Giubileo della Speranza, che ha sollecitato milioni di esseri umani a riscoprirsi pellegrini e ad avviare in sé stessi quel disarmo del cuore, della mente e della vita cui Dio non tarderà a rispondere adempiendo le sue promesse: «Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore» (Is 2,4-5).



